Sicurezza, immigrazione e crisi economica sono le tre questioni che si aggirano in Europa non come fantasmi ma sotto forma di persone reali e interessi.

Il terrorismo importato dal Medio Oriente, dove l’Occidente ha esportato per 15 anni guerre imbecilli (come disse Obama nel 2002), non democrazia, rende il tutto più esasperato. Ma anche immediato con l’ “effetto Aleppo”: la conquista della città siriana da parte delle truppe di Assad è in realtà una sorta di rivincita della Russia sulla sconfitta subita dall’Unione Sovietica in Afghanistan nell’89, anno del crollo del Muro.

È evidente che Putin è il personaggio dell’anno, leader di un Paese con un Pil simile a quello dell’Italia e una spesa per la difesa otto volte inferiore a quella americana: è riuscito a risollevare Mosca al rango di superpotenza, se non globale almeno euroasiatica, ergendosi a vincitore dei jihadisti diventati l’incubo degli europei. Putin solleva le simpatie di molti nel continente, certo non in Ucraina, in Polonia o nei Paesi baltici ma in buona parte dell’opinione pubblica e nei movimenti populisti in corsa per le elezioni del 2017 in Francia e Germania. Un tempo Mosca era il faro del comunismo, adesso quello delle destre. Il neo-presidente americano Donald Trump che ama i vincenti se lo vuole fare amico. Gli serve per giocarsi la partita con la Cina che non è soltanto commerciale ma strategica. Nel 2015 le spese per la difesa Usa sono state di oltre 500 miliardi di dollari, quelle della Cina di 215,88 in Arabia Saudita e soltanto 66 in Russia.

È chiaro che per gli Usa la partita globale più temibile si gioca non con Mosca ma con Pechino e sul versante Asia-Pacifico. In questo quadro dove i vincenti del momento, o presunti tali, sono personaggi dai tratti autocratici ed eccentrici, le élite del continente sono chiamate a una sorta di resa dei conti. Le previsioni non sono facili, basti pensare al risultato della Brexit britannica ma anche alla valanga di no che nel referendum costituzionale ha sotterrato il governo Renzi.

Le reazione delle élite, soprattutto di quelle che hanno come riferimento l’Unione europea di Bruxelles, sono state quasi infantili. «Che i britannici se ne vadano subito», disse nel giugno scorso il presidente francese Hollande, un signore che porta alcune responsabilità, come Sarkozy che nel 2011 decise di bombardare la Libia e con la Nato minacciò di colpire anche i terminali dell’Eni. Nel settembre 2013 a sua volta Hollande voleva bombardare Assad e aveva già gli aerei in volo quando Obama decise il contrario. Insieme all’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha appoggiato la Turchia come testa di ponte dei jihadisti per far fuori il regime di Damasco. Poi dopo le stragi di Parigi ha chiesto il sostegno della Siria per attaccare l’Isis con l’aviazione e dimostrare che è un uomo dal pugno di ferro.

Sono leader come Hollande, Cameron e la Clinton che hanno giocato pericolosamente con il jihadismo. Per quale motivo? È molto semplice: per soldi. I maggiori finanziatori dell’Islam radicale sono sempre stati i sauditi, che hanno pagato il 20% della campagna elettorale della Clinton, e gli emiri del Golfo, grandi clienti e investitori inEuropa e negli Usa: le monarchie in Iraq volevano con Al Qaeda prendersi la rivincita sugli sciiti che avevano sostituito Saddam al potere; in Siria abbattere lo storico alleato dell’Iran che non erano riusciti a sconfiggere negli anni Ottanta finanziando la guerra di Baghdad contro Khomeini. Non è un caso che dopo avere salvato con i soldi di Riad l’industria nucleare francese, Parigi si opponesse all’accordo con l’Iran del 14 luglio 2015. Poi gli emiri hanno pagato pure la guerriglia lanciata dalla Turchia in Siria: non devono essere troppo soddisfatti ora che Erdogan, altro leader ipernazionalista oltre che islamista, ha accettato a Mosca che Assad resti al potere. E i sauditi sono ancora più preoccupati perché nonostante le nostre forniture di armi si sono impantanati nella guerra dello Yemen contro gli Houthi sciiti.

Le monarchie del Golfo, hanno un vecchio vizio: esportare destabilizzazione per non averla in casa propria. Gli sceicchi hanno pagato un po’ tutti. Malbrunot e Chesnot, due inviati in Medio Oriente di lunga data (furono anche sequestrati in Iraq), nel libro “Nos très chers émirs”, descrivono come il Qatar si è comprato il consenso dei politici francesi, dal Partito socialista al Fronte nazionale, Marine Le Pen compresa. Ma l’aspetto più interessante riguarda la politica estera: i massicci investimenti qatarini e sauditi hanno fatto sì che Parigi sostenesse in questi anni le posizioni ostili di Doha e soprattutto di Riad nei confronti dell’Iran, appoggiando anche i gruppi radicali islamici anti-Assad in Siria.

Quando le cose non vanno come dovrebbero, ovvero il terrorismo ci torna in casa insieme a ondate di profughi provocate dalle “nostre guerre”, cominciano le lamentele, puntualmente raccolte dai populisti che hanno vita facile a reclamare misure eccezionali, la chiusura delle frontiere e indicare in una religione, l’Islam, la fonte di tutti i mali. Lo scontro non è di religione ma di interessi. Se ci siamo alleati con i simpatizzanti del jihadismo, che nelle loro scuole islamiche sfornano imam ultra-conservatori e anti-occidentali, la colpa non è del Corano. Il nostro cuore non batte per la giustizia ma per il portafoglio. Se poi le elezioni vanno male la colpa è degli elettori.

Sul sito della prestigiosa rivista “Foreign Policy” si trova un articolo dal titolo esplicito “Trump ha vinto perché i suoi elettori sono ignoranti, letteralmente”. II sommario toglie ogni dubbio: «La vocazione della democrazia è applicare la volontà popolare. Ma che succede se il popolo non sa quel che fa?». Insomma serpeggia una sorta di “razzismo dell’intelligenza” che vuole privilegiare il regno delle persone molto istruite, degli esperti. Classi dirigenti che per altro a loro volta si sono affidate ad altri regni, autoritari e retrogradi, come le monarchie del Golfo e per interesse ne hanno assecondato le scelte dissennate travestendole con l’esportazione della democrazia e la lotta ai tiranni arabi. Le élite europee “tradizionali” rischiano di morire come quelle americane di ipocrisia. In realtà gli stessi candidati “anti-sistema” non sono poi così credibili come vogliono sembrare offrendo facili scorciatoie. Ne avremo la prova se vinceranno le elezioni e vorranno fare come Putin o Trump: gli europei potrebbero non essere abbastanza ignoranti.

Alberto Negri, Sole 24 Ore, 22 dicembre 2016

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