[ACCADDE OGGI]

Il 28 luglio 1943 a Bari l’esercito di Badoglio posto a difesa della sede del Partito Nazionale Fascista sparò su un corteo di manifestanti che inneggiavano alla libertà esponendo cartelloni con le immagini del Re Vittorio Emanuele III e del capo del governo Pietro Badoglio. Vi furono venti morti che l’Associazione Nazionale Partigiani ricorda come vittime del fascismo.

Ci piace raccontare quel triste episodio avvenuto nell’Italia spezzata in due e senza guida con le parole del compianto scrittore e commediografo antifascista Vito Maurogiovanni tratte dal suo libro “La città e i giorni” (Progedit edizioni ottobre 2007):  

[…] Passavano intanto i giorni, i mesi. Giunse l’estate del 1943. Le scuole si chiusero a maggio: furono aboliti gli esami di Stato e tutti furono promossi. Molti ragazzi, delle classi più anziane, erano già andati sotto le armi. Per me ci voleva ancora un anno, per la chiamata di leva. Aumentavano le restrizioni e i bombardamenti. La sera, la città sembrava morta: pochi vi rimanevano; quelli che potevano si rifugiavano nelle campagne e nei piccoli paesi. Si vedeva solo qualche caffè aperto, con la pesante tenda blu sulla porta, per non far trapelare luce fuori.  Poi la radio annunziò, il 25 luglio, che il cav. “Benito Mussolini, Capo del Governo” s’era dimesso e, al suo posto,  il re aveva disegnato il “Maresciallo d’Italia cav. Pietro Badoglio”. Seguirono giorni d’attesa. Il quotidiano locale pubblicò un articolo in cui si diceva che il duce s’era sacrificato per il bene supremo della Patria: il suo era un esempio per tutti. Capivamo, però, che erano le solite cose, gonfie di retorica e di luoghi comuni, che si ripetevano ancora. Certo, eravamo ad una svolta…Fu proclamato il coprificuo: alle venti tutti gli italiani dovevano essere già nelle loro case. Noi ci fermavamo all’oratorio sino alle diciannove, al massimo alle diciannove e trenta: discutevamo in silenzio, partecipi di quell’atmosfera di ansiosa attesa ch’era calata sul Paese.  Fra noi c’era un giovane, di tre o quattro anni più anziano di noi, che si distingueva per la sensibilità, il buon senso, la bontà d’animo: si chiamava Gianni Squicciarini, e ci disse che, caduto Mussolini, erano venute meno le ragioni per continuare la guerra. Eppure Badoglio, prendendo possesso del governo, aveva solennemente proclamato: “La guerra continua”. Poi venne il 28 luglio 1943. Alcuni ragazzi vennero verso le nove, a casa: avevano saputo che ci sarebbe stata una grande dimostrazione. Noi dovevamo partecipare; questa volta nessuno ce lo comandava, la cosa era spontanea: dovevamo gridare la nostra fiducia nella libertà, nella fine della guerra, e soprattutto in favore del re, che pareva ora comandasse davvero lui; non c’era più il duce e i destini della Patria erano tornati nelle salde mani dei Savoia. Raggiungemmo il corteo che s’era formato vicino alla libreria Laterza e, con meraviglia, vedemmo molti compagni di scuola. nelle prime file c’erano i ritratti del re e di Badoglio, issati su lunghe pertiche. Qualcuno distributiva nastrini tricolori, che mettevamo all’occhiello della giacca. La folla aumentava sempre più e, al grido di “Viva il re” e Viva Badoglio”, i manifestanti s’avviarono verso il centro. Ogni volta che s’incontravano soldati e ufficiali, questi venivano calorosamente salutati. Al corso vittorio Emanuele il corteo si fermò dinanzi alla sede del gruppo rionale fascista “Riccardo Barbera”. Vedemmo entrare alcuni giovani nel portone; e poi, all’improvviso, apparvero al balcone del palazzo ed incominciarono a buttare sulla strada sedie, scrivanie, libri, giornali, circolari. Noi gridavamo ma la cosa ci faceva un curioso effetto: non avevamo fatto altro che discutere, in quegli anni, di “fascismo” e di “mistica fascista”, ed ora quei lanci inaspettati, quella furia inattesa…E poi eravamo abituati a quelle “altre manifestazioni”, dove non c’era furore di contestazione. Ma vedevamo, fra noi compagni di scuola, nomi che conoscevamo come Graziano Fiore, il figlio del professore perseguitato, i fratelli Antonio e Francesco S., che appartenevano ad una famiglia di grossi commercianti che operavano all’estramurale Capruzzi. C’era anche un professore delle scuole elementari, selvaggi, un lucano burbero ma dal cuore d’oro che veniva spesso a trovare il nostro maestro e parlava a lungo con lui. Essi non potevano essere che sinceri e nel giusto, come ci sentivamo noi… Poi sul balcone apparve un uomo dalla barba nera, gli occhiali spessi, il viso acceso che spiccava sul bianco dell’abito estivo. Ci dissero che era il prof. Fabrizio C., appena uscito di galera. Era uno degli antifascisti di Bari. Noi non li conoscevamo: sì, avevamo sentito parlare contro il “regime” nelle nostre case, ma uno che organizzasse effettivamente il movimento di rivolta non lo avevamo mai visto. Il professore, intanto, voleva parlare: levò le mani in alto per comandare il silenzio, ci fecero segno di stare zitti anche altre persone che lo avevano raggiunto sul balcone. Il chiasso, però, era enorme ed il corteo si ributtò di nuovo su via Sparano, la via principale della città, dove i negozianti si affrettavano ad abbassare le saracinesche dei loro magazzini. E si diresse, deciso, verso la sede della federazione fascista. Qui fu fermato, fra il cinema Umberto ed una pasticceria, da una fila di soldati, elmetti in testa, sottogola neri, minacciosi moschetti con le baionette inastate.  La folla premeva e i solfati puntarono le armi: i dimostranti alzarono di più i ritratti del re e di Badoglio e cantarono più forte: “Fratelli d’Italia…” L’ufficiale che comandava la truppa incominciò a parlare con un giovane bello, in maniche di camicia, che, ad un tratto, si scoprì il petto e disse: “Fareste fuoco sugl’Italiani come voi?”  Poi, non sono come successe, sentimmo sparare, i soldati avanzarono terribili facendo fuoco, i canti tacquero, s’incominciò ad urlare; i primi ragazzi caddero ed io rimasi sotto due, tre persone ferite. Le schegge saltavano, secche, i ragazzi piangevano, un sangue caldo mi incominciò a colare sul volto, sulla giacca. Nella ressa avevo perduto una scarpa e, sotto i feriti, cercai di ritrovarla: come avrei potuto tornare a casa scalzo? Ma il fuoco continuava sulla gente che ora era già a terra, muta nella morte o dolente per le ferite. Vedevo la pubblicità del cinema Umberto, immagini di donne e di uomini felici, e pensavo ai miei, al professore delle elementari: poi ci fu una pausa del fuoco, tremenda. Mi alzai piano, scostando i giovani sopra di me che si lamentavano. Vidi anche altri che si alzavano e scappavano. Feci lo stesso, anche se avevo un dolore alla spalla e sentivo che ora mi avrebbero sparato alla schiena. Non successe niente: svoltai l’angolo e, seguito da un altro ragazzo, fuggii. Si aprì la porta di un negozio, quello dell’ing. Banfi, all’angolo di piazza Umberto, e un operaio ci tirò dentro. Eravamo tutti insanguinati, sentimmo pure espressioni di pietà; ci portarono nel gabinetto, ci lavarono. La spalla mi bruciava sempre. Poi ci dissero di andarcene subito a casa, subito. Intanto era suonato l’allarme; noi uscimmo, ma non volevamo lasciare il luogo e ci rifugiammo in un portone che trovammo aperto, in via Crisanzio n. 6, dietro la grata dell’ascensore.

Ci sentivamo sicuri lì, come in casa, e l’oscurità del portone ricordava certe penombre casalinghe durante i temporali. Incominciarono a passare, diretti al “pronto soccorso” dell’ Università, carrozze e barelle e semplici traini a mano, che portavano i morti e i feriti della dimostrazione. Vedemmo il professore C. su un trainetto, con le gambe penzoloni, il bianco vestito estivo insanguinato e che invitava, calmo, i suoi portatori

ad andare piano. E vedemmo i morti: il prof. Selvaggi, Graziano Fiore bianco come un cencio, il mio compagno di scuola De Girolamo. Guardavamo muti, accasciati, frementi: passarono nugoli di agenti in borghese che portavano bandiere, ritratti di Badoglio e di Vittorio Emanuele, scarpe, giacche. Suonò il cessato allarme. Il mio compagno si mise a singhiozzare. Passò, lenta, una filovia: io ed il ragazzo ci guardammo  e ci abbracciammo, all’improvviso, piangendo una pena antica. Poi lui prese la via della stazione, io salii sul filobus, togliendomi la giacca insanguinata. Il tranviere mi guardò incuriosito; cercai di essere disinvolto, ma piangevo e le lacrime mi scendevano sul volto, sulla camicia. Passando a poca distanza dalla federazione del fascio, scorgemmo i vigili del fuoco che, con una potente pompa, cancellavano dalla strada le macchie di sangue.  Sulla finestra principale, al primo piano, brillava la scritta: VIVA IL DUCE”.

(Franco Seccia, com.unica 28 luglio 2017)

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