Il primo volume della biografia scritta da Zachary Leader racconta la vita del Nobel attraverso voci e documenti inediti. Romanziere delle idee, premio Nobel per la letteratura, nel centenario della nascita e a dieci anni dalla sua scomparsa Saul Bellow (1915-2005) ritorna ad essere oggetto di studi critici e di progetti editoriali che riportano in primo piano il legato letterario di uno dei massimi scrittori del Novecento. Mentre la Library of America sta terminando la ristampa completa dei suoi romanzi, è in preparazione sotto la guida di Benjamin Taylor, già curatore cinque anni fa di un suo cospicuo epistolario, una prima raccolta di cinquanta saggi che comprendono fra altri le sue impressioni sulla Spagna di Franco nel 1948 e scritti da Israele nel 1967.

Fresco di stampa è invece il primo volume della monumentale biografia autorizzata prevista in due parti dello studioso Zachary Leader dell’università di Roehampton, che attingendo a materiale fin qui non disponibile – frammenti di romanzi non pubblicati, un memoire della seconda moglie, trascrizioni di lunghe conversazioni fra Bellow e Philip Roth, oltre a un centinaio di interviste a mogli parenti ed amici che si erano negati ai precedenti biografi – racconta nel dettaglio e con analisi attenta e sensibile «la vita lunga e complicata di uno scrittore superbo e di un uomo impossibile». The Life of Saul Bellow: To Fame and Fortune 1915-1964 (Londra, Jonathan Cape, pagg. 812, sterline 35) è la prima parte del lungo viaggio di uno scrittore che per tutta la vita restò fedele al passato, al recupero delle origini, perché per dirla con George Sand in una frase a lui cara «nella letteratura condizione prima di ogni merito è essere stessi». Del resto egli riteneva che «ciò che conta in un uomo è il suo modo di sentire».

L’autore sottolinea le note caratteristiche di Bellow, la molteplicità dei registri del suo pensiero e della sua scrittura, la tendenza alla meditazione filosofica, la, percezione sottile di ogni cosa, il linguaggio della strada, l’umorismo, in una biografia intensa, di profonda integrità letteraria, che offre una cornucopia di informazioni quasi per raddrizzare gli eccessi negativi di precedenti biografi facili alla penna pungente, senza per questo trascurare la parte meno edificante del donnaiolo impenitente dedito ai divorzi a catena.

Le voci femminili sono forti, sentiamo quella della prima moglie Anita Goshkin, e devastante nella sua indulgente semplicità quella della seconda, Sasha Tschbasov: «era un grande egocentrico, incapace di amare una persona».

Paladino a oltranza dell’importanza dell’immaginazione nella scrittura fiction e non fiction, l’indimenticabile autore de Le avventure di Augie March e di Herzog , spesso e volentieri identificato con Chicago, era in realtà nato in Canada nel Québec il 10 giugno 1915, in una famiglia di emigranti ebrei della Bielorussia costretti ad abbandonare una vita prospera a San Pietroburgo nel 1913 per sfuggire al carcere. Solomon Bellow, solo più tardi Saul, ricevette la sua prima educazione dal padre, un uomo irascibile che passava da un lavoro all’altro, che leggeva ad alta voce al bambino il quotidiano locale in yiddish.

Quando nel 1924, nove anni dopo, la famiglia emigrò dal Québec a Chicago, il ragazzo – come ricorderà più tardi in Herzog – trovò una città con due realtà marcate, due lingue, due codici di vita. Intuì presto il centro di gretto materialismo, avvolto in una coltre oscura impenetrabile ai raggi della cultura, come scriverà. Del resto su di lui, fin dal tempo dell’università, interesse, profitto, prudenza, affari, non avevano presa.

La madre l’avrebbe voluto violinista o rabbino, ma lui, già avido lettore fin da giovane studente – Schopenhauer, Spengler, Kafka, Huysmans – preferì la vita incerta e randagia dello scrittore. Leggeva anche Marx, negli anni Trenta le simpatie dell’adolescente Bellow per Trotsky erano naturali, si avventurò anche in Messico per intervistarlo, ma arrivò troppo tardi, il giorno dopo l’assassinio.

Tuttavia, come l’eroe de L’uomo in bilico , che scrisse nel 1944, non era tagliato per essere un rivoluzionario, protestava, ma per sua ammissione non gli piaceva, e guarì in fretta. Anni dopo, pur non avendo del tutto aderito al modello neoconservatore di passare da un giovanile radicalismo alla destra, le proteste studentesche degli anni Sessanta lo lasciarono sgomento, e non si riprese più.

La biografia ripercorre gli anni di lavori incerti all’università, in cui insegna letteratura e traduce in inglese, dallo yiddish, Gimpel l’idiota di Isaac Bashevis Singer. È già un uomo seducente ed elusivo, feroce nella lealtà e nelle inimicizie, viaggia in Europa e a Parigi trova per caso e per strada la sua voce di scrittore che non abbandonerà più. I suoi romanzi sono un riflessione distaccata ma di ricerca e di lotta continua, vissuta con una scrittura di getto.

L’analisi che ne fa Leader ci restituisce il vero Bellow, l’esperto osservatore della dolorosa evasione dall’infanzia, la sua tendenza quasi ossessiva a rimuginare, la sua non sempre nascosta vulnerabilità. Il volume si chiude astutamente alla vigilia della pubblicazione di Herzog , il capolavoro del 1964, quando il successo dei suoi scritti e del suo fascino è allo zenith. Al secondo volume toccheranno i successivi quarant’anni di un titano della letteratura, seducente ed elusivo, feroce nella lealtà e nelle inimicizie, consapevole di essere profondamente assorto in se stesso come condizione necessaria a scrivere come scriveva.

(Il Giornale, 9 giugno 2015)

Articolo di Aridea Fezzi Price, Il GIORNALE

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