«Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta deve allenarsi pienamente. Essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una immortale. Io, dunque, corro ma non come chi non ha una meta; faccio pugilato ma non come chi batte solo l’aria; anzi, colpisco duramente il mio corpo riducendolo in schiavitù perché non accada che, dopo aver predicato agli altri, proprio io venga squalificato». Questo grappolo di metafore sportive è sviluppato da san Paolo in un paragrafo della sua Prima Lettera ai Corinzi (9,24-27). È interessante notare il rimando a due pratiche sportive, la corsa nello stadio e il pugilato. Il linguaggio adottato è tecnico: curioso è, ad esempio, il verbo pyktéuô, hapax in tutto il Nuovo Testamento, un verbo che descrive il gesto del pugile che non lancia colpi a vuoto, ma hypopiázô, letteralmente “cerca di colpire sotto l’occhio”, il punto più delicato del volto dell’avversario.

Anche nel suo “testamento” ideale, affidato al fedele discepolo Timoteo, l’Apostolo farà il bilancio della sua vita ricorrendo all’immagine della corsa nello stadio, creando in greco persino una rima: ton drómon tetéleka, ten pístin tetéreka, «ho completato la corsa, ho conservato la fede» (2Timoteo 4,7). D’altronde, il gioco, il divertimento, il tempo libero, la festa, l’intima connessione tra corpo e interiorità della persona fanno parte della civiltà, della cultura e della stessa religiosità di tutti i tempi. Si pensi solo al mondo greco classico che nell’esercizio sportivo vedeva la matrice della paidéia, cioè di una formazione basata sull’euritmia fisica, psichica e intellettuale, come appariva negli eventi “olimpici”, generatori persino di poesia (le odi Olimpiche di Pindaro), nelle immagini artistiche vascolari e plastiche (il Discobolo di Mirone) e nei giochi funebri cantati da Omero.

Non deve, perciò, stupire se una religione così “incarnata” come il cristianesimo e, in particolare, il cattolicesimo con la sua presenza strutturale nella società, abbia dedicato un’attenzione vivace allo sport. Quanti personaggi pubblici dello spettacolo o della canzone hanno rievocato i loro inizi adolescenziali proprio all’interno di un campetto di calcio di un oratorio. Pochi, però, sospettano che delle attività sportive si siano interessati i papi degli ultimi decenni, a partire dagli inizi del secolo scorso con Pio X, un santo sorprendentemente appassionato per questo fenomeno che allora non aveva ancora raggiunto gli odierni livelli di diffusione e popolarità. Pio XI, invece, lo sport l’aveva praticato: era stato, infatti, uno scalatore di vette alpine, al punto tale che alcune vette o sentieri di ascesa portano ancor oggi il suo cognome originario, Ratti.

Facile è pensare a san Giovanni Paolo II, definito l’“atleta di Dio”, mentre scia, fa canoa o nuoto e si rivolge incessantemente agli sportivi di ogni genere. Ormai tutti sanno che papa Francesco era ed è tifoso della squadra del San Lorenzo di Buenos Aires della quale è anche tesserato (n. 88235N-O), versando la quota annuale di “activo simple”. Eppure anche figure papali apparentemente remote da questo orizzonte hanno compreso la verità di quanto affermava lo scrittore francese Jean Giraudoux: «Lo sport è l’esperanto delle razze». Così, Pio XII si dedicò alla “ricostruzione morale” della vita sportiva ed è impressionante la lista dei suoi incontri e discorsi per atleti, ciclisti, olimpionici, canottieri, alpinisti, corridori automobilistici, fantini e così via fino ai globetrotters e ai giocatori di baseball e di hockey. Altrettanto fitta è la serie di interventi di Paolo VI che, senza esitazione, dichiarava: «La Chiesa ammira, approva e incoraggia lo sport» e, rivolgendosi al Comitato Olimpico Internazionale, lo definiva come «la più alta e qualificata autorità in materia, l’interlocutore più valido che potremmo mai desiderare».

Il pontificato di Giovanni Paolo I fu una meteora, ma alla sua elezione il famoso vescovo brasiliano Hélder Câmara aveva esclamato: «La Chiesa elegge papa il figlio di una domestica e di un muratore socialista! Un bambino che ha sofferto la fame! Un vescovo che amava andare in bicicletta!». E persino l’“intellettuale” Benedetto XVI ha lasciato una sequenza molto ampia di riflessioni sullo sport come «mattone prezioso su cui edificare pace e amicizia fra popoli e nazioni», soprattutto in connessione con tre grandi occasioni ufficiali: le Olimpiadi Invernali del 2006, le Olimpiadi di Pechino del 2008 e i Giochi Olimpici di Londra del 2012. Egli, tra l’altro, considerava lo sport come un moderno “Cortile dei Gentili” ove credenti e non credenti potessero confrontarsi attorno a non pochi valori comuni: la corporeità, la festa, l’educazione giovanile, ma badando anche ad alcune degenerazioni sempre più incombenti.

Infatti, non si può ignorare che la crisi di alcuni sport, in particolare del calcio, non è solo economica ma soprattutto etica: pensiamo al doping e a tutte le pratiche illecite, al tifo violento, alle scommesse e alla corruzione, agli eccessi finanziari, al razzismo, agli stadi che si trasformano in grembi di brutalità e volgarità, ai riti di massa che cancellano il riposo domenicale, escludendo ogni altra attività familiare, religiosa, culturale. Karl Kraus nei suoi Detti e contraddetti, con la sua consueta acidità, colpiva però nel segno quando rilevava che «lo sport è figlio della democrazia ma contribuisce per proprio conto all’istupidimento della famiglia».

In questa luce, d’intesa col CIO e il suo presidente Bach che incontrerò ufficialmente nella sede di Losanna, il Pontificio Consiglio della Cultura vorrebbe organizzare il prossimo anno un grande incontro internazionale di sportivi e di responsabili delle federazioni attorno a questi temi che rischiano di incrinare l’autenticità dello sport e della sua vera anima e che interpellano credenti e “laici”, sportivi e tifosi, istituzioni pubbliche e società agonistiche.

(Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2015)

Articolo di S.E. Cardinale Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore

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