Chiusura di settimana incerta per le Borse europee dove gli operatori, preoccupati dalla possibile ripresa dell’inflazione, hanno iniziato a vendere massicciamente i titoli di stato sovrani, i cui rendimenti sono aumentati. L’agognato aumento dei prezzi potrebbe infatti portare le banche centrali a frenare sulle azioni di politiche monetarie espansive. Nessuno infatti si aspetta una stretta a una settimana dalle elezioni presidenziali americane, mentre un aumento del costo del denaro è dato per scontato dal mercato per dicembre.

Ma il ritorno alla normalità è ancora lontano, scrive Il Sole 24 Ore, perché il miglior andamento dell’economia Usa – dove nel terzo trimestre il Pil è cresciuto del 2,9%, il tasso più alto degli ultimi due anni – non si rispecchia in quel che succede in Europa. A maggior ragione in Italia, dove abbiamo una crescita debole e un debito/Pil tra i più alti nell’Eurozona. Un rapporto sull’Italia pubblicato ieri da Amundi Asset sottolinea infatti che il Pil italiano ha recuperato solo in minima parte quanto perso dal 2008: “Questa stagnazione è in contrasto con la crescita pari a circa il 20%, a partire dal 2000, per Francia e Germania, e pari a circa il 26% per Spagna, che è stata duramente colpita dalla crisi degli ultimi anni, ma che, a differenza dell’Italia, è in forte ripresa dal 2013”.

A confermare i timori degli investitori hanno contribuito i dati pubblicati ieri sull’inflazione in Germania, più 0,8% in ottobre, che ha segnato l’incremento più alto degli ultimi due anni, mentre in Francia, dove il Pil arranca, la situazione è rimasta sostanzialmente stabile, con un aumento di appena lo 0,4% rispetto a un anno fa. Una cifra leggermente inferiore a quella prevista dagli economisti ma che è ben lontana dall’obiettivo indicato dalla Banca centrale europea, fissato al 2%.

(Sebastiano Catte, com.unica 29 ottobre 2016)

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