Un ritratto del grande scrittore-reporter russo – autore del capolavoro Vita e Destino – a cura di Bernardo Valli per Repubblica.

I lettori di Vita e destino trovano nei taccuini di Vasilij Grossman le radici del grande romanzo non ancora scritto. E neppure immaginato. Ne sentono gli intimi palpiti, come quelli di un embrione umano. Battiti quieti, regolari, agitati, drammatici che annunciano le pagine dalle quali emergerà l’imponente racconto della sfida tra nazismo e stalinismo, durante la seconda guerra mondiale. Il corrispondente di guerra non è una professione, è un’attività che il reporter di mestiere oppure occasionale, di solito uno scrittore, svolge in determinate situazioni se ha le qualità quasi indispensabili: un fisico robusto, la capacità di lavorare in luoghi scomodi, non sempre sicuri, e la curiosità, questa sì indispensabile, del cronista. A eccezione di quest’ultima, la curiosità, Grossman non aveva in apparenza nulla di quel che doveva distinguere un romanziere incaricato di raccontare la vita reale di un esercito e le sue battaglie.

Aveva trentacinque anni quando nel giugno del 1941 la Germania di Hitler attaccò di sorpresa la Russia di Stalin, con la quale era legata dal patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop, concluso due anni prima. Era un ingegnere chimico con un’esperienza nelle miniere dell’Ucraina orientale, nel Donbass, a Stalino oggi Doneck. Poi aveva scoperto la vocazione letteraria ed era stato ammesso nell’Unione degli scrittori, privilegiato club nel regime sovietico. Michail Bulgakov aveva apprezzato il suo racconto Nella città di Berdicev, ma Grossman aveva soprattutto attirato la benevola attenzione di Maksim Gor’kij, che non si era troppo soffermato sullo scarso interesse del giovane autore per il realismo socialista di cui lui, Gor’kij, era il custode.

Il laureato in chimica convertito alla letteratura amava Cechov e Tolstoj (negli anni al fronte avrà spesso con sé un solo libro, Guerra e Pace), e non era iscritto al partito sebbene pensasse che soltanto il comunismo sovietico fosse in grado di affrontare il nazismo e l’antisemitismo. Subito dopo l’aggressione tedesca, Grossman si offrì volontario. Ma fu scartato. Era sovrappeso, miope, impacciato nei movimenti, camminava con una canna da passeggio. Non aveva nulla del soldato e aveva l’aspetto tipico dell’intellettuale ebreo, cosi come appariva nelle caricature dell’epoca. Lo descrisse così un altro grande giornalista russo, con le sue stesse origini e con l’esperienza della guerra di Spagna. Il’ja Erenburg considerava Grossman un amico leale, avevano reagito insieme all’antisemitismo sovietico dal quale erano stati personalmente feriti, ma non si impediva di sottolineare il suo carattere maldestro e ingenuo. Capitava a Grossman di dire di punto in bianco a un collega: «Perché ti sei messo a scrivere così male?». Oppure a una donna: «Ma sei invecchiata parecchio negli ultimi mesi».

Come la fragile figura fisica nascondeva la forza del carattere, il coraggio e l’interesse per la vita militare presto evidenti appena messi alla prova, così la mancanza di tatto nei rapporti formali non gli ha poi impedito di conquistare la simpatia dei combattenti, fino a diventare un giornalista popolare sui vari fronti in cui si fermava a lungo, condividendo disagi e pericoli dei semplici soldati. La curiosità lo induceva ad ascoltare, sapeva tacere, e intervenire soltanto con qualche interrogativo. Aveva quel che distingue un prete nel confessionale e un buon cronista.

Il generale David Ortenberg, direttore di “Krasnaja Zvezda”, il quotidiano dell’Armata rossa, esitò prima di mandare al fronte quello scrittore tanto malandato e così poco tagliato per la vita militare. Ma Ortenberg, pur non trovandolo simpatico, puntò alla fine sul suo talento e il suo entusiasmo, capì che queste virtù erano essenziali e avrebbero fatto dell’intellettuale distratto un ottimo inviato in guerra. Lo affidò a compagni più giovani ed esperti e lo mandò al fronte per “Stella Rossa”, il giornale letto ogni mattina da Stalin e da milioni di russi.

All’inizio gli atteggiamenti poco marziali e la mancanza di addestramento suscitarono forse ironia tra gli ufficiali e i soldati in cui si imbatteva. Ma in breve tempo Grossman perse venti chili, diventò un bravo tiratore, e, irrobustito, imparò ad affrontare fatiche e pericoli con una disinvoltura che gli altri reporter, ancorati agli stati maggiori, cominciarono a invidiargli. Per i giornalisti americani e inglesi accampati a Mosca i suoi articoli dal fronte davano notizie preziose. Per loro era in quegli anni il miglior corrispondente di guerra. Penso lo sia stato in assoluto durante la Seconda guerra mondiale. Quel che scriveva contribuiva a fare di “Stella Rossa” il giornale più diffuso. Secondo Erenburg, Stalin aveva un forte interesse per la letteratura ma non condivideva l’ammirazione di molti per Grossman. Pare lo sospettasse di internazionalismo leninista, accusa quasi equivalente a quella di trockismo. In realtà il dittatore si sarebbe risentito del fatto che il suo nome non figurasse mai negli articoli di quel corrispondente poco rispettoso del culto della personalità.

Grossman cominciò a scrivere i taccuini (Uno scrittore in guerra, Adelphi, a cura di Antony Beevor e Luba Vinogradova, traduzione di Valentina Parisi) il 5 agosto 1941 quando mise piede per la prima volta nella zona di guerra. Fu assegnato al Fronte centrale creato di gran fretta, durante la precipitosa ritirata dell’Armata Rossa davanti alle divisioni corazzate tedesche del generale Guderian. Subisce il primo bombardamento aereo nella stazione di Gomel, centro industriale nel Sud-Est della Bielorussia, non lontano dalle frontiere russa e ucraina. E l’incursione è ancora in corso quando lui annota le prime impressioni: «Una mucca, i sibili delle bombe, incendi, donne… Un forte odore di acqua di colonia – da una farmacia centrata da una bomba – sovrasta a un certo punto la puzza di bruciato, ma solo per un istante». Descrive i colori del fumo, i tipografi che compongono il giornale alla luce degli edifici in fiamme, un giovane giornalista stupido che sforna luoghi comuni, frasi prese dalla propaganda. Con semplicità e passione, Grossman si sofferma sui dettagli, lasciando appena trapelare l’angoscia e lo sconcerto che crescerà in lui man mano che si rende conto dell’impreparazione dell’Armata rossa di fronte all’aggressione tedesca.

Grossman è tuttavia un patriota. Ai militari è proibito tenere diari personali, nel timore che cadano in mano al nemico nel caso l’autore venga preso prigioniero. Lui disubbidisce e annota con puntiglio, quasi quotidianamente, anche quello che la censura non gli passerebbe. Né perdonerebbe. Descrive il comandante di battaglione al quale i suoi soldati gridano “rammollito” perché resta sdraiato e spaurito sull’erba durante un attacco aereo del ne- mico. Racconta anche con ammirata sobrietà, del tenente ferito che rifiuta di essere evacuato perché dice di avere ancora abbastanza voce per comandare la compagnia. È a Stalingrado, dove gli ordinano di andare un anno dopo, nell’agosto del ‘42, che egli intensifica gli appunti sul suo taccuino. Stremato dalla fatica e dalle emozioni prima di prendere sonno riassume quel che ha visto nella giornata. Non si accontenta degli articoli che manda a Stella Rossa, al suo diario riserva quel che non può essere pubblicato sul giornale. Nelle pagine private, che tiene per sé, mette la pura verità senza alcun ritocco.

La battaglia di Stalingrado è la sua esperienza più intensa. E rivelatrice. Egli passa cinque mesi, fino al gennaio ‘43, nella città che si stende sulla riva occidentale del Volga. E il Volga sarà un filo conduttore di Vita e destino, il romanzo cui l’autore non pensa ancora. Una ventina d’anni dopo, da poco ultimato, quando è ancora un manoscritto, sarà subito sequestrato dai censori sovietici. Verrà tuttavia pubblicato lo stesso, postumo, nel 1980 in Occidente, dove erano arrivate clandestinamente una o due copie.

I cultori di Vita e destino, troppo pochi rispetto alla grandezza dell’opera, cercano nei taccuini le tracce del futuro romanzo. Il Volga non è soltanto un filo conduttore di cui si serve il narratore: per lui è soprattutto l’arteria principale della Russia che fa affluire sangue vitale a coloro che si immolano nell’assedio. Lo sottolineano giustamente i curatori della raccolta di scritti sparsi di Grossman. Lui era un idealista ed era convinto che l’eroismo dimostrato dall’Armata rossa, del quale era stato un testimone, non avrebbe condotto unicamente a una vittoria militare decisiva per il conflitto mondiale in corso. Pensava che avrebbe cambiato radicalmente anche la società sovietica. Insieme al nazismo e all’antisemitismo sarebbero stati sconfitti gli organizzatori del Gulag, l’Nkvd, i processi abusivi, persecutori, promossi da Stalin e poi dai successori. La battaglia di Stalingrado, con il sangue versato, avrebbe avuto l’effetto di una catarsi.

Le note dei taccuini prendono forma in Vita e destino. Sentendosi liberi, perché certi di essere condannati a morte, i soldati e gli ufficiali dicono quel che vogliono. Non si curano delle spie e dei commissari politici. Tanto che uno di questi, Krymov, in servizio a Stalingrado, pensa di essere arrivato in un paese, in un reame, senza partito. Lui stesso sente la libertà come nei primi giorni della rivoluzione. Per Grossman a Stalingrado doveva nascere la democrazia. La delusione lo conduce al dialogo che in Vita e destino mette di fronte l’SS Liss e il vecchio leninista Mostovskoi. E che è una pagina chiave dell’opera. Il tedesco Liss sostiene che i due sistemi sono due specchi che riflettono immagini identiche. Il nazismo ha fondato il suo totalitarismo sull’idea nazionale, il comunismo sulla nozione di classe. Questa la differenza originaria. Ma poi l’internazionalismo comunista è degenerato in un nazionalismo di Stato che non lo distingue troppo dal suo avversario.

Nel dopoguerra Grossman subisce due affronti che inaspriscono la sua avversione per il regime sovietico e che lo portano a considerarlo nella pratica simile al nazismo. Lo feriscono la campagna antisemita, fra il ‘49 e il ‘53, e la proibizione di raccontare lo sterminio degli ebrei in Russia (di cui è stata vittima sua madre). Benché molti campi nazisti siano stati liberati dall’Armata Rossa, Mosca non vuole che si sottolinei il sacrificio degli ebrei e vuole che tutti i morti siano russi e basta. La partecipazione di cittadini sovietici, di varie nazionalità, al massacro nei territori occupati dai tedeschi, è una realtà che disturba. I giudizi di Grossman sul regime si appesantiscono senza intaccare il patriottismo che l’aveva animato a Stalingrado. Anche se l’eroismo russo sul Volga è stato tradito.

(Bernardo Valli, Repubblica 5 febbraio 2016)

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