La Turchia non ha alcuna intenzione – almeno per ora – di ritirare il suo esercito dal nord della Siria finché la zona di Jarablus, evacuata ieri sera dall’Isis, non sarà totalmente sotto il controllo dei ribelli dell’Esercito siriano libero (Esl). Lo ha affermato il ministro della Difesa di Ankara Fikri Isik a Ntv, ribadendo che la presenza militare dell’esercito turco proseguirà anche fino al completo ritiro a est del fiume Eufrate delle forze curde. Secondo Isik, l’abbandono dei curdi è iniziato e, in base a un accordo con gli Usa, dovrebbe completarsi “entro 2 settimane”.

Secondo il partito di opposizione curdo Pkk (considerato da Erdogan alla stregua dei terroristi), il vero l’obiettivo del regime di Ankara con la missione “Scudo dell’Eufrate” sono in realtà i curdi e non l’Isis. È quanto sostengono anche molti osservatori neutrali. Tra questi Gérard Chaliand, un esperto di relazioni internazionali, già professore ad Harvard e all’ENA di Parigi. Intervistato ieri da “Le Figaro” Chaliand sottolinea come l’intervento in Siria serva ad Erdogan per evitare di giungere alla creazione di un Kurdistan siriano, grazie anche al riavvicinamento tattico, avvenuto dei giorni scorsi, tra Mosca, Ankara e Damasco. Sullo sfondo – fa notare lo studioso – osserviamo come la Turchia si mostri tutt’altro che affidabile e volteggi da un’alleanza all’altra a seconda delle convenienze del momento. “Negli ultimi anni, afferma, i turchi sono passati da una pronunciato antisionismo a rapporti cordiali con lo Stato ebraico, da un antagonismo violento a un riavvicinamento con Mosca, a una condanna totale del regime di Damasco”.

(com.unica, 25 agosto 2016)

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