Come la stampa italiana e internazionale celebra l’anniversario e il suo significato alla luce della realtà odierna.

Martedì 7 novembre saranno trascorsi esattamente cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre che fece crollare l’Impero russo e aprì la strada alla creazione dell’Unione Sovietica. Un evento che ha dato vita al “secolo rosso”, come racconta un webdoc del Washington Post; o, come scrive il saggista Paul Berman, a “un secolo di follia” (IL). “L’attrattiva del bolscevismo era un culto della ragione che era, allo stesso tempo, una pazzia – scrive Berman. E, per un considerevole tratto del Ventesimo secolo, il potere di questa attrattiva si rivelò il più forte che si fosse mai visto nel mondo. Nel giro di suppergiù trent’anni, il comunismo poteva contare sulla lealtà, o quantomeno sull’obbedienza, di qualcosa come un terzo della popolazione e metà della superficie del mondo, con entusiasti sostenitori in ogni Paese della Terra. E aveva ragione di ritenersi prossimo a un trionfo universale. Nemmeno l’Islam del Settimo e dell’Ottavo secolo aveva ottenuto successi paragonabili”.

L’eco del bolscevismo non si sente più se non in alcune regioni dell’Asia, fa notare il filosofo americano Michael Walzer, in una intervista di Francesca Paci per La Stampa.  Il bolscevismo – afferma – “ha costretto le menti migliori a difendere l’indifendibile” Oggi, sottolinea, “resiste poi negli intellettuali di estrema sinistra alla Zizek, che lo associano alle avanguardie e alla liberazione sessuale dimenticando che furono represse dai soviet. Quella rivoluzione è sopravvissuta più a lungo in Occidente che altrove. Per quanto venga dal Kgb, Putin ricorda più lo zar che Lenin. L’Ungheria e la Polonia, invece, non vivono una deriva neocomunista ma neofascista, pagano il fallimento del dissenso che sostenni negli Anni ’70”. Sempre sulla Stampa di grande interesse anche l’intervista alla filosofa ungherese Agnes Heller, per la quale occorre mettere in grande risalto le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, il peccato originale che ha generato bolscevismo, fascismo e nazismo. Quella guerra preparò il terreno ai totalitarismi e agli altri orrori, compresa la Shoah che avvenne solo in Europa, in tutta l’Europa: “Allora pochi capirono il peso della I guerra mondiale, che oggi è chiaro a tutti. Che lezione ha tratto l’Europa? Nessuna. Sennò non avremmo avuto il secolo breve, una serie di errori sin dalla pace ingiusta del ’19 che umiliò la Germania. È vero che poi l’Europa ha rifiutato la guerra, i totalitarismi, ha archiviato la massima causa di conflitti, i poteri opposti di Francia e Germania. Le nazioni europee, diversamente dalla Russia, hanno rinunciato alle loro ambizioni territoriali. Ma non è molto”. 

Ma oggi, a parte – forse – la Corea del Nord, che cosa resta nel 2017 di quella rivoluzione? La Russia di Putin ha nostalgia di Stalin, dell’Unione Sovietica e pure degli zar Nicola I e II, ma il ricordo della rivoluzione è soprattutto “fonte di grande imbarazzo”. La parola d’ordine oggi, sotto la guida di Vladmir Putin, è “stabilità” e nonostante le effigi di Lenin siano presenti ovunque, ma indifferenti pressoché a chiunque, così come il simbolo della falce e martello (IL). “Per l’Europa figlia della Rivoluzione francese un popolo che scende in piazza merita sempre simpatia – scrive Anna Zafesova su IL. “Nella Russia della rivoluzione bolscevica e della perestrojka che ne ha segnato la fine (shock paragonabili per entità di sovvertimento di tutta la vita precedente), la ribellione è sinonimo di caos, e il caos è il male supremo. Con una intuizione molto arguta, il politologo Vasilij Zharkov aveva rintracciato lo stesso sentimento in un altro superstite di una rivoluzione cruenta, Thomas Hobbes, che emerse dalla carneficina di Cromwell con la convinzione che l’unico rimedio al caos fosse lo Stato del Leviatano”. 

Negli corso degli anni abbiamo assistito, con sfumature e gradazioni diverse, alla caduta o alla trasformazione in “capitalismi di Stato” di diversi baluardi dell’ideologia comunista, dal Vietnam alla Cina, passando per Cuba (Economist). Persino in Corea del Nord ci sono segnali di un’economia parallela dalle caratteristiche piuttosto affini a quelle del libero mercato (Nyt).

Si va allora verso un modello Singapore? Cento anni dopo, nota Bloomberg, quel che si scorge è soprattutto che i Paesi democratici virano sempre di più verso la redistribuzione delle risorse – pensiamo agli esperimenti sul reddito universale di cittadinanza in Finlandia e Olanda – mentre quelli con regimi autoritari tendono a limitare sempre più l’intervento pubblico in ambito economico, pur mantenendo un elevato controllo politico. Secondo Noah Smith, il “modello Singapore” sembra l’evoluzione più conveniente per gli ex regimi figli della “Rivoluzione d’ottobre”, che un secolo dopo sta dando vita a vari embrioni di “capitalismo autoritario”.

(com.unica, 5 novembre 2017)

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