Václav Havel, quando la verità diventa una forma di libertà
[ACCADDE OGGI]
Avrebbe compiuto 90 anni oggi, 5 ottobre. Scrittore, dissidente, presidente: la lezione di un uomo che trasformò la parola in una forma di resistenza e la politica in una responsabilità morale
Oggi, 5 ottobre, Václav Havel avrebbe compiuto novant’anni. Se n’è andato nel dicembre del 2011, eppure la sua voce sembra arrivare da un tempo molto più vicino di quanto dicano le date. Forse perché il mondo di oggi torna a misurarsi con le parole che hanno attraversato tutta la sua vita: libertà, verità, responsabilità, paura, dignità. Havel non le pronunciava da osservatore, ma da uomo che aveva pagato sulla propria pelle il prezzo della loro difesa.
Nato a Praga nel 1936 in una famiglia di imprenditori e intellettuali, con l’avvento del comunismo si ritrovò escluso, per la sua origine “borghese”, dai normali percorsi di studio. Fece l’apprendistato come tecnico di laboratorio chimico e, intanto, frequentava il ginnasio serale. Le facoltà umanistiche gli restavano chiuse: ripiegò su Economia, al Politecnico di Praga, che lasciò dopo due anni. Il teatro arrivò quasi da sé: prima come macchinista, poi come autore, al Na Zábradlí, dove andarono in scena le sue prime opere.
Per Havel la cultura non fu mai una fuga dalla realtà. Fu esattamente il contrario: il modo per entrarci dentro. Nel 1968 fu tra le voci della Primavera di Praga: sostenne la democratizzazione e protestò contro l’invasione sovietica. Poi venne la “normalizzazione”, con la censura, le opere proibite, la sorveglianza. Era la “grigia quotidianità totalitario-comunista”, come l’avrebbe definita, un tempo in cui la Cecoslovacchia diventava, nelle sue parole, “un’isola di silenzio, d’ingiustizia, di sistematica demoralizzazione”. Non si considerò mai semplicemente un oppositore. Il dissenso, per lui, nasceva da una responsabilità interiore. “Un uomo non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera”, scriveva: sono le circostanze e la coscienza a “inchiodarlo a questa posizione”.
Nel 1977 fu tra i promotori e i primi portavoce di Charta 77, la straordinaria comunità in cui si ritrovarono persone di convinzioni politiche e religiose diverse, unite da un’unica richiesta: il rispetto dei diritti civili e umani. Arrestato più volte, perseguitato, incarcerato – quasi quattro anni consecutivi tra il 1979 e il 1983 –, Havel non smise mai di scrivere. Nel 1978 scrisse Il potere dei senza potere, il saggio che forse meglio di ogni altro racchiude il suo pensiero: la forza del dissidente non sta nel conquistare il potere, ma nel sottrarsi alla menzogna. È qui che prende forma una delle sue idee più potenti: vivere nella verità. In un sistema fondato sulla finzione e sulla paura, anche un piccolo gesto di autenticità diventa un atto politico. Dire ciò che si pensa, sottrarsi alla liturgia della propaganda, non fingere di credere in ciò in cui non si crede: gesti in apparenza minimi, capaci però di incrinare un intero sistema.
Così Havel approdò alla politica quasi contro la propria vocazione. Nel novembre 1989 diventò il volto della Rivoluzione di velluto e, poche settimane dopo, il 29 dicembre, fu eletto presidente della Cecoslovacchia. Nel 1993 sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica Ceca. Ma anche al Castello di Praga continuò a diffidare di una politica ridotta a semplice tecnica del potere. La politica, per lui, era prima di tutto responsabilità verso gli altri. Nel discorso di Capodanno del 1990 la descrisse come “l’arte dell’impossibile”, cioè l’arte di “rendere migliori noi stessi e il mondo”.
Chi lo frequentò nei giorni della Rivoluzione di velluto ricorda un uomo lontanissimo dall’immagine del leader tradizionale. Lo storico Timothy Garton Ash, che lo conobbe da vicino, ne ha raccontato il sorriso, l’ironia, il gusto per la birra e per le chiacchierate informali. Nel pieno della rivoluzione, scrisse, Havel era al tempo stesso “regista, drammaturgo, direttore di scena e attore protagonista” del più grande spettacolo della sua vita. Ma la definizione forse più efficace Garton Ash l’ha trovata dopo la sua morte. Guardando all’Europa, e parafrasando Wordsworth, scrisse soltanto: “Havel! Europe hath need of thee”. L’Europa ha bisogno di te.
Difficile non ripensare oggi a quelle parole. Il mondo contemporaneo non è la Cecoslovacchia comunista, e sarebbe un errore tracciare equivalenze storiche. Eppure alcune tentazioni suonano sorprendentemente familiari: la propaganda, la manipolazione della realtà, la politica trasformata in spettacolo, la rassegnazione, il cinismo, la paura del diverso, la seduzione delle semplificazioni.
Havel ci ricorda che la democrazia non vive soltanto nelle istituzioni: vive nelle persone. E che la libertà non consiste solo nel poter scegliere, ma anche nel saper distinguere il vero dal falso e nell’assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Forse è questa la sua lezione più attuale. Non aspettare l’eroe che venga a salvarci. Non delegare sempre ad altri la difesa della libertà. Cominciare, piuttosto, da quel gesto in apparenza piccolo che Havel aveva imparato negli anni del dissenso: rifiutarsi di vivere nella menzogna.
A novant’anni dalla nascita, la voce di Václav Havel non appartiene più soltanto a Praga ma possiamo definirlo a pieno titolo una voce europea, e forse universale. Una voce che continua a ricordarci che, anche quando il potere sembra sconfinato, la libertà può cominciare da una sola persona che decide di dire la verità.
Sebastiano Catte, com.unica 5 ottobre 2026
