Il luogo dove Ovidio fu esiliato non stava sul Mar Nero, ma molto più a Nord
La versione italiana di uno studio di Felice Vinci pubblicato dalla rivista scientifica internazionale “Journal of Anthropological and Archaeological Sciences”
Introduzione
Il presente articolo propone una identificazione del tutto inedita del luogo in cui il poeta latino Ovidio (43 a.C. – 18 d.C.) nell’anno 8 d.C. fu mandato in esilio dall’Imperatore Augusto. Finora si è sempre ritenuto che tale località, da lui chiamata Tomi, si trovasse sul Mar Nero e corrispondesse all’attuale città di Costanza, situata vicino al delta del Danubio in Romania. Invece qui – basandoci su ciò che Ovidio racconta nelle opere scritte nel corso dei quasi dieci anni trascorsi in esilio prima della sua morte, in cui descrive in dettaglio le caratteristiche di quel luogo – cercheremo innanzitutto di dimostrare che tale radicata convinzione è errata, per poi verificare che vi è un solo territorio che corrisponde da un lato a tutte le sue indicazioni, dall’altro ad una singolare caratteristica, tramandataci da Erodoto, del fiume presso il quale fu relegato. Si tratta del delta della Neva, che sbocca all’estremità orientale del Golfo di Finlandia.
I problemi della localizzazione dell’esilio di Ovidio sul Mar Nero
Leggiamo innanzi tutto un passo tratto dalla prima delle opere (Tristia, Ibis, Epistulae ex Ponto, Halieuticon) scritte da Ovidio durante il suo esilio, in cui il poeta ci mostra come quel luogo si presentava durante l’inverno:
“Quando il triste inverno mostra il suo tetro volto e la terra si imbianca di brina marmorea, mentre Borea e la neve si preparano ad abitare sotto l’Orsa, allora queste genti appaiono oppresse dal polo che le fa rabbrividire. La neve si deposita, ma il sole e la pioggia non la sciolgono, poiché Borea [il vento del nord] la indurisce e la rende perpetua (…) La violenza di questo vento quando si scatena è tale da abbattere alte torri e portare via tetti schiantati. Con pelli e calzoni cuciti essi si proteggono da un freddo tremendo, e di tutto il corpo rimane scoperto soltanto il viso. Spesso i loro capelli scossi tintinnano per i ghiaccioli pendenti e la barba brilla candida per il ghiaccio rappreso; il vino resta solido fuori dal vaso conservando la forma del recipiente, e così essi non bevono sorsi ma pezzi di vino. E che dire dei ruscelli che si congelano bloccati dal freddo? (…) Lo stesso Hister, che è largo quanto il fiume dove crescono i papiri e che si mescola al vasto mare attraverso molti sbocchi, congela quando i venti ne solidificano le onde azzurre, e serpeggia verso il mare con le sue acque imprigionate dal ghiaccio; e dove prima passavano le navi, ora si va a piedi e lo zoccolo del cavallo batte sulle onde rese solide dal gelo; e attraverso questi nuovi ponti sotto cui scorrono le onde i buoi sarmatici trainano i carri dei barbari (…) Ho visto un vasto mare reso solido dal ghiaccio, mentre una lastra scivolosa imprigionava le acque immobili. Ma non mi bastava guardare: ho camminato al di sopra delle onde sul mare ghiacciato, e i piedi mi sono rimasti asciutti (…) Allora nemmeno i delfini, imprigionati dal ghiaccio, possono balzare nell’aria; e per quanto il vento del nord rumoreggi agitando le ali, nell’immobile gorgo non si muoverà nemmeno un’onda; le navi bloccate dal gelo restano come impietrite, e il remo non potrà fendere le acque ghiacciate. Ho visto pesci intrappolati nel ghiaccio: alcuni di essi erano ancora vivi” [2].
Riassumendo, a detta di Ovidio il luogo del suo esilio si trovava presso il delta con “molti sbocchi” – che in un altro passo viene chiamato septemplicis, “con sette rami” [3] – di un grande fiume, chiamato Hister, la cui larghezza è addirittura paragonabile al fiume dove cresce il papiro (cioè il Nilo) e che d’inverno ghiaccia, così come si congela il mare circostante, al punto che lo spessore del ghiaccio consente il passaggio di carri trainati dai buoi. Il fenomeno era ricorrente nel corso degli anni: “Da quando io sono nel Ponto, tre volte l’Hister è gelato, tre volte l’onda del Mare Eusino si è solidificata” [4]. Al riguardo, è importante sottolineare che nelle opere scritte da Ovidio durante l’esilio il tema del gelo invernale ritorna continuamente, con una insistenza quasi ossessiva, come uno dei principali motivi della sua afflizione. Va altresì sottolineato che il poeta spesso si sofferma su dettagli realistici al punto da poter escludere che si tratti solo del frutto della sua immaginazione.
Quanto al fiume Hister, Ovidio talvolta lo chiama anche Danuvius (Danubio), il cui delta sul Mar Nero, nei pressi della città rumena di Costanza, corrisponde all’antica Tomi e pertanto è da sempre associato al luogo del suo esilio (Fig. 1).

Fig.1 Statua di Ovidio a Costanza
Il fiume Hister nel mondo greco era chiamato Istros (Ἴστρος), menzionato da Erodoto (c. 484 – c. 425 BC) nelle sue Storie. Per inciso, il nome Istros-Hister deriva da una radice che forse si ritrova anche nell’antico nome del Dnestr (Danaster in latino) ed è affine al sanscrito iṣiras ‘veloce’, dal protoindoeuropeo *isro-, *sreu “scorrere” [5].
Però a questo punto occorre dire che il gelido quadro invernale spesso evocato da Ovidio è assolutamente incompatibile con il clima del Mar Nero, ed in particolare della regione attorno a Costanza, che si trova alla latitudine di 44° (la stessa di Genova) e “presenta un clima subtropicale umido (…) Qui l’inverno arriva molto più tardi rispetto alle zone interne e il clima di dicembre è spesso mite, con massime comprese tra 8 e 12 °C. La temperatura media di gennaio è di 1 °C” [6].
A questa enorme incongruenza va aggiunto il fatto che Ovidio spesso ripete di trovarsi in un luogo situato molto a nord, sotto il polo e la costellazione dell’Orsa. Lo abbiamo visto all’inizio del passo citato poco fa, ma anche altrove è altrettanto esplicito: “È ormai il sesto inverno che mi vede relegato sotto il polo nevoso” [7]. E poco dopo afferma di temere, come in effetti avverrà, che “il destino crudele mi faccia morire sotto il polo glaciale” [8].
Inoltre, coerentemente con quanto già emerso, il poeta spesso si lamenta per il fatto di trovarsi in una terra remota, “oltre la quale non vi è nulla” [9], e parla di una campagna circostante terribilmente squallida e desolata, dove non crescono né viti né alberi da frutto: “Qui la dolce uva non si cela all’ombra dei pampini né i mosti ribollenti riempiono i tini (…) I campi li vedi senza fronde e senza un albero” [10]. Infatti “gli alberi allignano lontani dalle terre dei Geti [11] e “l’autunno non offre uva dai pampini, ma vi è sempre un freddo eccessivo, gli stretti sono bloccati dal ghiaccio e spesso nel mare i pesci nuotano al di sotto dell’acqua congelata” [12].
A tutto ciò va aggiunta un’affermazione che ben s’inquadra nel contesto qui delineato: “È raro che un navigante dall’Italia attraversi un mare così vasto, è raro che giunga a questi lidi privi di porti” [13]. Ma tutto ciò è in assoluto contrasto rispetto alla situazione del Mar Nero all’epoca di Augusto: “Era interesse di Roma che le città della costa, come Apollonia, Mesembria, Odesso, Callatis, Tomi e Istri, continuassero ad essere i porti di quel granaio che era il loro hinterland. Tomi, la metropoli della riva sinistra del Mar Nero, doveva essere trattata da Roma con i maggiori riguardi” [14]. Invece Ovidio arriva a dire che “fra questa gente non vi è neppure uno che riesca a dire una qualche parola latina delle più comuni” [15], al punto che “non usandole da tanto tempo, io stesso faccio fatica a ricordare le parole latine (…) E per non perdere la familiarità con la lingua italica e perché la mia voce non diventi muta nell’idioma della mia patria, io parlo con me stesso!” [16].
Insomma, tutto ciò che Ovidio ci dice sul luogo del suo esilio sembra non avere nulla a che vedere con la regione di Costanza! Ma questo è confermato anche dall’archeologia, perché Ovidio “parla di Sarmati e di Sciti, tanto incivili quanto feroci. Eppure l’archeologia può attestarci solo la presenza di questi ultimi” [17]. Insomma nell’area di Tomi, il nome del luogo dove finora si è ritenuto che Ovidio fosse stato relegato e che corrisponde alla città sul Mar Nero ora chiamata Costanza, secondo gli archeologi non vi è traccia di Sarmati. Ciò d’altronde è coerente col fatto che “Il territorio abitato dai Sarmati, noto agli etnografi greco-romani come Sarmazia, comprendeva la parte occidentale della Grande Scizia e corrispondeva alle odierne regioni dell’Ucraina centrale e sud-orientale, della Russia meridionale, del Volga russo e degli Urali meridionali” [18].
È pertanto giunto il momento di verificare se vi sia un luogo, evidentemente da cercarsi molto più a settentrione del Mar Nero, “sotto il polo nevoso” e la costellazione dell’Orsa, che corrisponde tutte le caratteristiche indicate dal poeta.
Il vero luogo dell’esilio di Ovidio
Partiamo da un passo delle Lettere dal Ponto in cui Ovidio – oltre ai due soliti temi ricorrenti, il mare ghiacciato e la vicinanza al polo, che rendono del tutto improponibile la tradizionale localizzazione del suo esilio nell’area della città di Costanza sul Mar Nero – menziona il Mare Sarmatico (coerentemente col fatto che il poeta spesso accenna ai Sarmati, come abbiamo visto poco fa, e alla loro terra, chiamata Sarmazia): “Non devi ignorare il motivo per cui quel terribile inverno congela il Mare Sarmatico. Qui siamo vicini alla costellazione del Carro, che porta il freddo più intenso. Da qui nasce il vento del nord, che è di casa su queste coste e prende forza dal luogo che più gli è prossimo. Il vento del sud, invece, il cui caldo soffio proviene dal polo opposto, è lontano e arriva qui di rado e indebolito” [19].
Ora, se da un lato ciò si aggiunge ai motivi che ci fanno escludere la localizzazione tradizionale del luogo dell’esilio, dall’altro ci dice che quel Mare Sarmatico dove Ovidio afferma di trovarsi è ragionevolmente identificabile con l’Oceano Sarmatico – ossia l’attuale Mar Baltico – menzionato dal geografo Tolomeo: “La Sarmazia in Europa è delimitata a nord dall’Oceano Sarmatico” [20].
A questo punto, dall’insieme di questi dati, tutti coerenti tra loro, emerge che il poeta fu esiliato in un luogo dell’area baltica situato ad un’alta latitudine – però certamente al di sotto del Circolo Polare, poiché Ovidio, che tende ad essere piuttosto verboso, tuttavia non menziona mai il sole di mezzanotte – dove erano stanziati i Sarmati e dove si trova il delta a molti rami di un fiume, largo al punto da essere paragonabile al Nilo, che ghiaccia d’inverno insieme col mare circostante.
In questo contesto, nel mondo baltico esiste un grande corso d’acqua che già a prima vista appare perfettamente corrispondere all’identikit ricavato dall’insieme delle informazioni che ci dà Ovidio: si tratta della Neva, il largo fiume della Russia nordoccidentale che nasce dal Lago Ladoga e dopo un breve percorso di 74 km sbocca nella Baia della Neva, all’estremità orientale del Golfo di Finlandia, con un delta situato alla latitudine di circa 60° (sul quale all’inizio del XVIII secolo lo zar Pietro il Grande costruì la città di San Pietroburgo).
Esaminiamo in dettaglio le caratteristiche della Neva e del suo delta. Data l’alta latitudine, la Neva ghiaccia ogni anno dall’inizio di dicembre all’inizio di aprile. Lo spessore del ghiaccio è compreso tra 0,30 e 0,40 metri a San Pietroburgo (e tra 0,50 e 0,60 metri in altre zone). Inoltre, la Neva è il quarto fiume più grande d’Europa in termini di portata (dopo il Volga, il Danubio e il Reno, che tuttavia sboccano in mare a latitudini molto più meridionali) e, anche se vi sono altri fiumi europei che sfociano più a nord, però nessuno di essi ha una portata che gli si avvicini [21] (al riguardo, poco fa abbiamo visto che Ovidio paragona la larghezza dell’Hister addirittura al Nilo).
Tuttavia a darci la certezza che il delta dove Ovidio fu esiliato è proprio quello della Neva è una caratteristica molto particolare, che è propria di questo fiume e di pochissimi altri: grazie alla regolazione naturale da parte del grande lago da cui la Neva trae origine, la sua portata rimane stabile nel tempo, e pertanto il suo livello è sempre pressoché costante, essendo il deflusso distribuito in modo uniforme durante tutto l’anno [22]. Ma questa è anche la singolare caratteristica che Erodoto attribuisce al fiume Istros, il nome greco dell’Hister, che “scorre con un volume sempre costante sia in estate che in inverno” [23].
È un concetto questo che lo stesso Erodoto tiene a ribadire poco dopo [24], evidentemente per sottolinearne l’eccezionalità. Però lo Istros erodoteo è stato identificato col Danubio per il fatto che, sempre secondo Erodoto, “attraversa tutta l’Europa” [25], così come lo Hister di Ovidio è stato finora identificato con il Danubio. Ma attribuire proprio a quest’ultimo, come sembra fare Erodoto, una caratteristica così particolare come la invariabilità della portata è del tutto assurdo, poiché in realtà è vero proprio il contrario: la portata del Danubio nel corso dell’anno è soggetta a variazioni anche molto importanti (ad esempio, nel mese di maggio alla foce essa risulta mediamente doppia rispetto a quella che si registra in ottobre) [26]. Infatti, non di rado il Danubio produce grandi inondazioni.
Ma come si può spiegare tutto ciò? Una contraddizione così evidente si spiega soltanto col fatto che al tempo di Erodoto vi fossero due fiumi chiamati con lo stesso nome, Istros, e che lo storico greco, ingannato dall’omonimia (che ad esempio si ritrova anche nel nome del Reno [27]), li abbia erroneamente identificati, ritenendo che si trattasse dello stesso corso d’acqua. D’altronde in questo stesso equivoco è incappato anche Ovidio con il suo Hister (che in talvolta il poeta infatti chiama Danuvius, “Danubio”, alla cui foce sul mar Nero è infatti stato finora associato il luogo del suo esilio).
In ogni caso, la testimonianza di Erodoto per noi è preziosissima, perché consente di identificare univocamente con la Neva l’Istros, cioè l’Hister di Ovidio (del quale poco fa abbiamo già verificato la dimensione tutta nordica e non certo mediterranea). In quell’area del Baltico infatti vi è soltanto un altro fiume con una portata stabile nel tempo, il Narva (che nasce anch’esso da un lago, il Peipus, e come la Neva ha una lunghezza modesta), che però non è assolutamente identificabile con l’Hister ovidiano perché, a parte il fatto che la sua portata è molto inferiore, esso sbocca in mare senza dividersi in più bracci, ma con un semplice estuario.
In una parola, la Neva è l’unico fiume che assomma in sé tutte le caratteristiche dell’Hister-Istros che gli vengono attribuite da Ovidio, ed è Erodoto che, col suo provvidenziale errore, ci ha dato la conferma che non può trattarsi che di esso [28]. Pertanto, a questo punto appare estremamente probabile che, fatte salve le future verifiche da parte di altri studiosi, il vero luogo dove Ovidio fu esiliato si trovava nell’area del delta della Neva (Fig. 2).

Fig. 2. Il delta della Neva nel 1834
D’altronde questa localizzazione così settentrionale, che col Danubio non ha nulla a che vedere, è coerente col fatto, rilevato dagli studiosi [29], che il nostro pur loquacissimo poeta non fa mai menzione della guerra vittoriosa che Marco Licinio Crasso aveva condotto contro le popolazioni del basso Danubio, coronata col trionfo nel 27 a.C. (con quella spedizione Augusto sottomise quei popoli e due anni dopo ricevette le loro ambascerie).
Invece del tutto coerente con il quadro desolante che Ovidio fa della sua condizione di esule in un gelido luogo di relegazione, isolato e lontanissimo da Roma, in cui non esisteva nemmeno un porto e nessuno sapeva esprimersi in latino, è il fatto che uno scambio di corrispondenza tra lui e i suoi richiedeva addirittura un anno: “Mentre la tua lettera mi arriva, mentre la mia ritorna a te, attraversando tanti mari e tante terre, passa un anno” [30]. Non a caso su questo argomento, che comprensibilmente lo angustiava non poco, ritorna anche altrove [31]. Un anno! È un tempo spropositato rispetto alle prestazioni che i servizi postali dell’Impero (che proprio Augusto aveva tenuto a rafforzare) fornivano a quell’epoca [32].
Ricordando l’importanza che per i Romani avevano i porti del Mar Nero, anche questa sorprendente mancanza di un collegamento postale efficiente va ad aggiungersi a tutte le altre ragioni che ci hanno fatto escludere la tradizionale collocazione del suo esilio, mentre appare del tutto coerente con l’idea di una plaga desolata e lontanissima da Roma.
Infine, ci si potrebbe chiedere se questa situazione di estremo isolamento non sia stata dettata da una ragione specifica. In sostanza sembra lecito chiedersi perché per l’esilio del poeta sia stato scelto un luogo così remoto e isolato. La risposta è immediata: l’Imperatore Augusto, conoscendo la loquacità del poeta e temendo che prima o poi avrebbe potuto rivelare il vero motivo della sua condanna (il che gli era stato severamente proibito e infatti è rimasto un mistero fino ad ora), nel commutare la sua condanna a morte con l’esilio volle nel contempo impedirgli di avere contatti verbali con chiunque. A supporto di questa idea c’è un passo dei Tristia in cui Ovidio, rivolgendosi direttamente ad Augusto, afferma che “Nessun altro esule è confinato più lontano dalla patria. Io solo sono stato cacciato sul delta dell’Hister dalle sette foci e sono oppresso dal polo ghiacciato della Vergine Parrasia [la Costellazione dell’Orsa] (…) e, benché altri siano stati confinati per una colpa più grave verso di te, a nessuno è stata assegnata una terra più remota di quella a me assegnata” [33].
Ciò d’altronde è perfettamente coerente con una nostra ipotesi, illustrata in un precedente articolo [34], che il crimine commesso da Ovidio sarebbe stato quello di aver menzionato in un passo dei Fasti (l’opera incompiuta a cui stava lavorando al momento della condanna) lo stretto rapporto tra la dea Maia, le sette Pleiadi e la fondazione di Roma [35] che era assolutamente vietato rivelare (non a caso, di questo rapporto non vi è traccia in tutto il resto della letteratura greco-romana). Infatti, secondo questa ipotesi, da quel passo si sarebbe potuto facilmente dedurre il nome della dea segreta protettrice di Roma, ossia Maia, ma ciò, secondo le concezioni di allora, avrebbe potuto mettere a repentaglio la sicurezza dello Stato (il che spiega perché i Romani punivano con la pena di morte la trasgressione al divieto di indicare il nome di tale divinità protettrice [36]). Insomma, è ragionevole supporre che sia stata proprio questa la ragione per la quale Augusto, nel commutare nell’esilio la condanna a morte del suo troppo loquace poeta, nel contempo decise prudentemente di relegarlo in un luogo il più lontano possibile da Roma, molto al di fuori dei confini dell’Impero, dove nessuno parlava in latino.
Conclusioni
In questo articolo ci sembra di aver fornito valide ragioni per ritenere che Ovidio fu mandato in esilio non in una località del Mar Nero, bensì nella regione del delta della Neva, in un luogo isolato, inospitale e lontanissimo da Roma, di cui finora si ignorava che all’epoca di Augusto vi fossero rapporti col mondo romano.
Come abbiamo visto, tale identificazione è basata sulle precise indicazioni che il poeta, nelle sue opere dall’esilio, ci ha fornito riguardo alle caratteristiche di quel luogo, che ora ricapitoliamo brevemente. Si trattava del delta “con sette rami” di un fiume chiamato Hister, di grandezza paragonabile al Nilo, che durante l’inverno ghiacciava insieme col mare circostante formando una lastra ghiacciata spessa al punto da consentire il passaggio di carri trainati da buoi, e che, coerentemente con questo quadro, si trovava molto a nord (“sotto il polo glaciale”), in una regione brulla, desolata e priva di porti, dove nessuno parlava latino, lontana da Roma al punto che uno scambio di corrispondenza richiedeva un anno. Tutto ciò corrisponde molto bene al delta della Neva, ma a consentirne l’identificazione univoca col quest’ultima è stata una precisa indicazione di Erodoto, ribadita poco dopo, riguardante il fiume Istros, corrispondente allo Hister ovidiano, che ha la caratteristica, molto rara per un fiume, di scorrere “con un volume sempre costante sia in estate che in inverno”.
Tuttavia su un argomento così innovativo sarà opportuno che siano effettuate ulteriori indagini. In particolare, già a prima vista questa inaspettata identificazione del luogo in cui il poeta fu esiliato, situato molto al di là e molto più a nord di quanto si sia finora ritenuto, suscita diversi interrogativi. Ad esempio, Ovidio menziona spesso il vino (che, come abbiamo visto, d’inverno ghiacciava nei vasi): esso ovviamente doveva essere importato da una regione più meridionale. Al riguardo, di primo acchito ci sembra ragionevole supporre che ciò che la popolazione locale poteva fornire in cambio fossero pellicce di animali.
Ma, più in generale, riteniamo che ulteriori approfondimenti da parte degli specialisti dei settori interessati (soprattutto archeologi ed etnologi, oltre agli storici) su ciò che Ovidio racconta di quella realtà in cui fu obbligato a vivere negli anni del suo esilio e di cui finora si ignoravano i contatti con il mondo dei Romani, potranno aggiungere nuovi elementi a ciò che attualmente si conosce sia riguardo a quelle popolazioni su cui il poeta ci ha lasciato questa sua straordinaria testimonianza, sia riguardo alla effettiva estensione dell’area di influenza dell’Impero all’epoca di Augusto.
L’articolo originale in lingua inglese si trova qui: https://lupinepublishers.com/anthropological-and-archaeological-sciences/pdf/JAAS.MS.ID.000402.pdf
Riferimenti bibliografici
- Ringrazio Cinzia Mele, ricercatrice indipendente, per aver richiamato l’attenzione sulle discrepanze tra le descrizioni di Ovidio e la collocazione tradizionale del suo esilio sul Mar Nero. Desidero anche ricordare il defunto prof. Giovanni Di Giovanni, mio insegnante di latino al liceo Torquato Tasso di Roma, che a suo tempo accennò a tali discrepanze.
- Ov. Trist. 3, 10, 9-50
- Ov. Trist. 2, 189
- Ov. Trist. 5, 10, 1-2
- https://en.wikipedia.org/wiki/Danube
- https://en.wikipedia.org/wiki/Constan%C8%9Ba
- Ov. Ex Pont. 4, 13, 39-40
- Ov. Ex Pont. 4, 15, 35-36
- Ov. Trist. 2, 195
- Ov. Trist. 3, 10, 71-75
- Ov. Trist. 3, 12, 16
- Ov. Ex Pont. 3, 1, 13-16
- Ov. Trist. 3, 12, 37-38
- Della Corte F, Fasce S (Eds.) (1986), Opere di Publio Ovidio Nasone (Works of Publius Ovidius Naso), vol. II, UTET, Turin, p. 38.
- Ov. Trist. 3, 10, 71-75
- Ov. Trist. 5, 8, 57-63.
- Della Corte, op. cit., p. 29.
- https://en.wikipedia.org/wiki/Sarmatians
- Ov. Ex Pont. 4, 10, 37-44
- Ptol. Geogr. 3, 5
- https://en.wikipedia.org/wiki/Neva
- https://bigenc.ru/c/neva-73c64a
- Her. Hist. 4.48
- Her. Hist. 4.50
- Her. Hist. 4.49
- https://it.wikipedia.org/wiki/Danubio
- Il nome italiano del Reno, che attraversa l’Europa centrale dalla Svizzera ai Paesi Bassi, risulta identico a quello del fiume che scorre fra la Toscana e l’Emilia (esso è presumibilmente riconducibile al verbo greco rheō, “scorrere”).
- Considerando che il delta della Neva si trova all’estremità del Golfo di Finlandia, ossia all’estremità orientale del mondo baltico, a questo punto ci si potrebbe chiedere se il nome greco Istros non sia riconducibile al Proto-Indo-Europeo *h₂éwsteros (“est, oriente”; cf. https://en.wiktionary.org/wiki/east). È una questione che giriamo ai glottologi.
- Della Corte F, op. cit., p. 38.
- Ov. Ex Pont. 4, 11, 15-16
- Ov. Ex Pont. 3, 4, 58-60
- Cf. https://en.wikipedia.org/wiki/Cursus_publicus
- Ov. Trist. 2, 188-194.
- Cfr.: Vinci F, Maiuri M (2017) Mai dire Maia. Un’ipotesi sulla causa dell’esilio di Ovidio e sul nome segreto di Roma, in Appunti Romani di Filologia No 19, pp. 19-30; Vinci F, Maiuri M (2019) Le Pleiadi e la fondazione di Roma, in Appunti Romani di Filologia No 21, pp. 17-23 (sul web se ne trova una versione, divulgativa e non accademica, in lingua inglese: www.editorpress.it/en/ovid-the-pleiades-the-secret-name-of-rome-and-other-cities-with-seven-hills).
- Cfr. Ov. Fast. 5, 81-106. In estrema sintesi, i Sette Colli di Roma sarebbero la proiezione sulla Terra delle sette Pleiadi, la cui stella centrale, Maia, corrisponde al Palatino, sul quale Romolo fondò la Città Quadrata, nucleo originario dell’Urbe, il 21 aprile (il primo giorno del Toro, che secondo il calendario mesopotamico corrispondeva alla levata annuale delle Pleiadi). Pertanto la segreta dea protettrice di Roma sarebbe Maia, la cui funzione protettiva ci viene rivelata da Macrobio, scrittore del V secolo (quando ormai gli antichi tabù legati al paganesimo erano caduti), allorché ne attesta l’identità con la Bona Dea (Saturn. 1.12.21).
- Plin., Nat. Hist. 3, 65, 61.
Felice Vinci, com.unica 13 ottobre 2026
