Musiche di E. W. Korngold, F. Hensel Mendelssohn, V. Ullmann, R. Kahn eseguite da docenti ed allievi del Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma con la direzione artistica del Maestro Barbara Ferrara

Per il secondo anno consecutivo la Fondazione Giuseppe Levi Pelloni ha celebrato il Giorno della Memoria con la musica. L’evento è stato realizzato grazie alla prestigiosa Istituzione romana Casa di Goethe Museum e alla proposta confezionata da Barbara Ferrara e dalla pianista Marina Cesarale e ben riuscita grazie al virtuosismo del violinista Gabriele Valabrega, della violoncellista Mathilda Overlöper e alla voce del tenore finlandese Eero Lasorla.

Sono intervenuti con il loro saluto di benvenuto Gregor Lersch, Direttore della Casa di Goethe Museum, Andreas Krüger, Capo Ufficio Culturale & Scienza, Ambasciata della Repubblica Federale di Germania Roma, Pino Pelloni, Segretario Generale della Fondazione Giuseppe Levi Pelloni e il Maestro Barbara Ferrara.

Qui alcuni passaggi dell’intervento dello storico Pino Pelloni:

“… La Shoah, ossia lo sterminio di circa sei milioni di ebrei europei per mano dei nazisti e dei loro collaboratori, è da alcuni decenni al centro della riflessione pubblica dell’Occidente. A cavallo tra memoria e storia, tragedia privata e coscienza pubblica, la Shoah resta l’emblema della barbarie avvenuta nel cuore della civilissima Europa cristiana, e il nome di Auschwitz continua e a lungo continuerà a risuonare come ammonimento contro le ideologie razziste, le leggi antisemite e l’odio anti-ebraico.

Sono convinto che la Shoah rappresenti un fenomeno troppo complesso perché sia possibile racchiuderlo in un giudizio sintetico. Il genocidio ebraico non è certo l’unico inferno cui il secolo scorso abbia dato luogo (anche se non mi sembra casuale il fatto che il termine ‘genocidio’ sia stato coniato dal giurista polacco Raphael Lemkin nel 1943). Pur senza risalire nel tempo sino all’eccidio degli armeni (1894-1918), ricordo a voi che nei Lager nazisti furono sterminati anche gli zingari, i testimoni di Geova, i malati mentali, gli omosessuali.. i prigionieri politici e gli internati miitari. E poi ci furono gli inferni comunisti dei Gulag, ci furono i genocidi nell’Ucraina collettivizzata, ci furono le stragi perpetrate in Cambogia dai khmer rossi di Pol Pot. E poi, in tempi più vicini a noi, l’Europa è stata il teatro delle ignobili ‘pulizie etniche’ inscenate dai popoli balcanici, condannate retoricamente da tutti e ben presto dimenticate dai più. Ancora una volta, ‘pulizie etniche’ quali semplici incidenti di percorso. Ancora una volta, come già negli anni della Shoah, eventi catastrofici lasciati accadere in un clima di diffusa apatia e insensibilità.

Detto ciò, a mio parere il genocidio ebraico, compiutosi nel cuore stesso di quella cultura europea che era stata la culla della modernità, è e continuerà a essere la matrice fondamentale per la comprensione del nostro tempo storico. Evento rivelatore del contrasto tra il potere spaventoso degli uomini e la loro inettitudine a crescere sul terreno della civiltà, si porrà per sempre quale paradigma e testimonianza della millenaria follia del mondo.

Come vediamo anche in questi giorni, la storiografia della Shoah è chiamata a misurarsi con un’insidiosa politica di ‘alterazione della memoria’, attivamente presente su diversi fronti. È una politica che, passando attraverso un surrettizio uso di criteri analogici e l’annullamento di varie contrapposizioni del passato, può arrivare a un inaccettabile azzeramento della storia; è una politica i cui sostenitori più estremi (mi riferisco in particolare ai cosiddetti ‘negazionisti’) non esitano a dichiarare che i crimini contro l’umanità commessi dal regime nazista non hanno mai avuto luogo, e che a null’altro essi si riducono se non a un fantasioso parto della propaganda fatta circolare subito dopo la guerra dai vincitori del ‘45, con la complicità dell’’internazionale giudaica’.

Ma oggi, a oltre ottant’anni dagli eventi che sono sfociati nella Shoah, la diffusa impazienza con la quale ci si sforza di mettere in circolazione una cultura con connotazioni, insieme, ‘postfasciste’ e ‘postcomuniste’ reca in sé qualcosa di più pericoloso delle stesse argomentazioni confezionate dagli storici ‘revisionisti’. Il rischio maggiore è quello, a mio avviso, della banalizzazione storiografica, ossìa della facilità con cui vasti settori della coscienza europea (e cristiana), per costruirsi una sorta di ‘rete di protezione’ dai fantasmi inquietanti di un passato che si vuole rimuovere, elaborano modelli di interpretazione storica nei quali gli esiti più tragici dell’antisemitismo vengono isolati dalla loro lunga preistoria, fatti oggetto di una generalizzata semplificazione e infine relegati entro i confini dell’’episodio’ odioso, ma ormai concluso, del nazionalsocialismo. La Shoah, insomma, come mero incidente di percorso.”

Per quanto sublime possa essere l’arte di dimenticare, noi non possiamo praticarla”.  Queste parole di Gershom G. Scholem sono un monito a non lasciare che le memorie dello sterminio si inabissino nel rimosso della storia. Ne accolgo la necessità, insieme con l’auspicio e la convinzione che “solo conservando la memoria di un passato che per altro non potrà mai essere compreso veramente fino in fondo, potremo coltivare la speranza […] di una riconciliazione tra coloro che sono stati separati”. E ricordatevi sempre che il tempo non archivia… il tempo interroga!

Dalla nota di Marina Cesarale: “Cosa sopravvive quando tutto ciò che è umano viene negato? La musica, nel contesto della Shoah, non è stata solo una cronaca del dolore, ma un veicolo di trasformazione metafisica. Questa proposta concertistica esplora il concetto di “forma” di cui parlava Viktor Ullmann: la capacità dell’arte di prendere il caos brutale della realtà e trasfigurarlo in qualcosa di eterno, universale e profondamente spirituale. Il programma non segue un filo puramente cronologico, ma si muove per risonanze. Mette in luce come la musica sia stata il vettore attraverso cui l’essere umano ha proiettato la propria dignità oltre il filo spinato, trasformando la privazione materiale in una ricchezza interiore indistruttibile.

Attraverso il dialogo tra le opere composte nel silenzio dei campi e non, e la sensibilità dei linguaggi contemporanei, il concerto diventa uno spazio di riflessione astratta ma potentissima. La musica agisce qui come un ponte: trasporta l’ascoltatore dal particolare della tragedia storica all’universale della condizione umana. Non è solo un esercizio di memoria, ma un’esperienza di vigilanza sonora. In un mondo che tende a dimenticare, queste note diventano tracce di una storia incompiuta che continua a interrogarci, dimostrando che la bellezza – quando nasce dal rigore e dalla sofferenza – non è un ornamento, ma l’ultima, suprema forma di verità.

com.unica 31 gennaio 2026

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