Neri dominanti e bianchi accecanti, contrasti cupi e sporchi. Ombre. La violenza della vita e del dolore in tutte le sfumature, squarci di un mondo turbato dalle guerre, dai disastri ambientali, dalle intolleranze, dal razzismo.

William Eugene Smith, fu uno dei più grandi fotogiornalisti del ventesimo secolo, quando l’immagine diventa narrazione, diventa storia e le parole perdono suggestione. Il 22 settembre, ad inaugurare il Centro Culturale di Milano, al Largo Corsia dei Servi, una mostra che ripercorre le tappe della carriera del grande fotografo americano, presentata dal direttore del CMC Camillo Fornasieri. L’esposizione curata da Enrica Viganò presenta al pubblico 60 stampe originali, W.E. Smith. Catturare l’essenza, e resterà aperta fino al 4 dicembre.

Mago della luce e maestro di tecnica, importante fonte di ispirazione, con uno stile che ha rivoluzionato e riscritto la storia della fotografia, William Eugene Smith, animo inquieto, segnato per sempre da tristi vicende familiari e dall’orrore della guerra, nacque nel 1918 a Wichita, nel Kansas. Suo padre si suicidò quando lui aveva diciotto anni, e sua madre, fotografa, era una donna dalla personalità dominante. Si avvicinò alla fotografia giovanissimo, incoraggiato proprio da sua madre Nettie, ma distrusse i suoi primi scatti, perché li giudicò inadeguati. La prima fotografia venne pubblicata sulle pagine del New York Times quando aveva 14 anni: aeroplani, la sua passione. Nel 1937 iniziò a lavorare nel fotogiornalismo grazie ad un concorso amatoriale. Dopo una breve esperienza con Newsweek, passò a Life, rivista con cui verrà identificato fino alla fine dei suoi giorni, nonostante le profonde divergenze sulle pubblicazioni dei suoi lavori, che lo porteranno ad abbandonarla definitivamente nel 1954. Ossessionato dal controllo assoluto del suo lavoro, aveva ottenuto da Life l’autorizzazione a stampare da sé i suoi lavori, raggiungendo superbi effetti luce. Nel 1941 sarà per Life corrispondente di guerra dal fronte sul Pacifico.Nel maggio del ’45, durante la battaglia di Okinawa, Smith venne colpito in viso dalla scheggia di una granata che gli attraversò prima la mano sinistra. Seguirono due anni di lunghi e dolorosi interventi, pesanti riabilitazioni e tanta paura di non poter continuare a fotografare, con una forte dipendenza dalle anfetamine che lo accompagnerà fino alla morte. Dopo la lunga malattia, la prima fotografia che scattò fu A Walk to Paradise Garden, che ritraeva i suoi due figli, Juanita e Patrick, che camminavano nel sottobosco, in una radura inondata dal sole. Per realizzare quello scatto superò il lancinante dolore che lo afferrò quando impugnò la macchina fotografica e che dalla mano raggiunse la schiena. Fu uno scatto catartico: quella foto divenne una sorta di simbolo della rinascita di questo famoso fotografo, ma soprattutto incarnò la speranza per il mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dal 1947 tornò a realizzare importanti reportage per Life, come Country Doctor, Spanish Village, The Man of Mercy, The Nurse Midwife, imponenti esempi di fotogiornalismo di razza e saggi di denuncia sociale.

Nel 1955 abbandonò Life e si legò all’Agenzia Magnum Photos, per la quale realizzò un reportage sugli operai di Pittsburgh, la città dell’acciaio, che gli varrà il primo premio Guggenheim. Il progetto, che avrebbe dovuto essere un’indagine di tre settimane sulla vita della città, capoluogo della contea di Allegheny nella Pennsylvania, durò in realtà tre anni. Fu un lavoro dispendioso ma assolutamente memorabile, per il quale raccolse decine di migliaia di scatti e 800 stampe curate personalmente da lui. Dopo aver portato avanti la ricerca sul razzismo del Ku Klux Klan, documentato le manifestazioni di protesta degli anni Sessanta contro la segregazione razziale e la guerra in Vietnam, dopo un saggio fotografico su un istituto psichiatrico di Haiti, tornò in Giappone e tra il 1971 e il 1973 documentò gli effetti dell’avvelenamento da mercurio, sversato in mare da una fabbrica chiamata Chisso, in un villaggio di pescatori di Minamata. Le foto portarono all’attenzione del mondo intero le conseguenze della penetrazione del mercurio nella placenta delle gestanti che provocava la nascita di bambini sordi, ciechi, storpi. . La foto più famosa fu quella che ritraeva Kamimura Tomoko nel bagno (Tomoko in Her Bath), cullata da sua madre. Era il dicembre del 1971. Una fotografia intensissima, dalla struggente atmosfera caravaggesca. Tomoko era nata nel 1956 e soffriva del morbo di Minamata, l’avvelenamento da mercurio: il corpo gravemente deforme, le gambette piccole e inutili, le braccia ridotte a fragili artigli. Ma Smith con il suo scattò fermò per sempre la storia di Tomoko e la rese immortale, come rese immortale lo sguardo carico d’amore e di disperazione di sua madre, che ogni venerdì si immergeva nella vasca con lei. Nel gennaio del 1972 Smith fu gravemente ferito in un confronto tra le vittime dell’avvelenamento da mercurio e gli operai della fabbrica Chisso nello stabilimento di Goi. Un centinaio di uomini si accanirono su di lui a calci e pugni. Sopravvisse, ma perse la vista a un occhio. Le conseguenze di questa aggressione lo porteranno alla morte, nel 1978. Dopo due matrimoni e due divorzi, la depressione, l’alcolismo, la bancarotta finanziaria e una vita spesa a fianco degli oppressi, morì in Arizona, mentre comprava cibo per gatti, solo e lontano dai riflettori. Si chiuse così il sipario su una vita vissuta in una sfida costante, alla ricerca dell’essenza della verità.

“A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?” William Eugene Smith.

(Nadia Loreti/com.unica, 30 settembre 2016)

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