In occasione delle celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, a Gorizia, nell’elegante cornice del Palazzo Attems Petzenstein, il 21 dicembre è stata inaugurata la mostra “La Rivoluzione Russa. Da Djagilev all’Astrattismo (1898 – 1922)”.

Oltre cento le opere esposte, provenienti per la maggior parte dalla Galleria Tret’jakov di Mosca, da altre istituzioni moscovite come il Museo delle Arti Decorative e Applicate e il Museo di Storia Contemporanea della Russia, un tempo Museo della Rivoluzione, e dal Fondo Alberto Sandretti, presso la Fondazione Feltrinelli di Milano.

La mostra, curata da Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, del Centro Studi delle Arti della Russia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, affiancati da Faina Balachovskaja, traccia un periodo storico particolarmente importante per il mondo contemporaneo, che, negli anni a cavallo del 1917, ha ridisegnato la scena internazionale dell’arte e della cultura stessa. Il percorso espositivo abbraccia il periodo che va dal 1898, anno della fondazione del movimento Mir Iskusstva – Il mondo dell’Arte – e della rivista diretta da Sergej Djagilev, fino al 1922, quando fu costituita l’Unione Sovietica. L’itinerario si articola in sei settori, ognuno riferito ad un anno, con un sottotitolo tematico, una specificità storica, culturale e artistica, tra documenti, oggetti, opere varie e dipinti, con un grandangolo sul teatro (con Céchov, Mejerchol’d, Stanislavskij), il balletto (con Djagilev), la musica (con Musorskij, Skrjabin, Stravinskij), la fotografia (con Rodčenko) e la pittura (con Benois, Bakst, Kandinskij, Malevič, Končalovskij, Larionov, Tatlin, Gončarova, Stepanova, Ekster).

Negli anni tumultuosi della Rivoluzione Russa, la società intera fu investita da fermenti nuovi che interessarono tanto la cultura che l’arte. Numerosi artisti si fecero portatori di esigenze espressive che si opponevano al passato. Già nel corso dell’Ottocento si sentì l’esigenza di una rottura con la tradizione, la fotografia aveva fatto il suo ingresso impetuoso tra le arti figurative, i temi mitologici, allegorici e religiosi non erano più in grado di esprimere i valori e la visione del mondo della società industriale. L’arte non poteva più copiare la realtà. Vennero scardinati i princìpi di ordine, di proporzione e simmetria, il senso del bello. I concetti di spazio e di tempo, riferimenti fino ad allora indiscussi nella cultura occidentale, diventarono irrisori. Decisiva fu la matrice letteraria dell’ottocento russo, che ebbe con autori come Boris Pasternak e Vladimir Majakovskij, cubofuturista, poeta della Rivoluzione e interprete della propaganda proletaria, la spinta rivoluzionaria verso uno scopo sociale condiviso da tutti, con il riconoscimento delle lotte e delle conquiste del popolo sovietico. Una rivoluzione che dalla pittura si estese alla scenografia, al cinema. I primi decenni del Novecento videro nascere i movimenti artistici noti come Avanguardie Storiche, che interpretarono lo spirito del tempo con carica innovativa e dissacratoria, elaborando manifesti, scritti teorici e riunendosi in gruppi organizzati. Fu esasperato il principio della libertà espressiva, ritenendo che l’arte dovesse vivere senza vincoli e formule. Le nuove dimensioni sociali e culturali, negli anni precedenti e successivi alla Rivoluzione del 1917, videro svilupparsi due grandi capitoli di arte astratta: il Suprematismo e il Costruttivismo, di cui Malevič e Tatlin furono i maggiori rappresentanti.

La mostra, che offre un affascinante percorso tra Arte e Storia, con l’ausilio di una sofisticata multimedialità, resterà aperta al pubblico fino al 25 marzo 2018.

(Nadia Loreti, com.unica 30 dicembre 2017)

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