Il ricordo di una lunghissima intervista sugli amori della sua vita: Hemingway, Calvino, Gobetti, la Beat Generation, la Juventus e tanto altro ancora.

“Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini”. Questa frase di Louis-Ferdinand Céline ha fatto un po’ da filo conduttore al documentario-intervista “Dietro le quinte della Storia” con il professor Claudio Gorlier, scomparso l’altro ieri a Torino all’età di 90 anni. L’intervista, curata dal sottoscritto in collaborazione con il regista Giuseppe Recchia e l’attrice di teatro Simona Nasi, aveva lo scopo di provare a chiarire alcuni aspetti ancora oggi oscuri o poco conosciuti riguardanti la storia letteraria, politica e sociale del nostro paese (e non solo) dall’ultimo dopoguerra fino ai giorni nostri.

Claudio Gorlier infatti non è stato solo un grande americanista – ha insegnato Letteratura americana e dei paesi anglosassoni a Torino e in altri atenei italiani – ma un intellettuale a tutto tondo, che ha saputo conservare intatta fino all’ultimo la sua indole curiosa di quando era ragazzo per tutto quel che accade nel mondo. Un ideale testimone del nostro tempo, non solo con riferimento alla sua specifica disciplina. Benché studioso di fama internazionale aveva ben poco del cliché tipico del cattedratico depositario di un sapere elitario chiuso in una torre d’avorio e lontano dal comune sentire dell’uomo della strada. In lui colpiva la naturalezza con cui passava dall’analisi del testo di un’opera di Hemingway o di Conrad alla disputa su chi sia stato il miglior portiere di tutti i tempi; dalle dotte considerazioni sul carisma di Lawrence d’Arabia alla voce di Maria Callas. E forse è proprio questa sua particolare inclinazione verso un felice connubio di cultura alta e popolare ad affascinare i suoi interlocutori. Era dotato di uno straordinario talento nel raccontare la storia (e soprattutto le storie) attraverso i ritratti di protagonisti conosciuti da molto vicino e descritti sapientemente a partire dalle loro grandezze e debolezze umane. Biografie che si incastrano spesso felicemente tra di loro, come in un puzzle, in quella che è la storia del nostro tempo. Nella descrizione di un personaggio ha sempre cercato di andare in profondità analizzandone il carattere e la personalità. È proprio da qui, a partire da particolari o episodi che forse molti accademici riterrebbero del tutto insignificanti, che spesso possiamo trovare alcune spiegazioni ai tanti misteri irrisolti che hanno costellato la nostra storia più recente. Gorlier non ha mai creduto infatti, e lo ha detto apertamente, a una interpretazione unicamente razionale della storia: da qui la sua grande attrazione per la psicanalisi e per i fenomeni sovrannaturali, su cui si è soffermato ampiamente quando gli è stato chiesto un parere su un grande torinese come Gustavo Adolfo Rol, forse uno dei maggiori sensitivi del secolo, figura spirituale di indiscusso carisma e che Federico Fellini definì “l’uomo più sconcertante che abbia mai incontrato”.

L’intervista, che si è svolta nell’abitazione-studio del professore, ha preso l’avvio dal caso Hemingway, della cui opera Gorlier è stato uno dei massimi conoscitori. Il professore torinese ci ha illustrato, anche attraverso alcune scene riprese dal docufilm “The world of Hemingway” dello stesso Giuseppe Recchia, alcune tesi in contrasto con quella ufficiale del suicidio, spiegandoci con dovizia di particolari i motivi – di ordine essenzialmente politico e psicologico – per cui a suo avviso Hemingway non si sarebbe potuto suicidare. E non solo. Perché i funerali del Premio Nobel furono organizzati dalla Cia in forma privata e non ebbero alcuna risonanza pubblica? Non ci furono funerali di Stato perché il cadavere di Hemingway non era nella bara, era stato fatto sparire molto probabilmente grazie ad alcuni agenti delle CIA e con la complicità della quarta moglie del Nobel Mary Welsh. Nella conversazione Gorlier ha posto inoltre in risalto l’attività di Hemingway nelle vesti di giovane reporter per il “Toronto star”, ricordando alcuni episodi poco noti riguardo il suo burrascoso rapporto con il regime fascista e con Mussolini in particolare (vedi il brano-video in questa pagina).

Si è soffermato quindi a lungo sui suoi rapporti con i maggiori esponenti della Beat Generation americana (Ginsberg, Kerouac e Ferlinghetti su tutti, ma anche Bob Dylan) che conobbe e iniziò a frequentare in occasione di un lungo soggiorno di studio negli Stati Uniti all’inizio degli anni Sessanta, prima a Berkeley e poi ad Harvard. Sempre restando al campo letterario, di particolare interesse anche i ritratti che il professore torinese ha tracciato dei suoi amici scrittori, soprattutto di Beppe Fenoglio, Cesare Pavese e di Italo Calvino. Un discorso a parte merita un altro grande amore del professore: Albert Camus, che incontrò per la prima volta a Parigi nell’immediato dopoguerra in occasione del primo congresso di un movimento politico di ispirazione socialista e che poi ospitò alcuni anni dopo a Torino (a tale riguardo ha ricordato che appena sceso dal treno alla stazione di Porta Nuova chiese per prima cosa di farsi accompagnare a visitare la casa dove visse per qualche tempo Nietzsche, in via Carlo Alberto). Gli Stati Uniti hanno fatto anche da sfondo alle incursioni nel campo della politica: negli anni Sessanta ad Harvard conobbe Henry Kissinger, che gli rivelò alcuni intriganti retroscena della politica americana, riguardanti in particolare il presidente John Kennedy. Di grande interesse anche alcune sue profonde riflessioni su alcuni tratti tipici che hanno caratterizzato da sempre la società americana e che si sono manifestati in maniera lampante in occasione dell’attentato alle torri gemelle.

Le altre sezioni del documentario sono incentrate sui ritratti, con particolari poco noti al grande pubblico, delle più significative figure che hanno segnato la storia politico-culturale torinese del Novecento: Togliatti (qui il video), Gramsci, Gobetti (fu amico del figlio) e ovviamente la famiglia Agnelli. Nell’ultima parte c’è spazio anche per parlare di sport, con il ricordo di Fausto Coppi, che Gorlier conobbe quando da ragazzo collaborava a “Tuttosport”; quindi la tragedia in cui rimase coinvolto il Grande Torino, sulla quale il professore ha sollevato alcuni interrogativi inquietanti; e infine l’amata Juventus, che cominciò a seguire allo stadio a partire dagli anni Trenta con l’inseparabile Carlo Fruttero. Quel Fruttero che poi gli giocò un simpatico scherzo quando con il sodale Lucentini decise di trarre ispirazione dalla sua figura per tratteggiare la personalità di uno dei protagonisti del bestseller “La donna della domenica”.

(Sebastiano Catte, com.unica 7 gennaio 2017)

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