[ACCADDE OGGI]

È universalmente conosciuto come il maggiore esponente del modernismo catalano eppure la modernità, certo una modernità non artistica, travolgente, veloce e priva di ostacoli, lo uccise.

Antoni Gaudì il genio ispirato dalla natura che usava il colore e il movimento per i suoi capolavori architettonici, fu investito il 7 giugno del 1926 dal primo tram messo in circolazione nella sua città Barcellona, un tram il cui conducente non si curò di soccorrerlo ma semplicemente allontanò il suo corpo fracassato dai binari per proseguire la corsa. Non sopravvisse alle gravissime ferite riportate nell’incidente e spirò tre giorni dopo.

Raccapricciante, triste e incomprensibile fu la spiegazione data dai suoi mancati soccorritori che si giustificarono dicendo che non avevano riconosciuto in quel corpo straziato il grande architetto perché lo avevano scambiato per un barbone. Come a dire che i barboni possono morire ma gli architetti no.

Non la pensava così il povero Gaudì, all’anagrafe Antoni Gaudì i Cornet, ultimo dei cinque figli di una modesta e umile famiglia catalana il cui papà modellava e riparava le caldaie. Antoni grazie ai sacrifici e al duro lavoro della famiglia a cui non si sottraeva e anzi, frequentando il laboratorio paterno assimilò le tecniche degli spazi e dei volumi, riuscì a studiare fino a laurearsi in architettura. Il suo credo era e restò sempre il rispetto della natura a cui dedicava giornate intere in contemplazione affascinato della potenza del creato come la massima espressione di un disegno superiore verso cui l’uomo doveva e poteva tendere nella consapevolezza che “L’originalità consiste nel ritorno alle origini”.

Il suo genio si rivelò grazie all’incontro a Parigi con l’industriale catalano Eusebi Guell che gli consentì di dare sfogo alle sue originalissime idee architettoniche. È in quel periodo che nascono i capolavori come il Palazzo Guell, la Casa Calvet, il parco Guell, Casa Batlló, la chiesa della Colonia Guell e Casa Milà.

Ma la l’opera che alla fine lo catturò, a cui si dedicò col corpo e l’anima, forse più con l’anima tanto da sottrarsi alla vita sociale fino a imprigionarsi come un asceta in perenne contemplazione mistica dentro una baracca del cantiere, è la Sagrada Família, un Tempio di espiazione dei peccati e una grande basilica cattolica. Non c’è turista che recandosi a Barcellona non si rechi a visitare la Sagrada Família rimanendone incantato. È in assoluto il monumento più visitato di Spagna anche se mai finito e perennemente in costruzione. Antoni Gaudì sapeva che non avrebbe visto ultimati i lavori della sua opera perché riteneva di essere l’esecutore di un disegno ispirato dall’alto e per questo a chi gli chiedeva cosa pensasse dei tempi lunghissimi, diceva riferendosi a Dio: “Il mio cliente non ha nessuna fretta”.

L’ “Architetto di Dio” morirà, come detto, per essere stato investito da un tram, il cui conducente lo avrebbe scambiato per un barbone. Un barbone, architetto e, per di più come sostengono in molti, un omosessuale che dall’altro mondo, smettendo per qualche ora la sua misantropia, si sarà fatto grasse risate assistendo, nella Spagna di Zapatero, alla bagarre dei cortei omosessuali che volevano proibire a Benedetto XVI di andare a celebrare nella Sagrada Família. Uomini come Antoni Gaudì non sono barboni, architetti, eterosessuali o omosessuali. Sono l’espressione più alta di una volontà superiore.

(Franco Seccia/com.unica, 7 giugno 2017)

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