L’incontro dedicato al saggio Hanno tutti ragione? domani 9 agosto in occasione della rassegna Libri al Borgo. Ore 21.30 presso il giardino dell’ex hotel Excelsior.

Se il filosofo è colui che si preoccupa di analizzare criticamente e chiarire quei concetti chiave che vengono adoperati nella vita di tutti i giorni, non c’è dubbio che la sua voce sia indispensabile per cercare di far luce intorno a temi che sono diventati oggi centrali del dibattito culturale e politico contemporaneo. Come lo sono senz’altro la post-verità, le fake news, i big data, la rete, il populismo: argomenti di grande attualità e strettamente collegati tra loro su cui è incentrato Hanno tutti ragione?, l’ultimo saggio di Massimo Adinolfi, professore di Filosofia Teoretica all’Università Federico II di Napoli e editorialista del Mattino e del Messaggero.

Il libro, pubblicato da Salerno Editrice nella collana Astrolabio, sarà presentato venerdì 9 agosto 2019 a Fiuggi nell’ambito della rassegna Libri al Borgo e FiuggiPlatea Europa presso il Giardino dell’ex Hotel Excelsior alle ore 21.30. Insieme all’autore interverranno anche Pino Pelloni e Salvatore Di Fede.

Il testo di Adinolfi si apre con una esauriente riflessione svolta con un linguaggio accessibile al grande pubblico ma allo stesso tempo concreto e rigoroso (“non è un libro di filosofia in senso stretto, non ne ha la caratteristica gravità” – si affretta a precisare l’autore) sui concetti di verità e di post-verità in un contesto caratterizzato dalla crisi dei media tradizionali, da una diffusione sempre più capillare di internet e dei social e dalla fine delle ideologie. Il filosofo chiarisce che non si debba parlare di crisi del concetto di verità ma piuttosto degli strumenti interpretativi con cui siamo abituati a trattare la verità. C’è l’urgenza in altri termini di fornire ai cittadini un metodo critico che possa consentire di stabilire una netta distinzione fra cosa è vero e cosa è falso e creare quindi le condizioni necessarie per instaurare un sano confronto civile e culturale.

Affermare che viviamo in un’epoca caratterizzata dalla post-verità significa che i fatti sono in un certo senso irrilevanti: l’ideologia ha la meglio sulla realtà perché alla maggior parte delle persone interessa poco o niente quale sia la verità. Un contesto in cui la rete e i social network assumono un ruolo cruciale nel diffondere viralmente e in maniera capillare le informazioni false. Lo abbiamo potuto constatare non solo in Italia ma un po’ in tutto il mondo: dagli Stati Uniti di Trump al Regno Unito dove, durante la campagna per la Brexit, sulle fiancate degli autobus campeggiavano delle scritte in cui si sosteneva che il Regno Unito era costretto a versare ben 350 milioni la settimana alla Ue. Denaro che in caso di uscita sarebbe andato direttamente nelle casse del sistema sanitario nazionale. Inoltre, come ha sottolineato di recente il filosofo americano dell’Università di Boston Lee McIntyre, autore di Post-Truth (pubblicato per Mit press), i social creano le condizioni per la formazione delle cosiddette eco-chambers (casse di risonanza), che non sono altro che ambienti virtuali in cui le persone si ritrovano sulla base di un’affinità ideologica che ne esce rafforzata dall’incontro in rete e dove la verità dei fatti non conta nulla perché ogni componente del gruppo ha selezionato e riceve solo le notizie e i commenti con i quali concorda a priori. Un po’ come avviene – fa notare Adinolfi – quando facciamo delle ricerche su Amazon, dal quale riceviamo dei suggerimenti di acquisto sulla base delle visite e degli acquisti precedenti. Abbiamo a che fare quindi con un vero e proprio paradosso: malgrado quella odierna sia un’epoca in cui il progresso tecnologico – pensiamo solo all’intelligenza artificiale – abbia raggiunto traguardi impensabili solo pochi anni fa, forse mai come in passato riescono a far presa tra la gente certe teorie fondate su un approccio che è lontano anni luce da quello scientifico. Con la differenza che prima chi credeva nella stregoneria o nel terrapiattismo poteva divulgare tali convinzioni solo attraverso il passaparola tra amici, oggi chi sostiene che i vaccini provochino l’autismo ha la possibilità di diffondere questa teoria bislacca senza alcun fondamento scientifico grazie a media dalla potenza illimitata.

Molto interessanti sono nel libro anche le riflessioni intorno alla democrazia rappresentativa e la sua crisi per effetto delle sfide costituite dal populismo e dalla stessa tecnologia. “Qui l’interesse – scrive Adinolfi nell’introduzione – non risiede tanto nella materia, quanto piuttosto nel modo in cui la difesa viene condotta, con ragioni che si spera possano reggere l’urto del populismo montante (perché certo, l’obiettivo polemico che affronto in tutto il libro è il populismo di casa nostra).”

L’autore prende quindi posizione in maniera chiara e netta in difesa della democrazia rappresentativa e per il mantenimento degli istituti fondamentali attraverso cui viene esercitata. Perché è vero che in democrazia, in base alla concezione relativistica che ha come massimo ispiratore il filosofo e giurista austriaco Hans Kelsen, tutti hanno pieno diritto a esprimere la propria opinione (quindi anche le più assurde e irragionevoli) ma è altrettanto vero che questo non deve significare che le opinioni che non hanno alcun riscontro nella realtà non debbano essere classificate come tali: non tutti quindi hanno ragione, per rispondere alla domanda del titolo del libro.

L’ultima parte del saggio è dedicata al tema della giustizia, trattato in forma di epilogo attingendo alla recente personale esperienza del filosofo in qualità di consigliere dell’ex ministro Andrea Orlando. Adinolfi prende spunto da un post su Facebook di Luigi Di Maio in cui il vicepremier pentastellato si lancia in un’invettiva in favore del carcere a vita per un presunto stupratore, per denunciare la pericolosità di una tendenza molto in voga oggi (non solo tra i politici) alla giustizia sommaria dei processi celebrati nelle piazze virtuali dei social network. Un fenomeno preoccupante che andrebbe contrastato con forza, cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni e che in certo senso è il termometro più efficace per misurare il tasso di populismo che circola nell’aria. L’autore del libro al riguardo non ha dubbi: il termometro in questo caso segna febbre alta.

Sebastiano Catte, com.unica 7 agosto 2019

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