Il coraggio della libertà: Kasparov e Matviichuk in dialogo sul destino dell’Ucraina

Dall’incontro tra l’ex campione del mondo di scacchi e l’attivista ucraina premio Nobel una riflessione sulla fragilità e sul valore universale della libertà. E l’avvertimento che la sopravvivenza dell’Ucraina non riguarda solo Kiev, ma il destino dell’intero ordine democratico.
Nell’eco cupa di un continente che sembra rivivere i fantasmi del Novecento, Garry Kasparov e Oleksandra Matviichuk hanno dato vita a un dialogo che è insieme cronaca di un presente di guerra e riflessione universale sul valore della libertà. L’uno, ex campione del mondo di scacchi e da decenni voce critica del regime di Vladimir Putin; l’altra, avvocata, attivista e direttrice del Centro per le Libertà Civili in Ucraina, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2022.
Il loro scambio, pubblicato da The Atlantic, è molto più di un’intervista: è un atto di testimonianza. Racconta la resistenza di un popolo, denuncia i crimini dell’occupazione russa e avverte l’Occidente del pericolo di dare per scontati i valori democratici.
Una vita quotidiana sotto assedio
Il dialogo si apre con una scena che rivela la normalità surreale in cui vivono milioni di ucraini. Matviichuk racconta a Kasparov un episodio di poche ore prima:
“Solo tre ore fa ho tenuto un webinar dedicato al problema dei civili detenuti illegalmente. Durante il webinar sono iniziati gli attacchi aerei, e ho dovuto scusarmi per andare in un rifugio antiaereo. Due razzi balistici hanno colpito non Kiev, ma Odessa. Solo tre ore fa, una persona è stata uccisa e otto sono rimaste ferite. Questa è la vita quotidiana in Ucraina. La guerra è una lotteria. Quando andiamo a letto, non abbiamo idea se ci alzeremo o meno la mattina dopo.”
Queste parole, crude e senza retorica, svelano la condizione di precarietà estrema che la popolazione ucraina affronta da anni. Non un’eccezione, ma una “nuova normalità”, come la definisce Matviichuk. Una normalità che consiste nell’adattarsi a un’esistenza sospesa tra vita e morte, con la consapevolezza che il nemico non mira solo a occupare territori, ma a cancellare identità e futuro.
Kasparov chiede a Matviichuk perché l’Ucraina non possa essere assimilata alla Russia, come sostiene la propaganda del Cremlino. La sua risposta si trasforma in una lezione di storia e memoria personale:
“Sono nata in una famiglia di lingua russa. La mia prima lingua è stata il russo e a scuola ho iniziato a studiare l’ucraino. Poi ho capito che non ero nata in una famiglia russofona, ma in una famiglia forzatamente russofona. La lingua madre di mio padre era l’ucraino, ma lui scelse di diventare medico. E tutta l’istruzione in Ucraina sovietica era solo in russo. La lingua ucraina era vietata. Se volevi fare carriera, dovevi parlare russo. Mio padre non è un combattente. Vuole solo essere normale. Così è passato dall’ucraino al russo. È così che funziona la politica di colonizzazione.”
Il passaggio dall’ucraino al russo, la perdita di una lingua madre per adattarsi a un sistema che considera “secondarie” cultura e identità, è per Matviichuk il cuore di un processo di cancellazione.
“La libertà, per noi, non è solo un valore di autodeterminazione. La libertà, per noi, è un valore che ci aiuta a sopravvivere.”
Queste parole condensano il senso di una resistenza secolare, che non riguarda solo l’invasione armata, ma l’intero disegno storico dell’impero russo e sovietico: la sistematica negazione delle identità nazionali.
2014: la frattura irreversibile
Per Matviichuk, la linea di separazione definitiva tra Ucraina e Russia si è tracciata nel 2014, con la “Rivoluzione della dignità”:
“Milioni di persone hanno alzato la voce e sono scese in piazza, manifestando pacificamente contro i governi autoritari corrotti filo-russi. Volevano costruire un Paese in cui i diritti di tutti fossero tutelati. È questo il futuro che ha unito persone diverse per religione, provenienza, esperienza personale. Tutti volevamo lo stesso futuro: democratico, pacifico e indipendente.”
È in quel momento, sostiene, che la paura di Putin si è fatta concreta. Non paura della NATO, come spesso si sostiene, ma della libertà.
“Putin non ha paura della NATO. Putin ha paura dell’idea di libertà. Ecco perché questa non è solo una guerra tra due Stati. È una guerra tra due sistemi: autoritarismo e democrazia.”
Uno dei momenti più forti del dialogo è la denuncia delle atrocità russe. Matviichuk ricorda l’uccisione dello scrittore per bambini Volodymyr Vakulenko, rapito e torturato durante l’occupazione di Kharkiv.
“Perché i russi hanno ucciso uno scrittore per bambini che scriveva bellissime storie in ucraino? La risposta è semplice: perché potevano farlo. L’occupazione russa non è solo cambiare bandiera. È sparizione, tortura, stupro, negazione della propria identità, adozione forzata dei figli, fosse comuni. L’occupazione non ferma la sofferenza umana. La rende invisibile.”
Queste parole inchiodano anche l’Occidente alle sue responsabilità. Matviichuk non dimentica il 2014, quando le sanzioni furono deboli e molti governi continuarono a stringere accordi energetici con Mosca:
“La comunità internazionale ha fallito il test di Putin. Hanno chiuso gli occhi. La Germania costruiva un gasdotto con la Russia. Facevano affari come al solito. Così, quando l’Occidente ha fallito il test nel 2014, Putin ha deciso: ‘Posso andare oltre’.”
Per Matviichuk, l’errore dell’Occidente è stato pensare che una guerra su larga scala fosse “irrazionale”. Ma la logica di Putin non è pragmatica, è storica:
“Non gli importa dell’economia o del popolo russo. Gli importa di come il suo nome sarà scritto nella storia. Vuole essere ricordato come colui che ha restaurato l’Impero sovietico. L’Ucraina, per lui, non è solo un obiettivo, ma uno strumento.”
È questo scarto di logiche a spiegare, secondo l’attivista, perché i negoziati o i “cessate il fuoco” non abbiano mai funzionato. Gli accordi di Minsk, ricorda, furono usati da Mosca solo per guadagnare tempo, riorganizzare l’esercito e preparare l’invasione del 2022.
Verso la fine del dialogo, Kasparov domanda se sia realistico un accordo di pace con Putin. La risposta di Matviichuk è netta:
“Putin si fermerà solo quando verrà fermato. L’unica lingua che i dittatori capiscono è quella della forza. Possono imitare il processo di pace, ma solo per ridurre le sanzioni e prepararsi meglio. È importante dimostrare che è impossibile per lui distruggere l’Ucraina e andare oltre.”
E ancora:
“Stiamo combattendo per qualcosa che non ha limiti nei confini nazionali. È la libertà. Paghiamo il prezzo più alto solo per questa possibilità: essere un Paese indipendente, preservare la nostra lingua, la nostra cultura, costruire un futuro democratico.”
Kasparov, raccogliendo queste parole, conclude che la lezione ucraina deve essere un monito per l’intero mondo libero:
“La libertà ha un prezzo, e bisogna essere disposti a pagarlo. Non ogni giorno, ma nei momenti cruciali della storia. E questo è ciò che l’Ucraina ricorda al mondo.”
A cura di Sebastiano Catte, com.unica 30 agosto 2025