Da Elena Loewenthal (La Stampa) il ricordo del grande orientalista, scomparso sabato scorso all’età di 102 anni

What went wrong, pubblicato in italiano con il titolo Il suicidio dell’islam: in che cosa ha sbagliato la civiltà mediorientale (Mondadori, 2002) uscì all’indomani delle Torri Gemelle, ma Bernard Lewis, il più grande orientalista dei nostri tempi morto ieri in New Jersey, dodici giorni prima di compiere 102 anni, lo aveva scritto quando quell’evento non aveva ancora cambiato le sorti del mondo. Con il suo libro Lewis spiegò all’America, e a tutto l’Occidente, che cosa era successo l’11 settembre, da dove veniva Al Qaeda.

Il rifiuto della modernità, incarnato da Osama bin Laden, dal sunnita Hassan el Banna, fondatore dei Fratelli musulmani, e dallo sciita ayatollah Khomeini, stava conducendo tutto l’islam lungo la via del fondamentalismo. Questo rifiuto della modernità risale, secondo Bernard Lewis, alla sconfitta di Vienna del 1683: sino ad allora l’islam era stato una civiltà dotata di spinta innovativa. È questa la chiave d’interpretazione di quel che succede oggi: l’islam si è chiuso. L’Occidente studia l’islam, ma l’islam non riesce più a studiare «fuori di sé», è tutto ripiegato in sé stesso.

Nato a Londra nel 1916, Bernard Lewis cominciò a interessarsi alle lingue e alla storia studiando per il bar mitzwah (la cerimonia di maggiorità religiosa ebraica), quando la Seconda guerra mondiale e la Shoah erano ancora lontane e il Medio Oriente non lasciava immaginare ciò che sarebbe diventato. Poi si avviò agli studi di legge, ma ben presto tornò alla vera vocazione. Nel 1936 si laureò in Storia alla School for Oriental Studies dell’Università di Londra, tre anni dopo prese il dottorato. Proseguì gli studi a Parigi con il grande Louis Massignon, orientalista e teologo, «cattolico musulmano», come lo definiva papa Pio IX, e nel 1938 tornò a Londra.
Durante la Seconda guerra mondiale prestò servizio nell’intelligence dell’esercito britannico. Al termine del conflitto si avviò a una feconda carriera accademica, che nel 1974 lo portò a Princeton. È stato tra i curatori della Cambridge History of Islam e autore di una lunghissima lista di testi.

Arabista, grande esperto di Turchia e Impero Ottomano, Lewis credeva fermamente nell’assunto che per guardare al presente ci voglia un approccio storico a largo raggio: non per nulla aveva cominciato le sue ricerche lavorando sulla Siria del Medioevo. E la sua ricostruzione della storia sociale e economica del Medio Oriente si fonda su un sistematico studio degli archivi ottomani. Il passato come strumento di osservazione del presente era per lui non un vuoto slogan, bensì il cuore del suo lavoro e del suo pensiero.

A lui si deve quell’espressione «scontro di civiltà» comunemente attribuita a Samuel P. Hungtington, e che invece fu Lewis a usare già nel 1990, senza però tramutarla in uno slogan politico ad effetto. Le sue prese di posizione erano sempre estranee alla retorica, mai superficiali: quando parlava, lo faceva argomentando piuttosto che lanciando inutili sassi nello stagno. Anche se non di rado era stato accostato a Cassandra, la profetessa di notizie infauste. Era infatti stato Lewis a mettere in guardia dai troppo sbrigativi entusiasmi dell’Occidente per i cambiamenti in atto in Medio Oriente. Nel 1976, tre anni prima della cacciata dello scià e della rivoluzione khomeinista in Iran, aveva previsto l’affermarsi di un islamismo politico e della jihad.

Innamorato del mondo arabo
Ma le sue valutazioni non erano mai disfattiste: Lewis guardava al Medio Oriente e all’islam con la lucidità della sua competenza e credeva nella intrinseca possibilità di cambiamento, a condizione che quel mondo si aprisse, abbandonasse il fondamentalismo, rigettasse gli stereotipi, come scrive nel saggio Il linguaggio politico dell’Islam (uscito in italiano da Laterza nel 1996). Ha puntato il dito anche sull’alquanto spinoso tema dell’antisemitismo nel mondo arabo – Semiti e antisemiti: indagine su un conflitto e su un pregiudizio (Il Mulino, 1990) -, spiegando che la rabbia dell’islam nei confronti d’Israele è sproporzionata rispetto a ben altre tragedie del mondo musulmano, quali ad esempio l’invasione sovietica dell’Afghanistan o la guerra Iran-Iraq.

Proprio a chi, come Edward Said, gli rimproverava un approccio al Medio Oriente in stile colonialista, Bernard Lewis rilanciava la palla: l’orientalismo dell’Occidente veniva dall’umanesimo. Sin dalla prima età moderna la civiltà europea ha studiato il Medio Oriente e l’islam, che erano invece sempre più chiusi in sé stessi, impermeabili al cambiamento. Lui sì che era un vero orientalista: l’occidentale che si immerge in un mondo «altro», lo studia, finisce col conoscerlo e amarlo profondamente – Ian Buruma ha scritto di Lewis che «forse ama troppo il mondo arabo» -, e si rammarica degli errori storici che ne compromettono il presente e il futuro.

Elena Loewenthal, La Stampa 21 maggio 2018

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