[ACCADDE OGGI]

San Miniato è uno splendido paese della Val d’Arno alle porte di Pisa con l’aria buona e salubre e quell’odore intenso proveniente dalle decine di cantine sparse tra le invitanti stradine del centro storico che inebria i sensi con i sapori del Sangiovese, del Colorino, del Canaiolo, della Malvasia Nera e del Trebbiano. Impensabile che la guerra attraversò anche queste contrade che per natura fanno pensare alla pace e alla quiete. Ma non fu così. La guerra, e che guerra, arrivò anche qui con la sua aria nefasta di morte e di tragedie.

Nessun luogo dava sicuro riparo da quegli orrori, non le cantine, non le vecchie case e nemmeno le fattorie isolate di campagna dove era sempre più probabile incontrare militari e partigiani delle opposte fazioni che quando la guerra stava per giungere al suo epilogo se le suonarono di santa ragione privi oramai di ogni rispetto per l’ambiente, per gli uomini e perfino degli animali. Alla fine sembrò al Vescovo ma anche alle truppe germaniche in ritirata che il luogo più sicuro potesse essere la bellissima Chiesa Cattedrale dove si riunirono un centinaio di persone mentre infuriavano i combattimenti tra gli americani che avanzavano e i tedeschi in ritirata. Purtroppo proprio quel luogo, la Cattedrale di San Miniato si rivelò affatto sicuro e mentre le persone lì assiepate, donne e uomini, anziani e giovani e persino ragazzini, erano intenti a pregare tutti i Santi del Paradiso e particolarmente San Miniato il santo che, secondo la leggenda, scampò a innumerevoli torture fino al punto che una volta decapitato si riprese la sua testa e se la infilò sotto il braccio, una granata di quelle a scoppio ritardato e fortemente deflagrante raggiunse il centro della Cattedrale e esplodendo rubò la vita a 55 persone ma forse furono sessanta e più se si tiene il conto di quanti morirono tra infinite sofferenze nei letti degli ospedali di zona.

Questi i fatti di quella tremenda strage su cui senza alcun rispetto per quei poveri corpi straziati l’odio e la politica inscenarono un macabro balletto sulle responsabilità di quell’eccidio. Una folle danza scolpita sui marmi di lapidi apposte sulla facciata del Comune di San Miniato, prima una, poi un’altra e alla fine entrambe tolte per essere portate in altro luogo, quello della “memoria”.

E per memoria è bene rileggere quelle lapidi. Sulla prima posta nel 1964 a distanza di venti anni dall’eccidio si legge: “Questa lapide ricorda nei secoli il gelido eccidio perpetrato da tedeschi il 22 luglio 1944 di sessanta vittime inermi, vecchi, innocenti perfidamente sollecitati a riparare nella Cattedrale per rendere più rapido e più superbo il misfatto. Non necessità di guerra ma pura ferocia propria di un esercito impotente alla vittoria perché nemico di ogni libertà, spinse gli assassini a lanciare micidiale granata nel Tempio maggiore. Italiani che leggete perdonate ma non dimenticate”. Sull’altra lapide apposta nel 2008 accanto a quella del 1964 si leggono queste parole dettate da Oscar Luigi Scalfaro: “Sono passati più di 40 anni dallo spaventoso eccidio del 22 luglio 1944 attribuito ai tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità di quell’eccidio è delle forze alleate. La verità deve essere rispettata e dichiarata sempre. È anche verità che i tedeschi responsabili della guerra e delle ignobili e inique rappresaglie con la complicità dei repubblichini proprio in questa terra avevano seminato tragedie e morte. È la guerra proprio per questo la Costituzione Italiana proclama all’art. 11 l’Italia ripudia la guerra”.

Adesso dopo quasi dieci anni le due controverse lapidi sono state tolte dalla facciata del Comune di San Miniato non senza polemiche. Il Sindaco ha assicurato che saranno ricollocate una accanto all’altra nel luogo prescelto per la memoria. Chissà cosa scriveranno in quel luogo. Non spetta a noi dare suggerimenti e volentieri ci asteniamo dal farlo anche se la tentazione è fortissima. Possiamo e dobbiamo solo augurarci che la pietà cristiana per quelle povere vittime prevalga sulle ideologie dell’odio che non conoscono limiti, nemmeno quello del ridicolo.

(Franco Seccia/22 luglio 2016)

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