Alcune riflessioni a partire da un’intervista allo psicologo sociale Jonathan Haidt, autore del bestseller The Anxious Generation

In un’epoca in cui la tecnologia promette connessioni istantanee e accesso illimitato alle informazioni, una domanda sempre più urgente attraversa il dibattito pubblico: stiamo sacrificando la mente dei più giovani sull’altare dei social media? È la domanda al centro di una recente conversazione pubblicata su The New Yorker, in cui il direttore David Remnick dialoga con lo psicologo sociale Jonathan Haidt, autore del bestseller The Anxious Generation. Il libro, uscito due anni fa, ha contribuito a cambiare radicalmente il modo in cui studiosi, genitori e responsabili politici guardano all’impatto delle piattaforme digitali sui bambini e sugli adolescenti.

Secondo Haidt, l’effetto dei social media non riguarda solo il benessere psicologico individuale. È qualcosa di più profondo: una trasformazione dell’ecosistema mentale dell’intera società. Il problema, dice, è che le grandi piattaforme hanno introdotto nella vita quotidiana dei ragazzi un dispositivo potente e invisibile: un sistema progettato per catturare e manipolare l’attenzione. Non si tratta semplicemente di “schermi”, come la televisione o il cinema. È qualcosa di qualitativamente diverso.

L’edizione italiana del libro, pubblicato da Rizzoli

«Quando dai a un bambino uno smartphone», spiega Haidt nell’intervista, «quello che gli dai è una macchina di condizionamento comportamentale».

Il paragone che usa è eloquente: il famoso “Skinner box”, il dispositivo usato negli esperimenti comportamentali con ratti e piccioni. In quel tipo di esperimento, l’animale riceve una ricompensa casuale dopo aver compiuto un’azione: premere una leva, per esempio. Il risultato è che l’animale continua a ripetere il gesto in modo compulsivo, nella speranza di ottenere una nuova ricompensa.

Secondo Haidt, gli smartphone funzionano esattamente allo stesso modo. Tocchi lo schermo e ottieni qualcosa: una notifica, un like, un nuovo video. Dopamina immediata. E ancora dopamina. Negli ultimi anni, l’argomento di Haidt è stato spesso liquidato da alcuni critici come una nuova versione della vecchia “panico morale” che accompagna ogni innovazione tecnologica. Anche Remnick lo ricorda nell’intervista: molti avevano reagito al libro con una certa ironia, come se si trattasse dell’ennesimo adulto che si lamenta dei giovani e dei loro dispositivi. Ma il clima oggi sta cambiando. Con l’accumularsi delle ricerche su ansia, depressione e isolamento sociale tra gli adolescenti, la tesi di Haidt ha acquisito sempre più peso.

I dati mostrano che il deterioramento della salute mentale dei giovani coincide con la diffusione massiccia degli smartphone e dei social media all’inizio degli anni 2010. E non si tratta soltanto di correlazioni statistiche: anche i ragazzi, interrogati nei sondaggi, dichiarano di sentirsi danneggiati da queste piattaforme.

Secondo diverse indagini citate da Haidt, tra il 20 e il 30 per cento delle ragazze afferma che i social media hanno peggiorato la propria salute mentale, mentre molti segnalano effetti negativi sul sonno e sull’autostima. Non è un dettaglio marginale: quando le stesse vittime indicano la causa del loro malessere, la questione smette di sembrare una semplice paranoia generazionale.

Ma per Haidt il danno più profondo non riguarda soltanto ansia o depressione. È qualcosa di più radicale: la distruzione della capacità di concentrazione. Nell’intervista, lo psicologo formula una diagnosi che ha fatto discutere molto: «Questa è la sovversione della capacità di prestare attenzione a livello di specie».

Il fenomeno non riguarda solo i ragazzi. Sempre più adulti confessano di avere difficoltà a leggere libri o a mantenere la concentrazione per lunghi periodi. Lo stesso Haidt racconta che, per riuscire a leggere un manoscritto, deve lasciare il telefono in un’altra stanza. La causa, spiega, è la logica della dopamina rapida.

Un bambino che costruisce una casa sull’albero, fallisce, riprova e alla fine riesce, sperimenta una soddisfazione lenta e profonda: ciò che Haidt chiama “slow dopamine”. È questo tipo di esperienza che costruisce la capacità di perseguire obiettivi nel tempo. I social media fanno esattamente il contrario. Ogni pochi secondi offrono una nuova ricompensa: un video, un meme, un commento. Il cervello si abitua così a una sequenza infinita di stimoli brevi e intensi. Risultato: la lettura di un libro diventa quasi insopportabile.

Uno degli studenti di Haidt gli ha confessato qualcosa che sintetizza perfettamente il problema: «Prendo in mano un libro, leggo una frase, mi annoio e vado su TikTok».

Di fronte a questo scenario, il dibattito non è più soltanto accademico. È diventato politico. Negli Stati Uniti è in corso una vasta azione legale contro le piattaforme digitali, mentre in altri paesi si stanno sperimentando nuove forme di regolamentazione.

Il caso più citato è quello dell’Australia, che ha introdotto una legge per verificare l’età degli utenti dei social media. Le piattaforme devono assicurarsi che gli utenti abbiano l’età minima richiesta, e non possono limitarsi a chiedere una semplice autocertificazione. L’obiettivo non è proibire la tecnologia, ma cambiare le norme culturali dell’infanzia.

Come spiega Haidt: «Stiamo cercando di cambiare le norme di un’intera società, le norme dell’infanzia». Parallelamente, molte scuole stanno adottando politiche di “phone-free school”, vietando l’uso dei telefoni durante l’orario scolastico. Gli effetti, raccontano insegnanti e presidi, sono sorprendenti: nei corridoi tornano le conversazioni, nelle mense si sente di nuovo il rumore delle risate.

Ma la sfida più grande potrebbe essere ancora davanti a noi. Perché mentre le società cercano di affrontare l’impatto dei social media, una nuova tecnologia si sta preparando a entrare nella vita quotidiana dei bambini: l’intelligenza artificiale conversazionale. Haidt teme che l’AI possa non solo catturare la nostra attenzione, ma anche “hackerare i nostri legami emotivi”, creando chatbot sempre più capaci di simulare amicizia, empatia e compagnia. Se i social media hanno conquistato la nostra attenzione, l’AI potrebbe conquistare le nostre relazioni.

Per questo Haidt considera la protezione dell’infanzia digitale la battaglia centrale della sua vita intellettuale. Non è una guerra contro la tecnologia. È una battaglia per difendere qualcosa di molto più fragile e prezioso: la capacità dei bambini di crescere lentamente, con attenzione, pazienza e relazioni reali. E in un mondo che scorre sempre più veloce sugli schermi, potrebbe essere la risorsa più rara di tutte.

com.unica 14 marzo 2026 (a cura di Sebastiano Catte)

Condividi con