[ACCADDE OGGI]

Settantuno anni fa nasceva la Repubblica. Non fu un parto facile a causa della guerra conclusasi da appena un anno con gli inevitabili strascichi politici interni ed esterni al nostro Paese. Un’Italia divisa da una lotta fratricida che purtroppo aggiunse ulteriori lutti alla tragedia di una pesante sconfitta che si appalesava anche visivamente tra le macerie di intere città devastate dalla furia di un conflitto infame che non risparmiò luoghi sacri alla memoria della civiltà; questa Italia il 2 giugno 1946 fu chiamata ad esprimersi sul referendum istituzionale: Monarchia o Repubblica?

Per la prima volta furono chiamate al voto anche le donne, ma per la verità lo avevano già fatto il 10 marzo precedente partecipando alla consultazione amministrativa in virtù del Decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo 1946 a firma di Umberto II che estese il diritto all’elettorato passivo alle donne consentendo poi la loro elezione alla Assemblea Costituente che sempre il 2 giugno 1946 fu votata unitamente al referendum istituzionale. Fu perciò un Re, sia pure provvisorio, a chiamare gli italiani ad esprimersi sulla forma istituzionale da dare all’Italia risorgente dalle rovine della guerra. Lo fece in virtù di un accordo con i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale che messo da parte il loro ideale repubblicano si adattarono alle contingenze e acconsentirono alla promessa, una volta normalizzata la situazione, di affidare al voto la scelta tra repubblica o monarchia. Anche e soprattutto il PCI di Togliatti piegò la testa su invito della Russia di Stalin e da qui la cosiddetta “svolta di Salerno”. E così che il 2 e 3 giugno gli italiani, uomini e donne votarono. Non votarono perché le loro terre erano ancora sotto il giogo dagli eserciti occupanti oltre un milione e mezzo di italiani della Venezia Giulia, del Trentino e della Dalmazia.

Naturalmente il voto fu impossibilitato alle centinaia di migliaia di soldati detenuti nei diversi campi di prigionia sparsi per il mondo. Già nel pomeriggio del 3 giugno nella Sala della Lupa a Montecitorio, intorno a un lungo tavolo a ferro di cavallo presero posto i presidenti e i consiglieri di sezione della Cassazione contornati da una folla di giornalisti, di emissari dei partiti e di ufficiali della Commissione alleata angloamericana. Arrivarono i sacchi contenenti le schede, alcuni recavano ancora la scritta Repubblica Sociale Italiana. Altri, quelli provenienti dal napoletano, erano sacchi per l’immondizia. Si iniziò faticosamente la conta con comprensibile lentezza dati i tempi e la difficoltà dell’arrivo delle schede. Dopo due giorni il 5 giugno si ebbe la certezza della vittoria della Democrazia Cristiana di De Gasperi nell’elezione dei membri all’Assemblea Costituente e si sospettò un vantaggio della Repubblica sulla Monarchia per la forma dello Stato. Solo una settimana dopo il 10 giugno la Corte suprema di Cassazione proclamò il risultato: fu Repubblica per 12. 717 923 di italiani e fu Monarchia per i restanti 10. 719 284. Fu vittoria per la Repubblica!

Il voto certificò la spaccatura del paese, la repubblica stravinse al Nord e al centro mentre gli abitanti del Sud e delle Isole proclamarono alta la loro fedeltà ai sovrani, una fedeltà che a Napoli costerà la vita a nove monarchici. Il 13 giugno Umberto II di Savoia partirà esule per il Portogallo rifiutandosi di riconoscere la validità della sconfitta. Il successivo 28 giugno il liberale e monarchico Enrico De Nicola sarà eletto Capo provvisorio dello Stato, primo Presidente della neonata Repubblica Italiana e si rivolgerà agli italiani con queste parole: “…La grandezza morale di un popolo si misura dal coraggio con cui esso subisce le avversità della sorte, sopporta le sventure, affronta i pericoli, trasforma gli ostacoli in alimento di propositi e di azione, va incontro al suo incerto avvenire. La nostra volontà gareggerà con la nostra fede…”.

(Franco Seccia/com.unica, 2 giugno 2017)

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