Javier Cercas: «La guerra in Ucraina riguarda tutti noi europei»
In un’intervista a Le Monde lo scrittore paragona la resistenza ucraina alla guerra civile spagnola e rilancia il progetto di un’Europa federale contro il ritorno dei nazionalismi.
Di fronte alla guerra in Ucraina, Javier Cercas non sceglie le mezze misure. «È una guerra europea», afferma senza esitazioni, e come tale va letta, compresa e affrontata. Non solo per la sua collocazione geografica, ma per il suo significato storico e politico: uno scontro frontale tra democrazia e autocrazia che riguarda l’intero destino del continente. È questo il messaggio centrale che attraversa l’intervista pubblicata su Le Monde, nella quale lo scrittore spagnolo – tra le voci più autorevoli della narrativa e del pensiero civile europeo contemporaneo – intreccia memoria storica, analisi politica e visione culturale.
Nato a Ibahernando nel 1962, Javier Cercas è autore di romanzi-saggio che hanno segnato profondamente il dibattito sulla memoria del Novecento spagnolo ed europeo, da Soldati di Salamina a Anatomia di un istante. La sua scrittura si muove da sempre sul confine tra letteratura, storia e responsabilità civile. Non sorprende dunque che, di fronte al conflitto ucraino, Cercas rifiuti ogni neutralismo ambiguo e rivendichi apertamente una posizione che lui stesso definisce «europeismo estremista».
«Per me, l’Europa unita è l’unica utopia politica ragionevole che noi europei abbiamo inventato». E precisa subito che non usa il termine “utopia” nel senso di qualcosa di irrealizzabile, ma come progetto desiderabile e necessario. Un progetto nato dalle macerie di un continente che, per secoli, ha fatto della guerra il proprio vero sport nazionale. «Contrariamente a quanto molti pensano», osserva, «lo sport europeo per eccellenza non è il calcio, ma la guerra». Una frase che colpisce per brutalità e lucidità, e che introduce una lunga rievocazione delle catastrofi europee del Novecento: dalle due guerre mondiali ai totalitarismi, fino ai lager nazisti e ai gulag sovietici, con un bilancio di circa cento milioni di morti tra il 1914 e il 1945.
È proprio da quell’orrore, ricorda Cercas, che nasce il germe dell’Unione europea. Una scelta storica fondata su «saggezza, stanchezza e coraggio»: la convinzione che nulla di simile dovesse mai più ripetersi sul suolo europeo. Per questo lo scrittore sottolinea con forza il valore generazionale dell’esperienza europea: «Fino alla guerra d’Ucraina, appartenevo alla prima generazione di europei che non aveva conosciuto la guerra su scala continentale». Ma quella parentesi storica, avverte, si è ormai chiusa.
Cercas propone allora un parallelo destinato a far discutere: come la guerra civile spagnola degli anni Trenta fu il prologo della Seconda guerra mondiale, così la guerra in Ucraina rischia di essere l’atto iniziale di un conflitto più ampio. «È una guerra europea, come lo fu la guerra civile spagnola», afferma, chiedendosi apertamente se anche questa volta l’Europa stia assistendo a un preludio. Allora, ricorda, le democrazie europee abbandonarono la Repubblica spagnola nel tentativo di “placare” Hitler e Mussolini. Il risultato fu disastroso: quarant’anni di dittatura franchista e, subito dopo, la guerra mondiale.
Oggi, sostiene Cercas, lo schema si ripete in forme diverse. Da un lato c’è l’autocrazia, incarnata dalla Russia di Vladimir Putin; dall’altro, una democrazia europea che rischia di mostrarsi esitante, divisa, vulnerabile. «Come negli anni Trenta», osserva, «una guerra tra autocrazia e democrazia è in corso nel mondo, e oggi la prima linea del fronte si trova in Ucraina». Non è solo una metafora: è una constatazione politica. Le parole della premio Nobel Svetlana Aleksievič, citate da Cercas, risuonano come un monito: la Russia rappresenta «una minaccia per il mondo civilizzato», pronta a «tutto risolvere con la guerra».
Da qui l’urgenza di una scelta netta. Sostenere l’Ucraina non è solo un dovere morale, ma una lezione storica. «La principale errore delle democrazie europee negli anni Trenta fu abbandonare la Repubblica spagnola», ricorda Cercas. Ripetere quell’errore oggi avrebbe conseguenze altrettanto devastanti. E la situazione è resa ancora più complessa dall’atteggiamento degli Stati Uniti, che lo scrittore guarda con crescente preoccupazione. Un’America che, sotto la leadership di Donald Trump, «deriva talvolta verso l’autocrazia» e non appare più come il garante naturale dell’ordine democratico internazionale.
Per questo, secondo Cercas, l’Europa non solo può agire, ma deve farlo. E sa già cosa fare. Continuare il sostegno all’Ucraina, emanciparsi strategicamente dagli Stati Uniti, rafforzare il mercato unico, aumentare la competitività e soprattutto avanzare verso una vera unione politica. Il suo orizzonte è chiaro: un’Europa federale, capace di conciliare unità politica e diversità culturale, linguistica e identitaria.
Il nodo teorico centrale dell’intervista è infatti la critica radicale al nazionalismo. Cercas ne riconosce il ruolo storico emancipatore nell’Ottocento, ma ne denuncia l’evoluzione distruttiva nel Novecento. «Il nazionalismo», spiega, «si fonda sull’equazione tossica: una nazione = uno Stato = una lingua = una cultura». Un’idea che ha prodotto esclusione, violenza e, nelle sue forme estreme, fascismo. La risposta europea a quella deriva fu l’embrione dell’Unione; la risposta spagnola al franchismo fu uno Stato delle autonomie, «un federalismo che non osa dire il suo nome».
Nazionalismo o federalismo: per Cercas questo è il vero dilemma del nostro tempo. Il nazional-populismo contemporaneo – da Trump a Putin, con la Cina sullo sfondo – rappresenta l’ultimo sussulto di un paradigma destinato a fallire. L’alternativa è una «rivoluzione senza spargimento di sangue»: il passaggio da un pensiero fondato su identità esclusive e sovranità assolute a uno schema federalista basato su collaborazione e sovranità condivise.
Non è un’utopia ingenua, insiste Cercas, ma una necessità storica. Senza questa rivoluzione mentale e politica, una vera Europa unita resterà impossibile. E senza un’Europa unita, conclude implicitamente lo scrittore, la democrazia stessa rischia di soccombere di fronte alle nuove autocrazie. Un avvertimento che, più che letterario, suona come una chiamata alla responsabilità collettiva.
com.unica, 31 gennaio 2026 (a cura di Sebastiano Catte)
