Sebbene in tanti, troppi, Paesi del mondo si soffra ancora la fame, l’Occidente industrializzato continua ad essere alle prese con un enorme problema per la salute e l‘alimentazione: l’obesità. È un problema che ricorre soprattutto negli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna – dove è stata vietata la pubblicità di merendine e snacks sulla carta stampata e in televisione – ma anche in quei Paesi che fino ad oggi si erano distinti grazie alla dieta mediterranea. Si sprecano le campagne a favore del consumo di frutta e verdura, cibi sani e salutari, ma manca la giusta sensibilizzazione sull’argomento, perché a prevalere sono sempre e solo il marketing e il profitto. Da qualche tempo McDonald, campione nella vendita di cibo spazzatura, ha inserito nel menù il piatto vegetariano, una scelta politically correct, ma a parità di costi non conveniente e con qualche riserva riguardo agli ingredienti.

Ma se in Occidente il cibo abbonda, in molte parti del mondo – Africa, America Latina, Estremo Oriente – a causa della diseguale distribuzione delle risorse, c’è ancora chi muore di fame. Nei Paesi del Terzo Mondo, più dell’80% della popolazione vive in condizioni poverissime e con un debito estero che supera i mille miliardi di dollari. Denutrizione, fame, mortalità infantile, malattie parassitarie ed infettive, scarsità di acqua potabile, precarie condizioni igieniche, mancanza di un sistema fognario, aumento delle nascite… sono queste le parole che fanno la differenza tra l’Occidente e il resto del mondo. In Occidente il fenomeno alimentare più diffuso è la sovralimentazione, che provoca mali tipici come disturbi al cuore, appendicite, calcoli, vene varicose, emboli, trombosi, ernie, emorroidi, cancro del colon e del retto, obesità. C’è soprattutto l’abitudine a utilizzare alimenti che hanno subito processi di trasformazione, come la refrigerazione, la cottura eccessiva, la raffinazione e la conservazione, invece di consumare alimenti freschi, il che rende la dieta più costosa sul piano economico e più povera dal punto di vista nutrizionale. Il problema maggiore è tuttavia costituito dal fatto che la metà dei cereali prodotti sulla Terra vengano utilizzati in Occidente per alimentare il bestiame che verrà poi consumato sotto forma di carne, uova, latte. Se l’enorme quantità di cereali destinati all’alimentazione del bestiame fosse impiegata direttamente nell’alimentazione umana, potrebbero venire nutrite ben due miliardi e mezzo di persone. Con la sola quantità di cereali che Stati Uniti e Russia utilizzano per il bestiame si potrebbero nutrire un miliardo di persone. La causa primaria della fame nel mondo non sta in una produzione alimentare insufficiente, ma nell’impossibilità per i più poveri di acquistare gli alimenti prodotti. I prezzi dei generi alimentari sono troppo alti per i redditi medi della popolazione del Terzo Mondo. Nei Paesi avanzati la spesa alimentare rappresenta il 20-25% del reddito familiare, nei Paesi più poveri invece la spesa alimentare costituisce persino l’80% del reddito familiare.

Oggi l’economia del Terzo Mondo è di due tipi: l’agricoltura di sussistenza, molto povera, priva di tecnologia, senza commercio e in via di estinzione, perché il grande latifondo tende a inghiottirla; l’agricoltura di mercato, in forma di monocoltura (caffè, zucchero, cacao, tè, caucciù, cotone, arachidi ecc.), che raggiunge anche livelli altissimi di produttività, ma non serve alla normale alimentazione quotidiana, perché destinata all’esportazione verso l’Occidente. Inoltre i profitti dell’esportazione vanno a vantaggio solo di un esiguo numero di persone o delle grosse multinazionali occidentali, e i prezzi vengono stabiliti dalle Borse dei Paesi più ricchi. Basta dunque una o poche annate agricole negative, per siccità, caduta dei prezzi, sviluppo dei surrogati, perché le conseguenze siano subito disastrose.

Si parla tanto di sviluppo sostenibile, ma questo significa anche consapevolezza nei confronti dell’ambiente. Buco nell’ozono, effetto serra, desertificazione, perdita di biodiversità, so no alcuni degli sconvolgimenti dell’ecosistema planetario che, con il passare degli anni, sono diventate vere e proprie emergenze: smaltimento dei liquami, deforestazione, gestione dell’energia e dell’inquinamento ad essa correlato, consumo di acqua. È necessario prendere coscienza e capire che maggiore è il consumo di prodotti animali, maggiore è l’impatto ambientale. Soprattutto è importante tenere conto che il consumo sproporzionato di alimenti di origine animale ha un impatto negativo sulla salute umana. Affidiamoci alla Nutrition Ecology, l’ecologia della nutrizione, scienza interdisciplinare che prende in esame tutte le componenti della catena alimentare e ne valuta gli effetti secondo il punto di vista della salute, dell’ambiente, della società e dell’economia. Da parte loro i capi di governo dovrebbero attuare interventi efficaci perché è davvero una questione di scelte sane e consapevoli: per garantire una bistecca al giorno al 20% della popolazione mondiale si sta “affamando” tutto il resto del pianeta. Un’alimentazione consapevole, una sana nutrizione, uno stile di vita corretto sono le basi per uno sviluppo sostenibile dal punto di vista etico, sociale ed anche economico.

(Nadia Loreti, com.unica 12 settembre 2017)

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