Padre Busa, il gesuita visionario che sfidò l’IBM e creò i presupposti per l’odierna intelligenza artificiale generativa
Il ricordo di un pioniere che cambiò il rapporto tra tecnologia e linguaggio molto prima dell’era di ChatGPT
Nel 1949 un giovane gesuita vicentino partì per New York con una valigia, un’idea e una fede incrollabile nella forza della ragione. Non andava in America per predicare né per studiare: voleva convincere le macchine a comprendere le parole. Sembrava una follia, un’impresa titanica in un’epoca in cui i computer erano enormi calcolatori che occupavano intere stanze e venivano impiegati solo per il calcolo numerico. Ma Padre Roberto Busa aveva intuito qualcosa che sarebbe diventato una delle fondamenta della modernità: anche il linguaggio umano può essere studiato come un insieme di dati, e riteneva che forse un giorno le macchine avrebbero potuto leggerlo e, in parte, ‘capirlo’. Padre Busa aveva trentasei anni. Seminario a Belluno, studi filosofici e teologici alla Gregoriana, una mente logica, ostinata e curiosa. Già da anni lavorava sull’opera omnia di San Tommaso d’Aquino e la analizzava a fondo interpretandola attraverso l’analisi linguistica, storica e critica, cercando di capire come certe parole – come in, intra, ratio, esse – racchiudessero interi sistemi di pensiero. Si era accorto che, per cogliere davvero il significato profondo dei testi medievali, non bastava leggerli: bisognava analizzare l’uso preciso delle parole, una per una, in tutti i loro contesti. Aveva cominciato a farlo a mano, compilando migliaia di schede: ne scrisse diecimila solo per la preposizione in. Poi capì che l’impresa sarebbe stata troppo grande per un uomo solo.
La soluzione, intuì, poteva arrivare grazie ai nuovi calcolatori che erano nati per esigenze belliche durante la II guerra mondiale e che in quegli anni cominciavano a diffondersi in ambito industriale. Così si presentò alla porta di Thomas J. Watson, il leggendario presidente e amministratore delegato dell’IBM. L’incontro ebbe luogo a New York nel quartier generale della multinazionale. Busa spiegò con calma la sua idea: usare le macchine IBM per analizzare automaticamente i testi latini di san Tommaso d’Aquino. Watson ascoltò con attenzione, ma alla fine scosse la testa. «Non è possibile», gli disse. «Lei pretende di far fare alle macchine qualcosa per cui non sono state progettate». Il progetto fu fatto esaminare dagli ingegneri IBM e anche per loro il verdetto fu netto: impossibile. Ma Busa non era uomo da arrendersi facilmente. Poco tempo dopo tornò nello studio di Watson con un foglio che aveva trovato nell’anticamera del fondatore di Big Blue. Era uno slogan pubblicitario della stessa IBM: “The difficult we do immediately; the impossible takes a little longer.” Il difficile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più di tempo. Busa lo posò sulla scrivania del magnate. «Glielo restituisco», disse con una calma quasi disarmante. «Perché non dice la verità». Watson rimase per un momento in silenzio. Poi sorrise, colpito dall’audacia e dalla determinazione di quel prete veneto. «Va bene, padre», rispose. «Ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che non cambierà IBM – International Business Machines – in International Busa Machines.» Iniziò osì una collaborazione destinata a durare trent’anni e a cambiare il rapporto tra tecnologia e linguaggio.
Il compagno di camerata che divenne Papa
Roberto Busa era nato nel 1913 a Vicenza, figlio di un capostazione. L’infanzia e l’adolescenza furono segnate dai continui spostamenti della famiglia sulle linee ferroviarie del Veneto e del Trentino. Di quell’infanzia semplice gli restò sempre la disciplina del viaggio e la curiosità per l’ordine nascosto nelle cose. Entrò molto giovane in seminario, a Belluno, dove ebbe come compagno di camerata un ragazzo tranquillo e sorridente, Albino Luciani, destinato a diventare Papa Giovanni Paolo I. Busa amava ricordarlo con affetto e ironia: “Le mattine d’inverno erano una prova di fede. Per lavarci dovevamo rompere con le mani il ghiaccio nella brocca dell’acqua. Io, ogni volta, rischiavo di perdere la vocazione per qualche minuto. Luciani invece rimaneva sereno, passava dieci minuti a leggere libri di devozione e sembrava non accorgersi del freddo.” Erano due nature diverse, ma accomunate da una spiritualità calda, concreta, e da un sorriso che cercava la verità anche nelle cose piccole. Quando, decenni dopo, Luciani salì al soglio pontificio, Busa ne parlò come di un modello di fede “fatta di chiarezza e di umanità, non di paura”.

Con Paolo VI e il Cardinale Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I
L’avventura dell’Index Thomisticus
Dal sogno con IBM nacque l’Index Thomisticus, una concordanza elettronica monumentale delle opere di San Tommaso. Più di dieci milioni di parole analizzate, 56 volumi, oltre sessantamila pagine. Busa inventò così un metodo nuovo: insegnò ai computer a riconoscere le parole, a ridurle alla loro forma base (il lemma), a raggrupparle per famiglie lessicali e a situarle nel loro contesto sintattico. Erano le prime pietre miliari di quella che oggi chiamiamo linguistica computazionale, in un certo senso la radice stessa dei moderni LLM, i modelli linguistici di grandi dimensioni in grado di comprendere e generare linguaggio naturale e altri tipi di contenuti per eseguire un’ampia gamma di attività che oggi sono alla base dell’intelligenza artificiale generativa e di strumenti come ChatGpt e Claude.

Mentre illustra i primi risultati del suo progetto nella sede di IBM a New York
Negli anni in cui lavorava al suo progetto, Busa stava in realtà anticipando anche altri interi settori chiave alla base della cultura digitale moderna: dal Natural Language Processing ai motori di ricerca, dalle concordanze automatiche ai traduttori digitali. Il sistema di collegamenti tra parole, testi e contesti che sviluppò anticipava la logica dell’ipertesto, quella rete di rimandi che oggi costituisce la struttura stessa del web. Quando negli anni Sessanta il termine “hypertext” fu coniato dall’informatico statunitense Ted Nelson, il gesuita veneto stava già lavorando da anni con strutture concettualmente simili. Se oggi possiamo cercare parole all’interno di immensi archivi digitali con un semplice clic, lo dobbiamo anche alla visione che Busa ebbe negli anni Quaranta. “È stato lui,” ricorda oggi in un’intervista a La Stampa Giovanni Ferrari, suo collaboratore e docente di linguistica computazionale, “a farci capire che i testi non sono mai linee chiuse, ma reti di connessioni: ogni parola, ogni frase si apre a un’altra, in un continuo intreccio di rimandi. Da lì nasce l’idea stessa di ipertesto e, in fondo, del web.” L’intuizione di Busa anticipava di mezzo secolo il funzionamento dei motori di ricerca: la capacità di saltare da un concetto all’altro attraverso parole chiave, creando mappe di significato. In un mondo dominato oggi da reti e algoritmi, quella visione risuona come una profezia compiuta.
Nonostante il suo lavoro pionieristico con le macchine, Busa rimase sempre prima di tutto un sacerdote e un filosofo. Non vedeva nella tecnologia una minaccia per la spiritualità, ma piuttosto uno strumento per comprendere meglio il pensiero umano. Amava dire: «Una mente che sappia scrivere programmi è certamente intelligente. Ma una mente che sappia scrivere programmi che ne scrivano altri si situa a un livello superiore di intelligenza». E in una delle sue riflessioni più suggestive aggiungeva: «Il cosmo non è che un gigantesco computer. Il Programmatore ne è anche l’autore». Era un modo per dire che la tecnologia non esaurisce il mistero dell’intelligenza. Può analizzare il linguaggio, ma non può esaurire il pensiero.
Negli anni Novanta, quando molti suoi coetanei avevano da tempo deposto penna e calamaio, Padre Busa insegnava intelligenza artificiale e robotica al Politecnico di Milano. I suoi studenti, ingegneri e informatici, restavano colpiti dalla vitalità di quel sacerdote quasi novantenne che parlava di linguistica e di computer come fossero parte della stessa creazione. “Ci sorprendeva la sua energia,” ricordva Giovanni Ferrari. “Era lo stesso entusiasmo che aveva da giovane, quando era immerso tra schede perforate grandi come le porte di casa.”
Morì nel 2011 a Gallarate (dove è sepolto), all’età di novantotto anni. Quando scomparve, molti giornali lo ricordarono come il gesuita che aveva insegnato ai computer a leggere. Oggi, nell’epoca degli algoritmi e dei grandi modelli linguistici, la sua figura appare ancora più sorprendente. ChatGPT, i sistemi di traduzione automatica, gli assistenti digitali: tutte queste tecnologie si basano su un presupposto che Busa aveva intuito quasi ottant’anni fa. Che il linguaggio umano, pur nella sua infinita ricchezza, possiede strutture che possono essere analizzate, catalogate e modellate.
Naturalmente le tecnologie contemporanee sono infinitamente più potenti dei calcolatori con cui lavorava negli anni Cinquanta. Ma la domanda originaria è la stessa. Può una macchina dialogare con il linguaggio umano? Padre Busa non avrebbe forse parlato di “intelligenza artificiale” nel senso moderno del termine. Ma avrebbe riconosciuto senza difficoltà il cammino iniziato con il suo progetto. Un cammino che parte da un laboratorio di filologia medievale e arriva fino ai modelli linguistici che oggi dialogano con milioni di persone. Forse proprio qui sta il fascino e la straordinarietà della sua storia. Un gesuita immerso nella filosofia medievale che contribuisce a inaugurare la rivoluzione digitale. Un filologo che dialoga con gli ingegneri dell’informatica. Un uomo di fede che anticipa alcune delle grandi trasformazioni tecnologiche del nostro tempo.
Quando nel 1949 bussò alla porta dell’IBM, Roberto Busa non stava semplicemente chiedendo ai computer di analizzare le parole di Tommaso d’Aquino. Stava aprendo una strada, che oggi percorriamo ogni volta che affidiamo alle macchine il compito di leggere, interpretare e (almeno in apparenza) comprendere il linguaggio umano.
Sebastiano Catte, com.unica 15 marzo 2026
*Le foto presenti in questo articolo provengono dall’archivio web di IBM
Note bibliografiche e link
Roberto Busa, Fondamenti di informatica linguistica, Milano, Vita e Pensiero, 1987. È il libro che descrive il metodo seguito per realizzare l’Index Thomisticus.
Roberto Busa, Quodlibet. Briciole del mio mulino, Milano, Spirali, 1999.
Roberto Busa, Dal computer agli angeli, Itaca – BVE, 2000. Contiene le lezioni tenute da padre Busa al Politecnico di Milano.
Roberto Busa, Rovesciando Babele, ossia tornare alle radici di ogni lingua, Spirali, 2006. Il volume contiene una bibliografia delle opere di Padre Busa.
La Civiltà Cattolica, Roma, giugno 2020, numero dedicato a Padre Busa, a cura di Antonio Spadaro.
Dal web:
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2011/08/11/news/padre-busa-il-gesuita-che-ha-inventato-l-ipertesto-1.36937011/ (Articolo de “La Stampa” di Andrea Tornielli)
https://centridiricerca.unicatt.it/circse/it/progetti/index-thomisticus-treebank.html
