Uno sguardo alla malattia psichiatrica dopo la legge n°180/78.

Sono passati trentanove anni dall’entrata in vigore della legge 180 del 13 maggio 1978, che abolì gli ospedali psichiatrici, regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) ed istituì i Servizi di Igiene Mentale pubblici, con l’intento di migliorare la qualità della vita dei pazienti e restituire loro dignità.

Era questo il sogno di Franco Basaglia, psichiatra e studioso, promotore della riforma psichiatrica in Italia. Secondo la sua visione, ispirata alle idee dello psichiatra statunitense Thomas Szasz, si dovevano chiudere i manicomi e dimostrare che il problema della malattia mentale poteva essere affrontato in un altro modo, senza costrizioni, senza contenimenti fisici violenti e terapie elettroconvulsivanti (elettroshock), ricorrendo non solo ai farmaci, ma anche ad un diverso tipo di approccio da parte del personale medico e paramedico, trattando i pazienti come uomini, come persone in crisi, allargando la prospettiva sulla loro esistenza. Eppure di questo sogno cosa è rimasto? La legge, essendo una legge-quadro, aveva bisogno di integrazioni, ed ogni regione l’ha attuata con parametri diversi, con risultati spesso discutibili.

È un argomento spinoso quello della malattia mentale. Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, sembra un problema senza soluzioni: crea imbarazzo, disagio, apprensione, a volte disgusto, molte volte rabbia. Ma cos’è questa malattia mentale? Chi sono i cosiddetti “matti”? Non tutti sanno reagire alla sofferenza allo stesso modo e c’è chi lo fa rispondendo con un disturbo psichico di tipo distruttivo, che va a incidere direttamente sull’ambiente e le relazioni. In una società in cui si è valutati per le prestazioni, la produttività e le performance, i casi di depressione, senso di inadeguatezza e consumo di droga (soprattutto cocaina, che dà senso di potenza) sono aumentati, con un conseguente aumento dei disturbi psichiatrici più variegati tra i quali le crisi psicotiche. Il disagio psichico è una destabilizzazione dell’esistenza a seguito di fattori stressogeni incontrollabili che sono andati ad influenzare il ciclo vitale di una data persona. Questi fattori stressogeni possono avere una matrice biologica, sociale, psicologica, sanitaria, ambientale. Quando la sofferenza psichica si protrae nel tempo e va ad incidere su tutti gli aspetti del vivere (lavoro, famiglia, relazioni, società in genere) allora si inizia a parlare di “malattia mentale”. La Psichiatria di questi ultimi decenni ha posto l’accento sul trattamento riabilitativo del paziente psichiatrico e si è passati da un tentativo di intervento psicoterapico ad un più specifico obiettivo di recupero sociale, con un miglioramento della qualità della vita del paziente stesso. Si è diffuso il concetto di Empowerment (consapevolezza di sé e controllo delle proprie scelte), dando rilevanza alla capacità di autogestirsi anche per i pazienti di maggiore gravità. Con il nuovo approccio si intendeva sfidare lo stigma e la discriminazione, incoraggiando le persone con problemi di salute mentale ad impegnarsi più pienamente nel lavoro e nella società. Tuttavia, se nella Psichiatria sono stati fatti molti passi avanti, lo stesso non si può dire della “percezione” che la società ha del malato di mente: da questo punto di vista siamo parecchio arretrati. Il malato mentale ancora oggi non è rispettato, anzi è deriso, allontanato, o peggio, evitato, trattato con indifferenza. La malattia mentale è una stonatura, una contraddizione inaccettabile nella nostra società che insegue la perfezione a tutti i costi. Si fa fatica a capire che anche il malato mentale soffre, anzi, che soffre più degli altri, perché è come se non avesse la pelle a proteggerlo dall’esterno. Eppure la malattia mentale può colpire chiunque in qualsiasi momento della sua vita, indipendentemente dallo status sociale, anche se chi è ricco può permettersi il ricovero in una struttura privata, con maggiore sicurezza di essere seguito e curato rispetto ad una struttura pubblica. Oggi la responsabilità dei malati mentali pesa esclusivamente sulle spalle delle famiglie, ma non è la legge 180/78 il problema: il vero problema è che lo Stato non riesce a sostenere i malati e le famiglie a causa dei tagli che gravano sulla Sanità, dei problemi organizzativi che ne sono derivati, e quindi della conseguente scarsa presenza ed efficienza dell’assistenza sociale sul territorio e della carenza del personale specializzato.

È difficile avere i numeri esatti della disabilità psichiatrica in Italia, perché esiste una percentuale elevata di popolazione che, pur non appartenendo a categorie a rischio, presenta una sintomatologia emergente che non può essere inclusa in nessuna delle categorie diagnostiche, ma che per la gravità sintomatologica fa riferimento ad un Pronto Soccorso Ospedaliero. In caso di ricovero per qualcuno si è arrivati ad una diagnosi, mentre i casi inviati alle strutture psichiatriche ambulatoriali sono andati persi, magari per il superamento della situazione di crisi, sfuggendo ai servizi territoriali.

Ultimamente si sottolinea troppo spesso la volontà di riaprire gli ospedali psichiatrici. I manicomi non possono e non devono essere riaperti, sarebbe un grave salto indietro. La nostra civiltà non può accettare la segregazione come mezzo per risolvere il problema dei malati di mente. La malattia mentale va curata, non nascosta agli occhi degli altri. Va contenuta, soprattutto nel momento della crisi, perché è solo quello il momento del pericolo. La crisi è un momento delicato: è l’espressione di un disagio, è la rottura di un equilibrio, è un’importante perdita di contatto con la realtà. È un momento drammatico per il paziente e per la famiglia, che spesso si presenta con caratteri di acuzie e di urgenza. Allora qui, in questo momento, si rende indispensabile il ricorso all’ospedalizzazione, se non volontaria, obbligatoria, tramite il T.S.O. Il paziente in crisi ha bisogno di essere protetto e limitato nella sua “espansività”, ha bisogno di farmaci senza i quali sarebbe inavvicinabile per la sua angoscia destrutturante e per la frammentazione del suo mondo interno. L’accoglimento e la degenza del malato psichiatrico ha un significato solamente se gli operatori riescono a leggere la crisi e ne comprendono il significato. La mancanza di risposte adeguate, la sola presenza di interventi contenitivi, come lo è un manicomio, può peggiorare la situazione del malato, provocando atteggiamenti di isolamento e di chiusura. In una società articolata e progredita come la nostra non si può pensare ancora a malati di mente legati ad un letto o peggio: un tempo nei manicomi vivevano immersi nei loro umori e liquami misti alla segatura, sporchi, sudici, senza dignità, col vuoto negli occhi, ottenebrati dai farmaci e da altri trattamenti. Una condizione umiliante e di degrado che non deve ripetersi. La soluzione sta piuttosto nel potenziamento delle strutture territoriali esistenti, nel miglioramento dei servizi e dei Centri di Igiene Mentale, nello snellimento dell’iter per il ricovero obbligatorio, eliminando il rimbalzo di responsabilità dalle Forze dell’Ordine ai Sindaci, passando per il Pronto Soccorso e per la Polizia Municipale. Si deve intervenire subito per limitare i rischi di danni alle persone e all’ambiente. In sostanza, non si deve aspettare che esca il morto per fare qualcosa. Il malato mentale non è sempre in grado di valutare, dato il profondo scollamento dalla realtà, la necessità di essere ricoverato e quindi di accettare volontariamente l’ospedalizzazione. La famiglia in questo caso deve avere una maggiore capacità decisionale, il pieno potere legale di richiedere il ricovero in una struttura. Di fronte alla malattia psichiatrica, di per sé disgregante, che lascia nei familiari un amaro senso di impotenza, la possibilità di poter fare qualcosa, come autorizzare un ricovero, è già un passo importante.

Nonostante le critiche spesso aspre e le proposte di revisione, la legge 180/78 è tuttora in vigore ed è l’unico strumento che regola l’assistenza psichiatrica in Italia.

(Nadia Loreti, com.unica 10 agosto 2017)

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