Le prime sindache nelle elezioni amministrative del 1946

Le celebrazioni degli ottanta anni dell’estensione del voto alle donne hanno riportato alla ribalta l’analisi della partecipazione politica delle italiane, mettendo in luce le barriere socio-culturali che hanno limitato a livello sostanziale il godimento formale dei diritti di elettorato passivo femminile. C’è sempre stata, e c’è tuttora, una maggiore attenzione per le Madri Costituenti, a scapito delle elette a livello locale, dove esse hanno assunto fin dall’immediato dopoguerra delle concrete responsabilità di governo nei Comuni.
Nella primavera (dal 10 marzo al 17 aprile) e nell’autunno (dal 6 ottobre al 26 novembre) del 1946, si tengono in Italia tredici tornate elettorali, durante le quali l’elettorato è chiamato al voto per selezionare il ceto politico municipale. L’apertura delle urne, nei 7.105 comuni coinvolti, decreta l’elezione di circa 150.000 consiglieri comunali, fra cui poco più di 2.000 donne, quasi tutte elette in regioni del Centro-Nord (Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte).
Le sindache espresse dai rispettivi Consigli comunali sono appena 13, quasi tutte elette in primavera, a distanza di qualche settimana dal voto, fatta eccezione per Ottavia Fontana – proclamata il 24 agosto, in seguito alle dimissioni di Francesco Bovalin, rassegnate per motivi di salute e professionali – ed Elsa Damiani Prampolini, che riceve il mandato il 24 novembre.
La cifra mostra chiaramente una sotto-rappresentanza femminile negli organi municipali, dovuta al numero limitato di candidate, alle quali vengano riservati gli ultimi posti, ma anche ad una campagna elettorale che, a differenza di quanto accade per i loro colleghi, non le supporta adeguatamente.

La Calabria e la Sardegna, a differenza di altre regioni, esprimono un numero superiore di amministratrici: rispettivamente tre (Caterina Pisani Palumbo Tufarelli, Ines Nervi Carratelli e Lydia Toraldo Serra) e due (Margherita Sanna e Giovanna ‘Ninetta’ Bartoli).
In Calabria, inoltre, si registra la prima elezione a sindaca in assoluto: quella di Caterina Pisani Palumbo Tufarelli, avvenuta il 24 marzo, che anticipa di una manciata di giorni il mandato della maggior parte delle sue colleghe ed in particolare della contessa Briseide Verrotti, sindaca di Pianella, in Abruzzo. La ricerca sulla Verrotti è stata fatta da Loris Di Giovanni nell’archivio storico del Comune di Pianella, come la comparazione con le date delle altre elette che ha permesso di darle il posto che giustamente merita nella sala delle donne alla Camera. Infatti Briseide Verrotti è la terza donna ad essere eletta Sindaca a soli 4 giorni dalle prime due. È peraltro la prima Sindaca d’Abruzzo.
Oltre la metà delle sindache sono democristiane, cui si affiancano quattro sindache comuniste e due socialiste: le prime si affermano in quei contesti territoriali, quali il Meridione e le isole, in cui la Democrazia Cristiana ottiene una notevole percentuale di consensi e presenta un’elevata capacità di aggregazione e mediazione degli interessi locali e nelle aree a «sub-cultura bianca», come il Veneto, mentre le comuniste e le socialiste prevalgono quasi tutte nelle zone a «sub-cultura rossa», dove una forte identità collettiva antifascista, legata alla Resistenza, porta al predominio elettorale dei partiti di sinistra, e in particolare del Partito comunista italiano.
Nel 2025 è stato pubblicato da Giuffrè il volume “Prime Cittadine, tra politica, diritti e mutamento sociale” del quale siamo le Autrici. Il testo indaga il momento in cui le italiane hanno varcato la soglia – quella più essenziale, ossia della gestione in prima persona della cosa pubblica – ricostruendo le biografie delle prime donne ad aver rivestito il ruolo di sindache, e in particolare di quelle tra loro che hanno governato per più di un mandato, laddove ciò comporta, oltre l’accesso al potere, anche la conservazione di esso. Non si tratta tuttavia di un’indagine prettamente storica, o comunque non solo. Piuttosto di un lavoro in cui la ricerca storica si intreccia con quella sociologica, ed entrambe sono complementari l’una all’altra, sulla scia di Peter Burke, che in un suo saggio, pubblicato negli anni Ottanta, analizza l’importanza della convergenza fra le due discipline.
La memoria delle prime sindache – che pure, nell’immediato dopoguerra, aveva fatto scalpore a livello nazionale per la novità rappresentata, l’importanza della barriera sociale infranta – sembrava essersi perduta attraverso gli ultimi decenni, forse in quanto troppo circoscritta (solo tredici donne su migliaia di omologhi maschili) per arrivare a diventare davvero un patrimonio comune; tuttavia, se oggi si è risvegliata, non è stato principalmente per interesse storico-scientifico, quanto piuttosto per una sollecitazione potremmo dire ‘politica’. L’allestimento a Montecitorio nel luglio del 2016 di una Sala delle donne, dove inserire tutte le prime volte in cui delle donne abbiano occupato una carica pubblica (a tutti i livelli, dal locale al nazionale), ha tirato fuori dall’oblio anche le amministratrici del 1946, in nome della rivendicazione di un’identità femminile in una politica ancor oggi dominata soprattutto dall’elemento maschile.
La celebrazione dell’80° anniversario del voto alle donne è dunque un momento per rinnovare la memoria di quell’epoca, ma è anche l’occasione per riflettere sulle mete ancora da perseguire nei vari contesti sociali, come sottolineò l’allora presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, promotrice dell’intera iniziativa.
Lucia Montesanti e Francesca Veltri, com.unica 18 marzo 2026
Lucia Montesanti è ricercatrice presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, dove insegna Sociologia dei fenomeni politici, Sociologia dei conflitti e Scienza politica. In precedenza, ha svolto attività di ricerca e di docenza presso l’Università della Calabria. Ha pubblicato diversi articoli e saggi su partiti politici, sviluppo locale, ceto politico, storia politica delle donne, tutori volontari legali e minori soli. Fra le sue ultime pubblicazioni: (con F. Veltri), Tra un mondo e l’altro. Minori non accompagnati e tutela volontaria, in Mondi Migranti, fasc. 3, pp. 143-164; Oltre la soglia nera. La metamorfosi della Destra italiana dal secondo dopoguerra a oggi, Giuffré, Milano 2025.
Francesca Veltri è professoressa associata di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale presso l’Università della Calabria. In precedenza ha svolto attività di ricerca e docenza presso l’Università di Firenze e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha pubblicato diversi articoli e saggi sui movimenti sociali, partecipazione politica femminile e violenza politica. Fra le sue ultime pubblicazioni: (con G. Barbieri, L. Montesanti), Per una storia del Movimento 5 Stelle incentrata sul nesso comunicazione-potere, in Società Mutamento e Politica, vol. 15, n. 29, 2024, pp. 189-198; L’obbedienza è (ancora) una virtù? Vincoli normativi e limiti sistemici dell’obbedienza, in Sociologia e ricerca sociale, 125, 2021, pp. 138-155.
