Un ritratto del grande storico a cinque anni dalla morte sul Corriere della Sera

Si racconta che in Italia ci fu un tempo in cui gli intellettuali orientavano il dibattito politico e culturale. Molti erano funzionali alle ideologie del Novecento e cercavano di imporre la loro egemonia; altri erano disposti ad accollarsi il rischio dell’isolamento. L’intellettuale era riconosciuto al punto che Silvio Berlusconi, sceso in politica, ne coinvolse alcuni per ammodernare l’Italia con il contributo del pensiero. Progetto reale o astuzia? Sta di fatto che lo fece.

Oggi queste immagini scorrono come un film d’antan, come un brano tratto dalla canzone di Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino, in cui l’anziano racconta il mondo prima della catastrofe atomica e il piccolo la percepisce come una fiaba. Non che l’intellettuale sia scomparso: è solo residuale; coloro che un tempo si accapigliavano, ora si difendono, spalla a spalla, nello stesso fortino assediato. Al dibattito pubblico delle idee partecipano urlatori armati di slogan.

Simili malinconie si affacciano leggendo il biglietto d’invito all’Accademia dei Lincei, per il 30 ottobre, quando verrà ricordato, alla presenza del presidente della Repubblica, Piero Melograni (mancato 5 anni fa), il «professore dolce» sempre disposto, con la sua aria mansueta, al confronto: «Dopo il riscontro con i fatti, uno storico deve essere pronto a modificare o abbandonare le sue teorie». La prima volta gli accadde nel 1956, a 26 anni, già da dieci iscritto al Pci: «Nella notte fra il 4 e il 5 novembre, mentre i carri armati sovietici invadevano Budapest, non riuscii a prender sonno. Il timore di perdere la fede fu finalmente sopraffatto dalla rabbia di non averla perduta prima». Osteggiato dai vecchi compagni di strada, sprofondò negli archivi e ne riemerse con Storia politica della Grande guerra, che lo consacrò tra i più brillanti storici a livello internazionale. Badando ai fatti, aveva messo con le spalle al muro le scuole imbrigliate nei pregiudizi.

Lo attendevano trent’anni di insegnamento all’Università di Perugia e di presenza nel dibattito culturale e politico di quegli anni. Quando Vito Laterza individuò in Giorgio Amendola l’uomo a cui far interpretare l’antifascismo, entrambi videro in Melograni lo studioso adatto a porre le domande: «Amendola era convinto che la verità potesse nascere soltanto dal fuoco delle polemiche e confidava in me perché accendessi quel fuoco». Il patto era di poter rivedere tutta l’Intervista sull’antifascismo, ma nel frattempo era maturata una tale stima che Amendola rinunciò a farlo. Questo bastava, a Melograni, pur consapevole che «uno studioso anticonformista non è giudicato affidabile, non fa mai una grande carriera, non riceve premi e non è invitato a dirigere o a presiedere alcunché».

Nel 1995 prese parte alla Convenzione liberale del radicale Marco Taradash e l’anno successivo venne eletto alla Camera come indipendente nelle liste di Forza Italia. Fu tra i 60 saggi incaricati di scrivere la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Alla scadenza del mandato, citando Karl Popper («in politica la scelta non è mai tra il bene e il male, ma sempre soltanto tra due mali di cui dovremmo saper scegliere il minore, se fossimo bravi»), decise di non ricandidarsi, tornando agli studi e alla collaborazione sempre più stretta con Paola Severini, impegnata nella difesa dei disagiati, nel frattempo divenuta sua moglie.

Trovò il tempo per scrivere libri su Mozart e Toscanini, passioni di sempre. Ma nemmeno in questo era snob, Melograni: in un’intervista confessò di fare zapping e di fermarsi incantato ad ascoltare orchestrine che invitavano a ballare il liscio.

(Pierluigi Vercesi, Corriere della Sera 26 ottobre 2017)

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