Le analisi e le proposte del premio Nobel per l’Economia Michael Spence

Molti anni fa ho avuto il privilegio di presiedere una commissione sulla crescita dei paesi in via di sviluppo. I suoi membri avevano una grande esperienza economica, politica e sociale del mondo in via di sviluppo e, nonostante le loro differenze, tutti concordavano su alcuni punti cruciali. Due restano ancora vividi nella mia memoria.

Innanzitutto, come abbiamo evidenziato nelle conclusioni del nostro report finale, i modelli di crescita non inclusivi sono destinati a fallire sempre. Tali modelli non possono produrre la crescita sostenuta ed elevata necessaria a ridurre la povertà e soddisfare le aspirazioni umane fondamentali riguardo a salute, sicurezza e possibilità di contribuire in modo produttivo e creativo alla società. Essi sottoutilizzano o usano in modo inappropriato risorse umane preziose; e spesso provocano turbolenze politiche e sociali, sovente contrassegnate da forti polarizzazioni ideologiche o etniche, il che comporta gravi instabilità o paralisi politiche.

La seconda conclusione di carattere generale a cui siamo giunti è che una crescita sostenuta richiede strategie coerenti e flessibili basate su valori e obiettivi condivisi, fiducia, ed un certo grado di consenso. Naturalmente, realizzare tali condizioni è più facile a dirsi che a farsi.

Molti paesi in via di sviluppo hanno sperimentato lunghi periodi di crescita lenta o nulla. In alcuni casi, i leader di un paese sono semplicemente confusi e non capiscono cosa bisogna fare. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, gli ingredienti di un efficace “modello di crescita” sono ben noti, ed il problema consiste nella mancanza di consenso politico o sociale sulle modalità di attuazione.

Il raggiungimento di un più avanzato equilibrio di crescita si realizza raramente con una transizione graduale o incrementale. Esso richiede un salto discontinuo nelle aspettative e nelle politiche, ed un cambiamento fondamentale nel consenso politico e sociale. Quando questi spostamenti si verificano, la leadership svolge un ruolo cruciale, fornendo ai cittadini una visione alternativa, basata su valori comuni, che tutte le parti interessate possono supportare. Tale leadership può provenire dall’alto, dal basso, o da un gruppo rappresentativo. Ma come dimostra la persistenza di equilibri a bassa crescita, spesso essa non si realizza affatto.

Gli effetti di spillover di una crescita non inclusiva sono già chiari quasi ovunque, in misura diversa, sotto forma di polarizzazione sociale, congestione ed incoerenza politica, e perdita generalizzata di fiducia dell’opinione pubblica. A questo proposito, le esperienze dei paesi in via di sviluppo possono offrire lezioni potenzialmente importanti ai responsabili politici ed ai diversi soggetti interessati delle economie avanzate.

Ci sono stati alcuni progressi nell’individuazione dei fattori che hanno causato il declino dell’inclusività economica negli ultimi tre decenni. Questo è importante: solo attraverso la comprensione della natura della sfida possiamo sviluppare risposte più efficaci. Se affrontiamo in modo scorretto il problema con analisi errate o affrettate, le nostre risposte saranno inefficaci e probabilmente anche controproducenti.

Ciò detto, le analisi condotte finora non hanno ancora generato una consapevolezza diffusa dei rischi che la crescita non inclusiva comporta per la produttività e le prestazioni economiche come usualmente misurate. Gli effetti economici negativi di una crescita non inclusiva crescono e si moltiplicano lentamente nel tempo, e continueranno a farlo in assenza di azioni collettive – di solito ma non necessariamente di natura pubblica – dirette a modificare i modelli distributivi prevalenti.

Alcuni non sarebbero d’accordo con questa affermazione, perché credono che i fattori che stanno alla base del rendimento e del dinamismo economico siano indipendenti dai modelli distributivi. Ma vorrei ricordare loro la seconda lezione derivata dall’esperienza dei paesi in via di sviluppo: i modelli di crescita non inclusivi indeboliscono la fiducia e, alla fine, la governance, invalidando quindi la capacità dei responsabili politici di sostenere azioni e strategie a sostegno di una crescita elevata.

Per dirla senza mezzi termini, le analisi approfondite hanno una loro utilità, ma il cambiamento non avverrà senza una diffusa convergenza sociale e politica circa valori ed obiettivi condivisi – qualcosa, oggi assolutamente assente in molti paesi. Le persone devono fidarsi l’una dell’altra e dei loro leader, ed è necessario che concordino su come valutare e affrontare la polarizzazione delle tendenze economiche e sociali.

Allo stesso tempo, la continua inazione alimenterà l’alienazione, creando un circolo vizioso di sfiducia e paralisi che dovrà essere spezzato prima che possa verificarsi un’azione efficace. Ci sono già molte importanti iniziative dedicate a varie dimensioni della sfida dell’inclusione, che comprendono non solo il reddito e le disuguaglianze economiche, ma anche l’automazione, l’intelligenza artificiale ed il futuro del lavoro. Nonostante le loro buone intenzioni, resta da vedere se qualcuna di queste iniziative aprirà la strada a risposte politiche efficaci.

Il valore delle analisi approfondite di tali problemi complessi non dovrebbe essere sottovalutato. Ma non possiamo assumere che ottenere la giusta diagnosi sarà sufficiente a superare lo stallo politico. L’altro ingrediente chiave è l’impegno diretto. Ripristinare la fiducia pubblica richiederà un impegno profondo e sostenuto ed un nuovo consenso tanto ampio da superare le divisioni politiche e sociali che oggi sono molto frequenti tra le economie avanzate.

Da questa prospettiva, la proliferazione di commissioni ed altre iniziative strutturate intorno all’inclusione, che potrebbe sembrare eccessiva e ridondante in circostanze meno polarizzate, è in realtà molto incoraggiante. L’integrazione delle diverse voci di imprese, industria, lavoro, governo, università e società civile – il più spesso possibile – è esattamente ciò che adesso serve.

Impegnarsi per la missione di una crescita inclusiva può apparire un po’ fumoso, in particolare accanto all’analisi concreta. Tuttavia, è fondamentale. Riuscire nell’intento di far dialogare persone in disaccordo o che addirittura diffidano l’una dell’altra è il primo passo verso la creazione di basi fondamentali per azioni collettive in futuro.

Michael Spence, Project-Syndicate settembre 2017

* Michael Spence (Montclair, 7 novembre 1943) è un economista statunitense, insignito del Premio Nobel per l’economia nel 2001 insieme a Joseph E. Stiglitz e George A. Akerlof per le loro analisi dei mercati con informazione asimmetrica. Oggi insegna alla New York University.

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