Il caso Watergate fu un grosso scandalo politico scoppiato negli Stati Uniti nel 1972 a causa di alcune intercettazioni telefoniche non autorizzate, effettuate nel quartier generale del Partito Democratico da uomini legati al Partito Repubblicano. Si sviluppò nell’ambito del proseguimento della guerra del Vietnam, come abuso di potere da parte dell’amministrazione della presidenza Nixon per indebolire l’opposizione dei pacifisti e del Partito Democratico. Durò due anni e portò all’impeachment del Presidente, il quale l’8 agosto 1974 diede le dimissioni.

La notte del 17 giugno 1972, la guardia di sicurezza Frank Willis notò una porta socchiusa, fra la tromba delle scale e il parcheggio sotterraneo del complesso del Watergate Hotel a Washington, che ospitava, al sesto piano, il quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, la principale organizzazione per la campagna e la raccolta fondi del Partito Democratico. All’arrivo della polizia, furono scoperti all’interno degli uffici cinque uomini che furono poi arrestati per furto e scasso: Bernard Barker, Virgilio Gonzales, Eugenio Martinez, James w. McCord Jr. e Frank Sturgis, tutti disarmati, indossavano guanti chirurgici di gomma e avevano con sé una vasta attrezzatura fotografica e dispositivi di sorveglianza elettronica. Fecero una serie di errori grossolani che li portò ad essere collegati con qualcuno dello staff presidenziale, sebbene l’addetto stampa di Nixon avesse liquidato il fatto come un furto di terz’ordine.

Si era in piena campagna elettorale e nessuno doveva pensare che il Presidente fosse anche solo lontanamente implicato nei fatti. Durante le indagini si scoprì che James McCord era un ex agente della Cia, al momento impiegato come capo della sicurezza per il Comitato per Rieleggere il Presidente (CRP). Sul suo block notes era stato trovato annotato il numero di telefono di Howard Hunt, che aveva precedentemente lavorato per la Casa Bianca. Il 18 giugno 1972 il Washington Post pubblicò un articolo sullo scasso, firmato da Carl Bernstein e Bob Woodward, che avviarono un’inchiesta. Le loro pubblicazioni al riguardo, assolutamente tenute sotto controlla dall’FBI, diventarono più intriganti in seguito alle rivelazioni di una fonte segreta di alto livello, dal nome in codice Gola Profonda, in contatto con Woodward, che svelò il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale in svariate attività illegali. Una serie di conversazioni registrate portarono alla luce l’esistenza di una squadra di sabotaggio e spionaggio, The Plumbers (gli “idraulici”), incaricata di stroncare con ogni mezzo ogni forma di dissenso, in un momento delicato per l’America, mentre era in pieno corso la guerra in Vietnam e si era alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali.

Nel novembre del 1972 Richard Nixon è riconfermato alla presidenza, ma i tentativi di comprare il silenzio delle spie catturate per insabbiare le responsabilità sul caso Watergate, trovano la fortuita resistenza, da una parte, del procedimento giudiziario già avviato, e dall’altra, dell’opinione pubblica sempre più indignata di fronte agli avvenimenti. L’evidenza dei fatti e la gravità della minaccia per la Democrazia spingono nel 1973 all’istituzione di una Commissione di Inchiesta Senatoriale, incaricata di valutare il coinvolgimento della Casa Bianca nell’affare e le colpe dello stesso Presidente Nixon. Le udienze tenute sul caso Watergate, in cui il principale testimone fu il Consigliere della Casa Bianca John Dean, videro sfilare molti altri ex impiegati dell’amministrazione che diedero la loro testimonianza, e furono messe in onda dal 17 maggio al 7 agosto, causando a Nixon un danno politico devastante.

Il Presidente, nonostante la sua posizione ormai precaria, era ostinato nella sua battaglia contro i suoi accusatori. Si scoprì l’esistenza di un sistema di registrazioni attivo alla Casa Bianca, ma Nixon, avvalendosi del principio del privilegio dell’esecutivo, si rifiutò di presentare i nastri delle registrazioni avvenute all’interno dello Studio Ovale al Procuratore Speciale Archibald Cox, che si occupava delle indagini. E fece di più: esercitò pressioni su Cox, attraverso il Procuratore Generale Elliot Richardson, affinché ritirasse la sua citazione in giudizio. Al rifiuto di Cox scattò il cosiddetto “massacro del sabato sera” del 20 ottobre 1973: Nixon obbligò alle dimissioni Richardson e il suo vice William Ruckelshaus e fece licenziare Cox. Tuttavia Nixon fu costretto a permettere l’insediamento di un nuovo Procuratore Speciale, Leon Jaworsky, il quale continuò a sua volta le indagini. Nonostante Nixon si rifiutasse di mostrare i nastri originali, accettò di rilasciare un gran numero di trascrizioni di essi, che comunque confermarono la testimonianza di Dean, e nell’imbarazzo generale si venne a sapere che da un nastro era stata cancellata una parte cruciale della durata di 18 minuti e mezzo. La questione dei nastri arrivò alla Corte Suprema, che il 24 luglio 1974 obbligò Nixon a consegnarli al Procuratore Jaworsky.

Intanto, il giorno 1 marzo 1974 i membri dello staff di Nixon per la sua campagna elettorale, noti come “i sette di Watergate”, vennero condannati con l’accusa di aver ostacolato e inquinato le indagini sul caso Watergate. Nello stesso processo il Gran Giurì indicò Nixon per aver cooperato indirettamente con le attività dei suoi collaboratori. Il 5 aprile 1974 uno dei segretari personali di Nixon, Dwight Chapin, fu accusato di falsa testimonianza. Il 7 aprile 1974 il Governatore Repubblicano della California Ed Reinecke fu accusato di spergiuro dalla Commissione del Senato. La posizione di Nixon era ormai compromessa, così la Camera dei Rappresentanti decise di intraprendere un’inchiesta formale per un possibile impeachment del Presidente, per aver ostacolato il corso delle indagini, per abuso di potere e ostacolo al Congresso. Ad agosto venne scoperta una cassetta registrata il 23 giugno 1972 nella quale, in una conversazione, Nixon e H.R. Haldeman, il Capo dello Staff della Casa Bianca, pianificavano di ostacolare le indagini sullo scandalo Watergate, facendo trasmettere un falso comunicato dalla Cia all’FBI, sulla necessità di coprire le prove per motivi di sicurezza nazionale. La scoperta della cassetta fu definita dalla stampa “una pistola ancora fumante”. Nixon ormai aveva perso tutti i suoi sostenitori e l’8 agosto 1974 si dimise.

Nel 1973 il Washington Post vinse il premio Pulitzer per aver pubblicato la storia del Watergate. Ma la decisione più importante dell’allora direttore Ben Bradlee fu quella di pubblicare nel 1971 alcuni articoli basati sui cosiddetti “Pentagon Papers”, ovvero 7 mila pagine top-secret sulla guerra in Vietnam. L’amministrazione Nixon si rivolse al tribunale per bloccarne la pubblicazione, ma la Corte Suprema accolse la richiesta del Washington Post e del New York Times. A far trapelare l’esistenza delle “Carte del Pentagono” fu Daniel Ellsberg, ex impiegato del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Questi documenti gettavano luce sul coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti politici e militari nel Sud- Est Asiatico, alla vigilia della fine dell’occupazione coloniale francese in Indocina. Essi furono un atto di accusa nei confronti degli interventi militari americani in Cambogia che fu teatro, tra il 1969 e il 1975, durante la guerra del Vietnam, dei peggiori bombardamenti della storia, avvenuti in zone ad alta densità abitativa. Provocarono 700 mila morti su 7 milioni di abitanti, con il solo scopo di destabilizzare la regione.

Nel 1974, Frank Sturgis e Howard Hunt, della squadra di sabotaggio e spionaggio dei Plumbers, gli “idraulici”, quando si insediò la Commissione Rockfeller per indagare sulle attività “domestiche” della Cia, furono ritenuti i principali colpevoli dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy.

(Nadia Loreti/com.unica 14 giugno 2016)

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