Alle volte le circostanze della vita non solo scelgono del destino di una persona ma le assegnano un ruolo e una funzione che magari in altre circostanze non si sarebbero prodotte. La vicenda umana e in vita di Simone Weil ha attratto spesso proprio per i suoi aspetti estremi in cui non è previsto patteggiamento, ma solo rescissione del contratto e da cui si esce vincenti o perdenti. Simone Weil, la filosofa francese che nel 1943 si impone uno stile di vita per condividere le pene e le sofferenze degli ultimi e muore nell’agosto 1943 a Londra, perché il suo fisico non è in grado di sopportare le decisioni e le deliberazioni che la sua mente vuole imporre.

È lo spunto da cui muove la sua proposta di lettura Mauro Bonazzi, introducendo Il libro del potere (Chiarelettere) un piccolo libro di scritti della Weil che hanno per tema la guerra. Il tema è stato dibattuto all’infinito e ancora ci coinvolge (a partire dall’11 settembre 2001, almeno). Weil lo propone mettendo in campo due questioni che riguardano questo nostro tempo in misura rilevante.

Prima questione. La guerra si fonda sulla forza. Tuttavia, proprio a partire dall’archetipo della guerra rappresentato dall’Iliade, Weil deduce che il ricorso alla forza che l’atto di guerra impone non è risolutivo. La guerra, sostiene Weil, sollecita atti estremi, crea spaccature, vive di scontro frontale, ma non consente di risolvere i problemi, perché la forza non è un atto che segna la differenza. E non lo è o perché la forza dà l’illusione a chi la esercita e la detiene che tutto sua in proprio potere e dunque sia possibile “governare il presente” e decidere della vita degli altri. Ma non è così. Alla fine di quel percorso rimangono ambiti e decisioni in cui l’uso della forza non è risolutivo. Rimane in campo la morte, ma soprattutto il senso della propria incapacità. Seconda questione. L‘uso – e soprattutto il buon uso – delle parole. “Le parole che hanno un senso e un contenuto – scrive Weil – non sono assassine” (p. 50). Ma prosegue – noi di solito mettiamo la maiuscola a parole che sono prive di significato, vuote. Le viviamo contrapposte ad altre parole senza che per questo siamo in grado di proporre dei cortocircuiti che consentano di superare la loro reciproca conflittualità. Perché le parole maiuscole esistono per coppie antagoniste, ma proprio perché siamo bloccati dalla loro irriducibilità restando prigionieri di quel conflitto. Un conflitto da cui non possiamo uscire perché qualsiasi cessione anche legittima, in cui prevalga la visione di futuro, e in controtendenza alle convinzioni e alle emozioni del momento, è vissuta dai propri come cessione alle richieste del nemico, come atto di debolezza e dunque come dimostrazione della propria inadeguatezza. L’effetto è la proposizione di un conflitto infinito, in cui la soluzione non c’è, dove la durata del confronto senza soluzione non consente di vedere più in là della quotidianità.

Bene, ora chiudiamo la pagina di Simone Weil e chiediamoci: questa incapacità di produrre politica, di fare cortocircuito oltre gli opposti, con che entrambi si presentano carichi di legittimità, ricorda niente? Non parla drammaticamente e tristemente a ciò che spesso ci è più caro?

David Bidussa, Pagine Ebraiche, 2 maggio 2017

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