Sala gremita alla Biblioteca Satta di Nuoro per la presentazione del libro sulla Regola pastorale di Gregorio Magno curato da don Alessandro Cossu

Le note di Gregorius ortus Roma si levano nell’Auditorium della Biblioteca Satta di Nuoro mentre si occupano le ultime sedie. È mercoledì 14 ottobre e la sala è piena per un pontefice morto quattordici secoli fa: Gregorio Magno, papa dal 590 al 604. A riportarlo al centro della scena è don Alessandro Cossu, curatore per le Edizioni Nerbini del volume Gregorio Magno. Regola pastorale, primo titolo della collana Nerbiniana Subsidia.

Don Cossu è parroco di San Teodoro Martire a San Teodoro, docente di Patrologia e direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Euromediterraneo di Sassari e Tempio-Ampurias. Al tavolo dei relatori siedono con lui don Stefano Paba, parroco di San Domenico Savio a Nuoro e dottore in Teologia del matrimonio e della famiglia, e Mons. Gian Franco Saba, arcivescovo Ordinario militare per l’Italia e patrologo. Coordina la giornalista Giovanna Pittalis.

La serata è organizzata da Rosas 1945 Eventi. In apertura portano i saluti il patron Fabio Rosas e la prefetta di Nuoro, la dott.ssa Alessandra Nigro. Le conclusioni sono affidate al vescovo di Nuoro e Lanusei, Mons. Antonello Mura. L’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Nuoro – rappresentato in platea dal sindaco Emiliano Fenu – e della collaborazione di Sirius, Vigilanza La Nuorese e UP Lavoro. A scandire i momenti della serata è il Complesso Vocale Anastéa di Nuoro, che dopo il canto gregoriano d’apertura intona la sequenza Victimae paschali laudes. Un filo musicale tutt’altro che casuale: il canto che porta il nome di Gregorio accompagna la riscoperta del suo pensiero.

Don Cossu: «Per ogni persona ha la parola giusta»

Per don Cossu, Gregorio è un compagno di strada fin dai tempi del seminario. Il libro nasce dalla sua tesi di dottorato, sviluppata negli anni accanto agli incarichi affidatigli dalla diocesi. «Per me è stato un percorso apripista», racconta, «a cui spero seguiranno altre monografie e riflessioni».

Il cuore della ricerca è filologico. Don Cossu ha confrontato il testo tramandato con le varianti del Codex Trecensis, un manoscritto del VII-VIII secolo. Secondo una tradizione, quelle correzioni sarebbero state vergate dallo stesso Gregorio poco prima di morire. L’analisi smentisce questa ipotesi: a intervenire fu uno scriba di età carolingia, incaricato per volere di Carlo Magno di uniformare alla Vulgata di san Girolamo le citazioni bibliche che il papa aveva tratto da altre versioni latine. Dalla filologia il curatore passa presto all’uomo. Gregorio, spiega, è un aristocratico romano che conosce il potere e le sue tentazioni prima di scegliere la vita monastica. Vorrebbe restare nella preghiera, ma la Chiesa lo chiama ad assumere incarichi sempre più gravosi. Anche a Costantinopoli, dove rappresenta il papa, si circonda di monaci per non smarrire sé stesso. La vera grandezza – è la lezione che don Cossu ne ricava – nasce dall’amore per Dio, non dalle seduzioni del mondo. Da qui l’attualità della Regola. Nata per vescovi e governanti, è diventata un testo prezioso per chiunque abbia responsabilità educative: genitori, insegnanti, catechisti, dirigenti. «È un’opera insieme psicologica, pedagogica, morale e spirituale», sottolinea don Cossu, che riassume il segreto del suo autore in una frase: «Gregorio per ogni persona ha la parola giusta».

Monsignor Saba: un costruttore di pace tra i popoli

Se don Cossu ha raccontato il pastore, mons. Gian Franco Saba ha allargato lo sguardo allo statista. L’arcivescovo ha collocato Gregorio nel suo tempo: la tarda antichità, con le istituzioni imperiali in frantumi, i Longobardi alle porte di Roma e la cultura classica al confronto con il Vangelo. In quel passaggio d’epoca, ha spiegato Saba, il vescovo di Roma deve misurarsi con enormi questioni sociali e diplomatiche. Gregorio lo fa attraverso le lettere e la Regola pastorale, fondendo il rigore del diritto romano con l’etica evangelica. La sua ricetta per risolvere i conflitti tra popoli e culture è una «volontà di pace attiva»: chiedere a ciascuna parte di rinunciare a qualcosa in nome del bene comune.

È qui, secondo l’Ordinario militare, che il papa del VI secolo anticipa la moderna dottrina sociale della Chiesa. La fede diventa uno strumento concreto di governo, di relazioni internazionali e di costruzione della pace. Pronunciato da chi guida la diocesi dei militari italiani, in un tempo segnato da guerre vicine, il richiamo non suona come semplice erudizione.

Don Paba: un pastore che forma i pastori

Don Stefano Paba ha guidato il pubblico alla scoperta del testo. Attraverso l’analisi della struttura, del lessico e delle fonti storiche, ha mostrato quanto Gregorio ritenesse decisive la preparazione rigorosa e la condotta esemplare del clero: prima di guidare gli altri, il pastore deve formare sé stesso. Ha ricordato anche le grandi riforme del pontificato, in campo liturgico, missionario e amministrativo. Tutte, ha sottolineato, nascono dal medesimo desiderio: condurre le anime a Dio. Ha infine richiamato il saggio introduttivo, che approfondisce il metodo esegetico e spirituale del santo, fatto di allegorie e immagini bibliche che hanno nutrito la fede cristiana per tutto il Medioevo.

Il libro: un manuale di «medicina dell’anima»

Già in libreria, il volume propone una nuova traduzione italiana della Regola pastorale, preceduta da un ampio saggio introduttivo. Il curatore ricostruisce la vita del pontefice, colloca l’opera nel contesto dei suoi scritti e illustra l’indagine sul Codex Trecensis. Gregorio scrive la Regola intorno al 590, subito dopo l’elezione a papa. Nell’introduzione, don Cossu osserva che rispetto alla tradizione risulta innovativa «l’ampia riflessione dedicata alle qualità personali e alle modalità di esercizio richieste a chi è chiamato a reggere l’ufficio pastorale». Per tutto il Medioevo il testo sarà un manuale di formazione per i vescovi, tradotto ben presto anche in greco e in anglosassone.

L’opera si articola in quattro libri:

  1. Chi può guidare. Le qualità morali e spirituali richieste a chi assume responsabilità sugli altri.
  2. Come vivere. La condotta della guida, in equilibrio tra autorità e accoglienza, ascolto e fermezza.
  3. Come parlare. Il cuore del trattato: decine di coppie di caratteri opposti, dai timidi agli sfacciati, dai taciturni ai loquaci, dai pazienti agli impazienti. A ciascuno occorre rivolgere una parola diversa.
  4. Come restare umili. Chi si prende cura degli altri deve esaminare costantemente sé stesso e riconoscere i propri limiti.

È soprattutto il terzo libro a sorprendere il lettore di oggi. Gregorio concepisce la cura pastorale come una relazione d’aiuto: il pastore è un «medico dell’anima», chiamato a cercare le cause profonde di un comportamento anziché fermarsi al giudizio esteriore. Non a caso la Regola è considerata uno dei primi trattati di psicologia applicata in Occidente. Molte intuizioni anticipano la comunicazione empatica, il counseling e persino la supervisione oggi richiesta a chi si confronta con le fragilità altrui.

Chi era Gregorio Magno

Dal palazzo al chiostro. Nato a Roma intorno al 540 in una famiglia patrizia, figlio di Gordiano e Silvia, Gregorio diventa praefectus urbi verso il 573, il più alto incarico civile della città. Poi lascia tutto e trasforma la casa paterna sul Celio nel monastero di Sant’Andrea. Pelagio II lo ordina diacono e lo invia come proprio rappresentante a Costantinopoli, dove rimane fino al 586-587.

Un papa nell’emergenza. Eletto controvoglia il 3 settembre 590, Gregorio si trova davanti una Roma stremata: i Longobardi la minacciano, il Tevere è esondato e la peste ha appena ucciso il predecessore. Organizza i soccorsi, distribuisce grano e riordina i patrimoni della Chiesa per sfamare i poveri e proteggere i coloni dagli abusi. Tratta direttamente con i Longobardi fino alla tregua del 598. In un tempo «disastroso, anzi disperato», osservò Benedetto XVI, «seppe creare pace e dare speranza».

Lo sguardo sull’Europa. Invia Agostino e quaranta monaci a evangelizzare l’Inghilterra, dialoga con Visigoti e Franchi e rispetta le diverse tradizioni liturgiche locali. Nell’introduzione al volume, don Cossu vede nella tolleranza verso la corte longobarda «una prova eloquente della sua capacità di coniugare fermezza dottrinale e realismo politico».

Le opere. Oltre alla Regola pastorale, Gregorio scrive i Moralia in Iob, commento morale al libro di Giobbe; le Omelie sui Vangeli e su Ezechiele; i Dialoghi, il cui secondo libro è la principale fonte su san Benedetto; e un epistolario di oltre 800 lettere, il Registrum. Alla sua cura per la liturgia è legato il canto che porta il suo nome: il gregoriano.

Servo dei servi. Amava firmarsi servus servorum Dei, titolo ancora oggi conservato dai papi. Per Benedetto XVI non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire». Muore il 12 marzo 604 ed è sepolto in San Pietro. È santo e dottore della Chiesa; la sua festa si celebra il 3 settembre.

Perché parla all’oggi. Un uomo di governo che rifiuta i titoli altisonanti, affronta epidemie e popoli in movimento, cerca la pace trattando con il «nemico» e chiede ai capi, prima di tutto, di esaminare sé stessi. «Gregorio ha scritto con il sangue del suo cuore», disse Benedetto XVI, «e perciò ancora oggi parla a noi».

Un’eredità da custodire

A chiudere la serata è il vescovo di Nuoro e Lanusei, Mons. Antonello Mura, che raccoglie i fili degli interventi. Poi torna il Complesso Vocale Anastéa, con l’Ubi caritas di Duruflé, e la sala resta in ascolto fino all’ultima nota. «Dove c’è carità e amore, lì c’è Dio», recita il testo. È forse la sintesi più fedele della Regola pastorale: guidare gli altri è anzitutto un servizio, che comincia dall’ascolto della persona che si ha davanti. Quattordici secoli dopo, a Nuoro, il papa capace di trovare «per ogni persona la parola giusta» ha ancora qualcosa da dire.

Sebastiano Catte, com.unica 17 ottobre 2026

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