7 ottobre, il giorno che non finisce
[ACCADDE OGGI]
Tre anni dopo il pogrom di Hamas, Israele torna nei luoghi della strage. Una memoria che interroga ancora responsabilità, guerra e parole
Alle 6.29 le bandiere si abbassano. È l’ora esatta in cui, il 7 ottobre 2023, cominciò l’attacco che avrebbe cambiato per sempre Israele e il Medio Oriente. Tre anni dopo, nei kibbutz devastati, lungo la Route 232 e a Re’im, dove si teneva il festival Nova, il passato non sembra davvero passato. Restano le fotografie, i nomi, le case bruciate, i luoghi trasformati in memoriali. E restano soprattutto le famiglie, costrette a convivere con un giorno che continua a ripetersi nella memoria.
Quella mattina Hamas e altri gruppi armati palestinesi sfondarono il confine via terra, via mare e dal cielo, sotto la copertura di un massiccio lancio di razzi. Circa 1.200 persone furono massacrate, 251 prese in ostaggio e trascinate a Gaza. È stato il giorno più sanguinoso nella storia di Israele. I numeri, per quanto enormi, raccontano solo una parte dell’orrore. L’attacco ha colpito deliberatamente comunità civili: case, strade, un festival musicale. Le indagini internazionali hanno documentato uccisioni di civili, rapimenti e violenze; inchieste successive hanno raccolto elementi credibili su stupri e altre forme di violenza sessuale.
Per Israele è stato uno shock esistenziale. Un Paese abituato a vivere sotto la minaccia del terrorismo e della guerra ha scoperto di essere stato colto di sorpresa proprio dove si riteneva più protetto. Nel terzo anniversario, il presidente Isaac Herzog ha trasformato quella ferita in una questione politica: «Il tempo trascorso non ci solleva dal dovere di indagare». Occorre, ha detto, capire «come sia potuto accadere». La domanda resta aperta. Le responsabilità del fallimento dell’intelligence e dell’apparato di sicurezza sono diventate uno dei nodi più controversi della politica israeliana. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha riconosciuto che le forze armate «hanno fallito nella loro missione di proteggere i cittadini d’Israele». Il premier Benjamin Netanyahu, invece, ha respinto le accuse rivolte alla propria leadership e si è opposto all’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente.
Il 7 ottobre ha aperto una frattura che attraversa anche il resto del mondo. Quasi subito il racconto dell’attacco è diventato terreno di scontro su come mettere in relazione la strage con la successiva devastazione di Gaza. Il filosofo francese Raphaël Enthoven ha fatto della precisione delle parole una delle sue battaglie. In una recente intervista al Foglio sostiene che una parte del dibattito abbia finito per «minimizzare la gravità degli eventi del 7 ottobre», enfatizzando invece la risposta israeliana. Una posizione fortemente controversa, soprattutto quando Enthoven denuncia quella che considera una trasformazione del linguaggio: chiamare “resistenza” ciò che comprende uccisioni di civili, rapimenti e violenze significa, nella sua lettura, alterare la natura stessa dell’evento.
Sul versante opposto, il dibattito internazionale è stato dominato dalla sofferenza palestinese provocata dalla guerra israeliana. A tre anni di distanza Gaza resta segnata dalla distruzione e da una crisi umanitaria enorme: secondo le autorità sanitarie locali citate da Reuters, il conflitto ha causato più di 74 mila morti. La memoria del 7 ottobre, dunque, non può essere separata dalle conseguenze che ne sono seguite. È su questo crinale che si colloca la dichiarazione diffusa oggi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ricorda l’«ignobile attacco» di Hamas contro i civili israeliani, i giovani colpiti mentre erano riuniti per una festa, le vittime uccise o rapite nelle loro case. E fissa un punto fermo: «Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati». Nello stesso testo Mattarella richiama le sofferenze che da allora gravano sui palestinesi, definisce di «intollerabile gravità» la devastazione provocata dalle operazioni militari israeliane a Gaza e chiede di fermare la spirale di violenza, nella prospettiva dei «Due Popoli, Due Stati». Con la vicinanza della Repubblica al popolo di Israele e alle famiglie delle vittime.
È proprio questa la difficoltà del ricordo. Non trasformare il dolore in una gara fra vittime. Non usare la sofferenza degli uni per cancellare quella degli altri. E non permettere che le parole diventino armi capaci di rendere invisibile ciò che è accaduto. Il 7 ottobre resta una ferita aperta nella storia contemporanea e una domanda che continua a interpellare tutti: che cosa accade a una società quando il trauma, la paura e il dolore diventano il filtro attraverso cui interpreta il mondo? Tre anni dopo, la risposta non è ancora arrivata.
Sebastiano Catte, com.unica 7 ottobre 2026
