Per Sant’Agostino fu monotono e copiò Matteo, ma nel corso dei secoli si è preso più di una rivincita. Un articolo di Gianfranco Ravasi.

«Il Vangelo secondo Marco è uno dei testi più ricopiati e letti di tutta l’umanità». Questa affermazione così asseverativa di un esegeta belga, Benoît Standaert, che a quel testo greco di 11.229 parole ha riservato un poderoso commentario in tre volumi e ora un ampio saggio sintetico, è solo parzialmente vera. Per secoli, infatti, questo scritto è stato emarginato, sopraffatto dalla prevalenza del collega più solenne, Matteo, trascinandosi dietro l’aspra definizione che sant’Agostino gli aveva appioppato sulle spalle: pedissequus et breviator, in pratica un monotono copiatore e accorciatore di testi ben più grandiosi, come quelli appunto di Matteo o di Luca. Tuttavia Standaert ha anche ragione perché in epoca moderna Marco s’è preso la sua rivincita generando non solo una messe variegata di commenti e studi ma anche sollecitando un interesse vivace in lettori inattesi (si legga quello strepitoso racconto di Borges contenuto nel Manoscritto di Brodie e lapidariamente intitolato «Il Vangelo secondo Marco»).

A quelle 16 paginette o capitoli che lo compongono nelle edizioni tradizionali Standaert ha dedicato trent’anni della sua vita, mentre l’autore del commento che ora presentiamo, un altro belga, Camille Focant, classe 1946, ha a esse riservato quasi un quarantennio di ricerche, tant’è vero che nel suo sito web si presenta così: «Ho insegnato esegesi del Nuovo Testamento all’Università Cattolica di Lovanio dal 1986 al 2011, università di cui sono ormai professore emerito. La mia opera principale è stata la scrittura di un commentario sul Vangelo di Marco». E tanto per aprire uno squarcio sulla sua biblioteca e sulla sua fatica di studioso, in apertura al suo testo elenca una cinquantina di commenti contemporanei che l’hanno preceduto, per non parlare delle centinaia e centinaia di studi specifici che vengono vagliati nelle sue pagine.

La filigrana che regge quest’opera monumentale – ai teologi e ai sacerdoti che mi leggono su questo supplemento non esito a suggerirne l’acquisto e l’uso, ma il consiglio vale per tutti i cultori della letteratura cristiana delle origini, credenti o no – è nitida e si basa su una sorta di felice contaminazione o integrazione metodologica. Infatti, se è vero che tutto il contributo dell’approccio storico-critico al testo marciano è ben visibile e sapientemente filtrato, l’impianto generale del commentario è retto da un’analisi di taglio narratologico, così che la pur rilevante base costituita dall’orizzonte della storia di Gesù di Nazaret (history) ha in sovrimpressione la mappa del racconto marciano (la story).

L’esito ottenuto è così descritto dallo stesso Focant: «Il mondo nel quale il Vangelo di Marco introduce i suoi lettori è un mondo di conflitti e suspense, di enigmi e di segreti, di domande e rovesciamento delle evidenze, d’ironia e sorpresa. Il suo attore principale, Gesù, è estremamente sconcertante. Lo è per le autorità religiose che si oppongono a lui, lo è anche per i discepoli che scivolano dallo stupore alla contrapposizione e alla fuga, passando attraverso l’incomprensione. E lo è anche per una folla ambivalente che finirà col reclamarne la morte». Come dice in un altro suo scritto, per questo studioso di Marco il simbolo più adatto a sintetizzare quel Vangelo è il punto interrogativo. Un segno che accompagna incessantemente il lettore di questo libro sacro – dal dettato scarno, ispido e fin ansimante (la serie delle coordinate introdotte da un banale kaí, «e») – sino al finale.

Là ci attende la celebre ultima riga del testo originario marciano che suona così nella versione-calco di Focant: « (Le donne), essendo uscite, fuggirono dal sepolcro, poiché le tenevano tremito e stupore, e non dissero nulla a nessuno, poiché avevano paura» (16,8). Dal sepolcro vuoto e dall’incontro con un giovane misterioso e angelico che proclama la fede pasquale («È risorto») queste testimoni se ne vanno mute e atterrite, lasciando che il sipario cali sulla loro paura: una conclusione “aperta”, quindi, vanamente completata da due diverse appendici posteriori. Molti esegeti hanno ipotizzato un taglio accidentale o qualche altro fenomeno redazionale. Per Focant, fedele al suo approccio narratologico, quell’explicit paradossale (in greco la clausola è l’avverbio gàr, «infatti», reso dalla Vulgata con un timebant enim) è invece un suggello coerente e cosciente.

Commenta, infatti, così: «L’epilogo del Vangelo fa da prologo al lavoro del lettore il cui lavoro comincia laddove si conclude quello del narratore… La brusca finale di Marco lo spinge a iscriversi nel dramma evangelico e ad assumerlo… La reticenza di Marco alla fine del suo Vangelo provoca il lettore a elaborare la propria sintesi della storia di Gesù». È un po’ il lector in fabula di Eco: egli ha seguito la trama dipanata dall’autore, scandita dall’intenzione di mostrare l’identità tra l’uomo Gesù di Nazaret e il Cristo vivente della Chiesa delle origini cristiane, e ora deve assumere le redini del racconto assegnandogli una nuova paternità e una nuova declinazione. Lasciamo immaginare a chi ci ha seguito fin qui quanto sia rilevante lasciarsi guidare da Focant in questa riappropriazione del racconto attraverso tutte le altre pagine marciane e le loro molteplici sorprese.

Nell’enorme massa di volumi teologici ed esegetici offerti dall’editoria italiana non solo cristiana – una produzione inattesa in tempi di lettura anoressica – abbiamo scelto questo commentario al primo Vangelo (cronologicamente parlando) non solo per la sua qualità ma anche perché Marco è il compagno di viaggio durante la liturgia domenicale cattolica di quest’anno. Nella linea di un tale contesto, evochiamo in finale il saggio dell’altro esegeta belga sopra citato, Standaert, il cui imponente commento abbiamo a suo tempo già presentato su queste pagine. Ebbene, nel suo nuovo scritto egli ribadisce una tesi che ha suscitato non poche reazioni, all’insegna soprattutto della perplessità, e che cerca di immergere il Vangelo di Marco proprio in una culla genetica di natura liturgica.

Infatti, secondo questo biblista, il testo marciano sarebbe una sorta di “lezionario” da proclamare integralmente nella notte della Veglia pasquale, in attesa della celebrazione del battesimo e della cena eucaristica. Una “lezione” catechetica della Chiesa delle origini cristiane sull’identità del Crocifisso e Risorto e sulla sequela che il neofita doveva imboccare lungo la strada tracciata dal suo Maestro e Signore. Prescindendo dalla fondatezza di questa ipotesi, devo confermare che – almeno temporalmente – il Vangelo di Marco è un libretto che può essere letto senza difficoltà in una serata prolungata. È ciò che ha fatto per anni a più riprese l’attore Franco Giacobini in vari luoghi ove anch’io l’ho seguito, così come ho ascoltato nel luglio 1995 un altro attore, Massimo Popolizio, proporre il testo integrale marciano nella cattedrale di Prato. Ma già nel 1976 ci aveva provato l’attore americano Alec McOwen… Perché non ritentarne l’esperienza anche a livello “laico” e non solo liturgico?

(Il Sole 24 Ore, domenica 2 agosto 2015)

Articolo di S.E. Cardinale Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore

Camille Focant, Il Vangelo secondo Marco, presentazione di Roberto Vignolo, traduzione di Cristiana Santambrogio, Cittadella, Assisi, pagg. 714, € 59,50.

Benoît Standaert, Il Vangelo secondo Marco. Composizione e genere letterario, Dehoniane, Bologna, pagg. 390, € 35,00

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