Ampia intervista del settimanale ‘l’Espresso’ al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni sotto il titolo sensazionalistico e incendiario ““Io, ebreo, temo il Dio di Francesco”. Sono state riportate dichiarazioni molto dure, come questa, riferita a Bergoglio: “È un papa molto interessante con il quale si riesce a dialogare. Ma purtroppo il suo messaggio, che viene visto soprattutto come amore, è pericoloso per l’ebraismo. Perché ripropone l’idea che, con l’arrivo di Gesù, il Dio dell’Antico Testamento è cambiato: prima era severo e vendicativo, poi è diventato il Dio dell’amore. Quindi gli ebrei sono giustizialisti e i cristiani buoni e misericordiosi. È un’aberrazione teologica molto antica, che è rimasta una sorta di malattia infantile del cristianesimo”.

“L’ondata di immigrazione cambierà, si rischia un’altra Auschwitz”, l’allarmistico messaggio riportato sul tema dell’emergenza profughi e della loro integrazione. Chiede il giornalista: quanto può aiutare la millenaria esperienza ebraica nella sfida dell’accoglienza? “Molto. Possiamo fornire modelli di integrazione perché sappiamo che si può essere cittadini o esclusi o partecipi o discriminati o diversi o uguali. Quanto accade è per noi un déjà vu. In quegli uomini e donne con valige e figli, fermati dalle polizie di frontiera o ammassati sui barconi, noi rivediamo noi stessi”. Al tempo stesso la preoccupazione sarebbe “molto forte” sul fronte della sicurezza. “Per tradizione – si legge – noi siamo solidali con chi scappa e vigili rispetto ai rischi. Che sono quelli del fanatico con la testa caricata da pensieri religiosi deviati, che scarica il suo mitra in un supermercato ebraico, ma sono anche quelli legati ad altri segnali”. Non ultimo l’antisemitismo trasversale a destra e sinistra.
Chiede ancora il giornalista: le hanno fatto effetto quei numeri segnati sulle braccia del profughi siriani? “Mi ha fatto effetto – si legge – che si usassero parole come deportazione per un semplice accorgimento di triage. Nella medicina delle catastrofi, la prima cosa che si fa è quella. E poi un conto è il pennarello su un ferito o un profugo e un conto il tatuaggio sul prigioniero. Anche questo uso delle parole fa parte della banalizzazione”.

(com.unica, 16 ottobre 2015)

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