La storica Anna Foa si interroga su come reinterpretare oggi il giorno della memoria alla luce dei grandi cambiamenti e delle minacce che investono non solo l’Europa ma l’intero pianeta, fino a mettere in discussione la nostra stessa identità (da Gariwo).

Stiamo di nuovo celebrando il 27 gennaio, la Giornata della Memoria. Tante cose sono cambiate in questi ultimi anni, addirittura in questi ultimi mesi. Gli attentati in Francia, da Charlie Hébdo fino al Bataclan, gli altri terribili attentati che si susseguono in tutta l’Africa, a cominciare dalla Tunisia. La guerra in Siria, con le centinaia di migliaia di morti causati dal dittatore Assad e dall’Isis, le devastazioni, le popolazioni in fuga. I migranti che affogano nel Mediterraneo e quelli che affollano i confini di un’Europa che se ne sente, come che sia la realtà, sempre più minacciata. Le opere d’arte distrutte dai nuovi barbari. Le donne molestate e violentate in Germania nella notte di Capodanno da immigrati musulmani, ad ammonirci che l’uguaglianza tra uomini e donne riguarda solo una piccola parte del globo ed è tuttora minacciata. Il nazionalismo che monta nell’Europa ex comunista, e non solo. Il razzismo che cresce ovunque, l’Europa che si disintegra, la crisi economica, la disuguaglianza crescente. Persino il globo terrestre che si ribella all’intenso sfruttamento dell’uomo e ci regala cambiamenti climatici, smog, siccità. Se in un contesto del genere la nostra identità sta cambiando, se sta divenendo sempre più fragile ed esposta ai venti del cambiamento, come si riflette tale cambiamento sul nostro modo di ricordare il passato e in particolare quel passato ancora tanto vicino che stiamo celebrando e assumendo a monito? Può la Shoah, e in genere questo nostro Novecento di sangue, ancora assumere il ruolo di un segnale posto ad annunciare l’estremo limite dell’umano? O gli orrori e le minacce recenti, con quelli che immaginiamo ci aspettino dietro l’angolo, si avviano, in una svolta epocale, a sbiadire e cancellare questa memoria?

Tanto più, notiamo, che le celebrazioni del Giorno della Memoria hanno avuto finora una forte connotazione europea. È l’Europa unita che ha celebrato la memoria del suo passato con la commemorazione della liberazione del campo di Auschwitz, il simbolo stesso della Shoah. E lo ha fatto rilanciando il ricordo dei suoi genocidi proprio mentre un altro genocidio si verificava di nuovo sul suolo europeo, questa volta in Bosnia, a Srebrenica. C’è un legame tra i morti di Srebrenica e l’istituzione della Giornata della Memoria, fra il rendere perenne la memoria del proprio passato di morte e la lezione da trarre da un genocidio recente a cui non ci si è opposti – come ha scritto alcuni anni fa proprio in occasione del 27 gennaio David Bidussa. Il genocidio di Srebrenica ci ha ricordato i campi di sterminio. E ugualmente, come può non esservi un legame tra l’aver fatto i conti col proprio passato, come hanno fatto i tedeschi, e il ruolo esercitato in Europa?

Ma ora che l’Unione Europea sta naufragando sul problema dei profughi, sul terrorismo, sull’indifferenza verso quanto sta avvenendo in Siria, come reinterpretare la Giornata della Memoria? Non succederà forse che, nel suo rapido declino, l’Europa lascerà dietro di sé anche la memoria della Shoah, il maggiore dei suoi delitti? E ci sono invece degli insegnamenti dell’oggi che possiamo usare per vivificare il ricordo del terribile Novecento alla luce del terribile ventunesimo secolo da poco iniziato?

Una delle prime cose che questi eventi ci insegnano è, credo, che non dobbiamo dare mai nulla per acquisito, che le conquiste della civiltà sono sempre continuamente a rischio, che i genocidi, chiunque riguardino questa volta, si susseguono. Come scriveva Primo Levi in I sommersi e i salvati, “nel ghetto siamo tutti noi, il ghetto è cintato, fuori dal recinto stanno i signori della morte, poco lontano aspetta il treno”.

Ma un altro segnale inquietante ci preme sottolineare. La morte in nome di Dio somministrata dall’Isis è esibita, vantata, propagandata. Le teste cadono davanti alle videocamere. Questo è un elemento nuovo anche rispetto al nazismo. I nazisti hanno cercato di occultare i loro crimini, li hanno negati, continuano a negarli. Intendiamoci, anche i nazisti erano fieri di aver assassinato gli ebrei, ma pensavano che non fosse ancora arrivato il momento di dirlo apertamente al mondo. Forse ora quel momento è arrivato e i nuovi nazisti dell’Isis annunciano un mondo in cui uccidere non è più male, peccato, delitto, ma un atto di omaggio a Dio, una tacca in più da aggiungere sulle loro armi.

Come ripensare in questa luce la nostra memoria? Forse, soprattutto estendendola il più possibile, trasformandola in uno strumento universale di monito, affrontando alla luce di quanto abbiamo elaborato in questi anni gli altri genocidi, gli altri razzismi, le altre violenze, gli altri rifiuti. Perché, quando il male si allarga intorno a noi, anche i nostri strumenti per combatterlo devono allargarsi al mondo intero.

(Anna Foa/ Gariwo 27 gennaio 2016)

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