Nel giorno in cui l’Unesco, il braccio delle Nazioni Unite dedicato a cultura, scienza ed istruzione, procedeva per la seconda volta nel giro di una settimana all’approvazione di una risoluzione in cui si ignora il legame tra ebraismo e Monte del Tempio, la Israel Antiquities Authority presentava al pubblico una straordinaria testimonianza della storia della capitale israeliana risalente a 2700 anni fa.

Nel corso della conferenza dedicata alle novità in fatto di archeologia nella regione, è stato infatti rivelato un papiro che contiene la più antica menzione della città fuori dal contesto biblico oggi conosciuta. “Dalla serva del re, da Naharat, anfore di vino a Gerusalemme,” si legge sul frammento, lungo circa 11 centimetri e largo 3. Durante l’incontro, il biblista Shmuel Ahituv, vincitore del Premio Israele, ha tra l’altro spiegato come il nome della città sia riferito nella forma “Yerushalem”, invece di Yerushalaim, che viene utilizzata nell’ebraico moderno che compare però solo una manciata di volte nel Tanakh. Si può inoltre desumere dal contesto, che il messaggio riguardasse il pagamento dei tributi da parte di una donna di ceto elevato al sovrano.

In Israele, l’archeologia, l’impegno a riportare alla luce le migliaia di anni di storia della regione, viene considerato uno sforzo di primaria importanza. Una questione di attaccamento alla terra e alle sue radici, di identità, ma anche di politica, come testimonia lo stesso voto dell’Unesco, che ha peraltro spesso criticato gli scavi archeologici portati avanti a Gerusalemme, non da ultimo nella risoluzione votata la scorsa settimana. E sull’importanza dell’archeologia, ma anche sulla sua capacità di attirare il grande pubblico, le autorità israeliane sono pronte a scommettere ulteriormente, come riportato dal Washington Post negli scorsi giorni. La Israel Antiquities Authority sta infatti portando avanti un progetto per creare proprio a Gerusalemme un complesso museale e multimediale dove esporre le scoperte che risalgono a un periodo lungo più di un milione di anni. Il vice direttore della IAA Uzi Dahari, ha spiegato che in questo modo si troverà una collocazione per due milioni di reperti attualmente chiusi in magazzini, senza volere in nessun modo fare concorrenza ad altri poli espositivi dedicati alle antichità, come l’Israel Museum e il Biblical Museum.

Il National Campus for the Archeology of Israel sarà completato nel 2018 e conterrà anche laboratori per la ricerca, il restauro, e una delle più vaste biblioteche sulla materia di tutto il Medio Oriente. L’edificio, progettato dall’architetto Moshe Safdie, si svilupperà in sotterraneo su dieci livelli, e offrirà tra l’altro al visitatore la possibilità di camminare su un ponte sospeso su migliaia di reperti. “Un’esperienza dal fascino di un’avventura di Indiana Jones” assicura la giornalista del Washington Post Ruth Eglash.

Rossella Tercatin/MOKED-Il portale dell’Ebraismo italiano, 27 ottobre 2016

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