Nel mese di ottobre sono scesi in strada oltre un milione di giovani, in gran parte studenti, in più di una diecina di Stati europei, ma non è una novità in assoluto perché l’Europa ha assistito, negli ultimi decenni, alla ascesa politica nonché alla collazione in posti di alta responsabilità di un’intera generazione temprata dalle proteste del ’68.

Non è la prima volta che queste rivolte si presentano così come si sono presentate, a ondate dirompenti, improvvise, attraverso canali di difficile intercettazione. Alcuni giornali hanno ricordato le primavere arabe di quindici anni fa, che riempirono le piazze in tutto il Maghreb e in medio Oriente che, partirono da un piccolo gruppo di ragazzi su facebook, in una città di terza fascia nel deserto tunisino.

Fenomeni epidemici abbastanza simili si sono ripresentati in Europa e, come quindici anni fa, nessuno li controlla, non si conosce chi li alimenta né chi li vorrebbe reprimere. C’è però da fare una distinzione, perché rispetto alle primavere arabe, oggi, questi giovani protestano in Paesi con una democrazia consolidata e non aspirano a un cambiamento di sistema. In Italia e in Francia, le rivendicazioni riguardano le condizioni in cui versano le scuole e le università, la disponibilità di case a prezzi sostenibili nelle città universitarie, il costo della vita, l’accesso alle cure sanitarie per tutti.

La seconda ondata inflazionistica, provocata dalle guerre, è stata la scintilla che ha innescato le rivendicazioni di cui sopra, da parte di una generazione giovane, minoritaria da sempre, per via della recessione demografica e, quindi, meno interessante per un sistema politico e un ecosistema, alla ricerca dei grandi numeri che sono tra gli anziani, con un potere d’acquisto superiore e, perciò, molti voti in più ai seggi elettorali.

Il richiamo al ’68 nasce spontaneo, ma le differenze tra quella generazione e quella attuale sono enormi, perché la generazione del ’68 chiedeva la condivisione dei benefit della crescita mentre questa di adesso chiede che i costi della stagnazione in Europa non vengano scaricati sugli ultimi arrivati, cioè i giovani. Chiede che il sistema dell’istruzione restituisca ai più giovani “dignità”, nel momento in cui l’intelligenza artificiale minaccia di azzerare milioni di posti di lavoro e anni di studio. Chiede contratti di lavoro dignitosi, in un mercato del lavoro dove appare sempre più visibile la frattura tra gli iperprotetti, anche dai leader sindacali, e gli iperprecari sottopagati.

Chiede un’Europa che non si limiti a subire la superiorità della Cina, vera potenza nel settore, vedi States nelle tecnologie e nelle energie e, quella della Russia nella guerra. Chiede che il cambiamento climatico, non diventi un distintivo di classe, tra chi può permettersi l’aria condizionata o di vivere in quartieri verdeggianti e chi rimane all’afa e al caldo torrido.

Chiede, come sempre in questi casi, molto forse troppo, ma quello che non si può fare è considerare un milione di ragazzi, nelle piazze di tutta Europa, semplicemente come un problema di ordine pubblico, purtroppo alimentato da frange estreme. Anche tenendo nella debita considerazione la possibilità, che è poi quasi una certezza, che ci sia la Russia a istigare e cavalcare il disordine, dobbiamo sempre ricordare che questi giovani che protestano sono, nella stragrande maggioranza, persone civili che chiedono di essere ascoltate e prese sul serio. 

Angela Casilli, com.unica 8 novembre 2026

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