L’amore che aveva conosciuto fino a quel momento, era stato soltanto quello dei cioccolatini. Ne comperava a confezioni intere, di tutte le misure e di ogni foggia. A scatole rettangolari, a forma di cuore con il coperchio imbottito, a cilindro, chiusi dentro automobiline con le ruote fisse, custoditi in cestini di paglia poco più grandi di un ditale, tenuti da bambole di pezza. Ne acquistava per gola. Come dovesse saziare una fame di settimane e di mesi. E una volta giunto a casa, aperta la confezione, incominciava a scartarli con ritmo superiore al tempo che occorreva per mandarli giù.

La sua stanza emanava un forte odore di cioccolato. E questo odore se lo portava dietro anche quando usciva, così penetrante che la gente nella quale s’imbatteva lo scambiava per “burro cacao” quello che ci si dà sulle labbra screpolate per idratarle un po’. La frenesia che lo prendeva scartando i cioccolatini, in realtà coincideva con l’impazienza di leggere gli aforismi e le massime stampate sul fogliettino trasparente come carta oleata. “C’è tutta una vita in un’ora d’amore”. Oppure: “L’amore porta tanta felicità, molto più di quanto struggersi per qualcuno porti dolore”.

Lui la vita doveva ancora incominciarla, perché la felicità non sapeva cosa fosse, così come non aveva mai assaporato il dolore. Leggeva e gettava nel cestino. Gli aforismi soltanto, che gli restavano fissi nella mente. Degli autori non gli importava nulla. Ricordarne i nomi era per lui un di più. Anzi, ignorarli, era come illudersi che l’autore fosse lui stesso.

E intanto continuava a scartare. “L’unico vero amore è l’amore a prima vista; la seconda occhiata non è che una svista“. E poi c’era il verso di Carducci del quale non avrebbe mai potuto appropriarsi: “Il vero immortale è l’amor“. Ma lui ignorava ancora tutto dell’amore, sia la prima che la seconda occhiata, e soprattutto non conosceva nulla della sua eternità. A volte, nel segreto della propria stanza, si chiedeva che cosa mai ci stesse a fare al mondo se l’amore ancora non gli aveva aperto la porta.

Lui pensava all’amore come al castello delle favole: era lì, sull’altura, ma il ponte levatoio era inesorabilmente alzato. Ogni tanto si abbassava per far passare qualcuno, ma quando lui se ne avvedeva e faceva per raggiungerlo, era sempre tardi e se lo vedeva riabbassare di colpo, come una beffa. Addirittura a volte gli era sembrato pure che qualcuno, dietro gli alberi che circondavano il maniero, lo deridesse. Ma poi, guardandosi bene intorno, non trovava anima viva e rientrando in sé si avvedeva che il beffardo era lui stesso.

Guardandosi meglio allo specchio, un giorno, si accorse d’essere ingrassato enormemente. “Tutti questi cioccolatini!” esclamò. “Bisogna che me ne privi”, continuò allarmato anche per l’affanno che l’opprimeva nel fare le poche scale che dal piano terra lo portavano alla sua cameretta. Ma le buone intenzioni naufragavano, come un gommone infilzato da un pesce spada, una volta raggiunta la sua stanza, in cui la bella pila di confezioni di cioccolatini era lì, invitante come mai. Allora apriva e incominciava a scartare.

E la nocciolina che stava sulla punta del cioccolatino gli faceva quasi l’occhiolino come una bella donna. Lui se la metteva in bocca, se la strofinava intorno al palato, se la portava tra i molari per ridurla in frammenti e solo allora, mandandola giù, godeva come tutti i golosi: godeva di quell’amore ineguagliabile e consolatorio che solo a pochi è dato provare, fino a farne una malattia, come quella descritta su un foglietto avuto tra mano: “L’amore è come le malattie contagiose: più le si temono e più vi si è soggetti“.

Era dunque malato? Si chiese una sera prima di addormentarsi. Ma non fece in tempo a darsi una risposta perché il sonno lo colse improvviso. Al bar, la mattina, per la colazione, vide un volto nuovo e due occhi che lo fissavano con interesse nonostante il lardume che gli si era accumulato addosso. Uscì che quegli occhi gli rimasero in petto tra sentimenti di angoscia e di letizia. A casa non toccò nemmeno un cioccolatino. Sfogliava quegli occhi come si attende ad una rivelazione. Seppe, il giorno successivo, che la ragazza stava nella casa all’angolo di un quartiere cittadino, entro le mura, a fianco alla chiesetta gotica nella quale l’ultima volta che era entrato fu per la prima comunione.

Era anche il suo quartiere e gli fu più agevole incominciare gli appostamenti. “La fermo, mi presento e le dico che l’amo!” S’era detto in un fiato come se la ragazza gli stesse davanti. E invece non ne fu capace. Lei passava al mattino per recarsi al bar, e la sera per tornare a casa. Lui stava appostato all’angolo, ma ogni volta era come se restasse paralizzato. L’attesa, l’angoscia, l’amore incominciarono a roderlo dentro e a dimagrirlo fuori.

“Se continua così finisce che ne muoio”, si disse un giorno che aveva perduto ogni illusione. Dall’angolo della Chiesa in cui stava appostato, si vedeva il sole declinare sulla collina arroventata. “Nulla da fare”, stava ripetendosi sconsolato, quando una mano, leggera, gli si posò sulla spalla facendolo voltare di scatto. “So tutto”, disse lei che gli stava accanto. “Eccomi, sono qui”. E aggiunse suadente: “non è l’amore che fa soffrire, ma la sua assenza”. Lui trasalì in un brivido. Aveva letto quella frase sul foglietto di un cioccolatino. Ma adesso era tutta un’altra cosa.

Mario Narducci, com.unica 24 marzo 2020

Mario Narducci è nato nel 1938 a L’Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest’ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di Paolo VI nell’ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di Giovanni Paolo II, poi raccontati nel volume, esaurito, Le ragioni dell’anima (Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige Novanta9, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E’ presidente dell’Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia e promotore del Premio L’Aquila intitolato ad Angelo Narducci, direttore storico del quotidiano Avvenire. E’ componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato tra l’altro i seguenti testi di poesia: La Ragazza di un mese (Ceti, Teramo), Se insiste la speranza (Cannarsa, Lanciano), Il deserto e i giorni (IAED, L’Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, Le offese stagioni (Confronto, Fondi), Tempo di Passione (IAED, L’Aquila).  

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