Un’analisi di Giovanni Quer sulla componente di origine russa della società israeliana

Quasi un sesto della popolazione israeliana, i rusim sono gli immigrati dall’ex Urss, i loro discendenti, le molte famiglie e giovani che hanno scelto di recente di trasferirsi da Ucraina, Bielorussia e Asia Centrale. Il russo è la loro lingua principale, anche se ogni tanto si sente usare ucraino, georgiano e uzbeko. Tel Aviv e le città di Haifa, Ashdod, Arad hanno reti commerciali, culturali e sociali che virtualmente permettono di vivere in russo. Per le festività ebraiche, alcune sinagoghe si riempiono di fedeli russofoni, con libri di preghiera in ebraico e trascrizioni cirilliche, e si sente qualche frase in yiddish. Di rado si può intendere qualche conversazione in ucraino, georgiano o uzbeko, ma ormai anche i meno integrati alternano frasi, espressioni slang e parole in ebraico. Alcune espressioni russe si fanno strada in ebraico, come «novy god», capodanno.

Considerati conservatori, ammirati per la laboriosità, derisi per il forte accento in ebraico, che spesso anche i giovani hanno difficoltà a perdere, sospettati di aver poco riguardo per la tradizione ebraica (Babbo Natale e capodanno si celebrano assieme a Hannukah), a lungo visti come estranei, i russi stanno acquisendo un nuovo status socioculturale in Israele. L’intensificarsi delle relazioni diplomatiche tra Russia e Israele ha rafforzato la loro cultura e identità, che artisti e cantanti cominciano a discutere. Il 19 luglio 2011, al Summit delle minoranze religiose e etniche della Russia, Vladimir Putin, allora primo ministro, ha dichiarato che «Israele è per noi un Paese speciale. E praticamente un Paese russofono».

Le relazioni tra Israele e Russia non sono solo una vicinanza di interessi politici, ma anche un canale di soft-power culturale legato all’idea di «russkij mir» (mondo russo). Simile alla «francophonie», la diplomazia culturale di Putin si rivolge ai Paesi con comunità consistenti comunità di immigrati russi. In Israele, l’identità russa varia secondo la generazione e del livello di integrazione. I più anziani parlano e leggono poco o nulla in ebraico. I giovani, attraverso le scuole, l’esercito e il lavoro, parlano perfettamente le due lingue, mentre rimangono legati al mondo russo attraverso i media e la musica La rete giornalistica di lingua russa conta radio, canali tv, quotidiani e settimanali come Vesti, legato al gruppo Yediot Aharonot. Le reti di negozi Mania, Rosman e Elisjevskij offrono oltre a prodotti locali varietà di culinarie russe, come salumi non kasher, caviale rosso, e pesci secchi. 01-tre allo street-food e ai numerosi negozi con le indicazioni bilingui, anche i centri culturali come cinema, teatri e sale concerti offrono programmi e pubblicità in russo. Alcuni cantanti includono nei loro tour puntate a Tel Aviv e Haifa: è il caso di Zemfira, star del rock russo, che a settembre si è esibita in Israele. L’appartenenza culturale al gruppo russo si fa strada anche tra i giovani artisti cresciuti in Israele. La cantante Marina Maximilian-Blumin include nel proprio repertorio un’antica canzone russa, una nuova versione della canzone Amok Batal che inserisce tra le parole della poetessa Leah Goldberg una strofa in russo, e una canzone che racconta dell’immigrazio-ne.

L’interesse per l’identità degli immigrati russi si ritrova anche nei lavori dell’artista Ziva Cherkevsky, i cui dipinti raccontano le esperienze della vita di periferia in Urss e Israele. Quanto il legame con la cultura russa sia una semplice elaborazione culturale dell’identità degli immigrati, un elemento di diversità nella produzione artistica, o semplicemente una questione di numeri di immigrati è un fatto discusso. Il professor Emil Pain sostiene che gli ebrei emigrati dalla Russia non sono ferventi sostenitori dell’ideologia del mondo russo e che i legami si indeboliscono tra le nuove generazioni. In Israele però, si sta forgiando una cultura russo-israeliana che trova un fertile terreno nell’interesse sociale verso le identità, mentre il legame con il mondo culturale russo, non necessariamente con la Russia, è favorito dalla diplomazia culturale di Putin.

(Giovanni Quer, La Stampa 17 dicembre 2016)

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