Lo scrittore vide nel regime sovietico l’unica salvezza per il Paese. E in Lenin il suo messia. Tutti sanno che la fantascienza deve molto a H.G. Wells.

A ricordarcelo possono bastare i titoli delle sue opere più note: La macchina del tempo, L’isola del dottor Moreau, L’uomo invisibile, La guerra dei mondi. Tutta roba scritta e pubblicata sul finire del XIX secolo, quando gli effetti collaterali dell’industrializzazione sommati a quelli del positivismo incominciavano a mettere la pulce nell’orecchio ai più avvertiti (e tutt’altro che ottimisti) osservatori. La pulce suggeriva una domandina, piccola come lei eppure gigantesca: dove andremo a finire? Dove siamo andati a finire, adesso lo sappiamo. Ciò che non tutti, anzi quasi nessuno sa è che anche la fantapolitica deve molto a Wells, con la differenza che, diversamente da quanto avvenuto per le premonizioni-previsioni in campo tecnologico che abbondano nei suoi romanzi, questa volta il Nostro toppò alla grande. Per apprenderlo, occorre dedicarsi a Russia in the Shadows, il volume che raccoglie i suoi reportage dalla Russia apparsi su The Sunday Express all’inizio del 1921, frutto del secondo viaggio dello scrittore in quel Paese, avvenuto, in compagnia del figlio diciannovenne George Philip detto Gip, «che parla un poco il russo», nel settembre-ottobre dell’anno precedente. Se pensiamo a quando era avvenuto il precedente viaggio, cioè nel gennaio del 1914, quindi prima dello scoppio della Grande guerra, prima della fine degli zar e prima della Rivoluzione d’Ottobre, comprendiamo con quale animo Wells, classico esemplare di socialista anglosassone, fedele e generoso amico e compagno della classe operaia, ma odiatore dell’«estremista noioso» Marx, visse l’esperienza del 1920, di fronte a una società allo stremo e finita in mano alla rudimentale, oltre che rude, oligarchia bolscevica. nMa attenzione, Wells non se la prende con i «centocinquantamila seguaci» del Partito comunista, li considera anzi «l’unica speranza rimasta, l’unico segnale di solidarietà praticabile in Russia». «Queste grandi città spettrali – scrive – non sono state create dal Comunismo. È stato il Capitalismo a crearle. Non è stato il Comunismo che ha trascinato questo immenso, scricchiolante impero alla bancarotta e in sei anni di estenuante guerra. È stato l’Imperialismo europeo».

Wells, che da ragazzo aveva svolto per breve tempo l’apprendistato come farmacista, in questi articoli che ora possiamo leggere per la prima volta in italiano (Russia nell’ombra, pagg. 159, euro 17, traduzione di Cristina Colla, Nuova Editrice Berti) ci appare come un volenteroso medico di campagna vecchia maniera, di quelli che, nell’Ottocento, avevano bisogno di pazienti con la pelle molto dura, per salvarli dal combinato disposto della malattia e della cura. Dapprima raccoglie le informazioni per l’anamnesi in merito all’evento patologico: povertà, disordine sociale, incultura. Poi formula la diagnosi: guerra, implosione dello zarismo, embargo da parte dell’Occidente. Quindi stila la prognosi: infausta, se il quadro clinico non muterà rapidamente. Ma è nel proporre il rimedio che commette l’errore più grave. Somministra al popolo russo una cura da cavallo, fatta di razionamenti dei beni di primissima necessità, di Terrore Rosso, di eliminazione fisica dei controrivoluzionari. È vero, ammette, questo governo è «dilettantesco» e «violento». Inoltre si assiste alla situazione assurda in cui a tentare di compiere la rivoluzione proletaria è «una nazione che in realtà non ha una classe operaia specializzata, e che nelle sue fabbriche impiega come operai dei contadini che vanno e vengono dai villaggi: un paese che non ha proletari – quelli che dovrebbero unirsi con i lavoratori di tutto il mondo e così via». Tuttavia, conclude, stante la situazione non si può fare altrimenti.

A meno che… Ed eccoci tornati a bomba, alla fantapolitica wellsiana, molto più «fanta» della sua fantascienza. «L’unica potenza in grado di svolgere al più presto questo ruolo di assistenza alla Russia sono gli Stati Uniti d’America», auspica. E poi chiosa: «Le grandi imprese non sono per nulla avverse al comunismo. Più il commercio cresce, più si avvicina al collettivismo. È la strada (superiore) di pochi, invece della strada (inferiore) delle masse, che porta al collettivismo». Dunque, ecco la soluzione ultima, il balsamo miracoloso: il collettivismo capitalista. Per la verità, nell’incontro con Lenin che aveva avuto pochi giorni prima di mettere nero su bianco queste parole che sigillano una visione elitaristica della politica, Wells era stato indirizzato in questa direzione dal leader sovietico. «Lenin – scrive – ha continuato a spiegarmi dei progetti con cui un certo americano stava cercando di impressionare Mosca. Ci sarebbe stato un sostegno economico alla Russia e il riconoscimento del governo bolscevico. E anche un’alleanza difensiva contro l’aggressione giapponese in Siberia». Lenin, il quale sei mesi dopo avrebbe annunciato l’inizio della «Nuova politica economica», passo successivo al «comunismo di guerra», congeda Wells così: «Tornate tra una decina di anni e vedrete quello che avremo fatto in Russia». Una decina di anni dopo, Lenin era da tempo una salma alloggiata nell’apposito mausoleo sulla Piazza Rossa, venerata dai pellegrini della lotta di classe. Ma Wells in Russia tornò davvero, nel 1934, per intervistare chi aveva preso il suo posto, quel Iosif Vissarionovic Dugavili, «uomo d’acciaio» ed erede tutt’altro che gradito, come mostra chiaramente la lettera di Lenin al Congresso datata 24 dicembre 1922 in cui gli elogi sono tutti per Trockij (l’intervista, comparsa su The News Statesman il 27 ottobre 1934 e in italiano nel gennaio ’97 su Internazionale, è inclusa nel presente volume). E Stalin spegne sul nascere gli entusiasmi del fantapolitico interlocutore. Wells va all’attacco: «Lenin aveva detto: Dobbiamo imparare a fare gli affari, dobbiamo imparare dai capitalisti. Oggi i capitalisti devono imparare da voi, devono imparare a capire lo spirito del socialismo. Mi sembra che negli Stati Uniti sia in atto una profonda riorganizzazione, la creazione di una economia pianificata, vale a dire socialista». Ma l’altro mormora sotto i baffi: «senza abolire il principio della proprietà privata dei mezzi di produzione è impossibile creare un’economia pianificata». Così il sogno fantapolitico di Wells svaniva, anzi subiva una mutazione genetica: da utopia socialista diventava distopia comunista. E l’umanità saliva su una macchina del tempo che l’avrebbe portata a una nuova guerra dei mondi.

Daniele Abbiati, IL GIORNALE, 29 settembre 2016

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