Lo studio promosso dalla Commissione Ue dimostra come il patrimonio contribuisca a crescita e innovazione sociale. Dal Sole 24Ore

In questo momento in cui le cronache ci restituiscono, drammaticamente e con una cadenza quasi quotidiana, scene terribili di devastazione di monumenti millenari di inestimabile importanza che documentavano alcune delle tappe fondamentali della formazione della civiltà umana, il tema del patrimonio culturale acquista un’urgenza pressante e riceve un’attenzione particolarmente intensa.

Negli ultimi anni sono stati prodotti documenti importanti che hanno segnato il passaggio da una concezione centrata sulla conservazione ad una centrata sul valore: in primis culturale e sociale, e secondariamente anche economico. Tra tutti vanno ricordati soprattutto la Convenzione di Faro del 2005 promossa dal Consiglio d’Europa, che porta il patrimonio al centro della vita delle comunità locali che lo custodiscono come risorsa fondamentale di sviluppo umano, e la Dichiarazione di Hangzhou promossa dall’Unesco nel 2013, che identifica nel patrimonio culturale una delle colonne portanti della sostenibilità sociale, ambientale ed economica.

È in questo quadro che si inserisce lo studio Cultural Heritage Counts for Europe, promosso dalla Commissione Europea e realizzato da un consorzio tra alcune delle più importanti reti ed istituzioni europee operanti nel settore (a partire da Europa Nostra), e presentato lo scorso 16 settembre a Bruxelles nella riunione dell’Intergruppo del Parlamento Europeo su sviluppo del turismo, patrimonio culturale e itinerari culturali europei.

Lo scopo dello studio, scaricabile al link www.encatc.org/culturalheritagecountsforeurope/outcomes/ è in sé rivoluzionario: dimostrare il contributo del patrimonio culturale alla strategia Europa 2020, centrata sul tema della crescita intelligente, sostenibile e inclusiva – in altre parole, il fondamento stesso del modello di competitività di cui l’Europa si è dotata per affrontare lo scenario della globalizzazione matura nel quale ci troviamo oggi. Se il patrimonio è universalmente riconosciuto come un elemento centrale dell’identità e della memoria culturale umana, molto meno ovvio è il riconoscimento della sua centralità nei processi di produzione di valore: un tema che va molto al di là dell’ambito della valorizzazione economica, e che anzi per certi versi la supera. Come dimostra lo studio, che fornisce una ricca casistica di buone pratiche e che si fonda sull’esame di centinaia di studi prodotti in precedenza in Europa su questi temi, il principale contributo del patrimonio culturale allo sviluppo non consiste tanto nei ricavi generati dai flussi di pubblico pagante o nell’indotto che il turismo culturale produce nel settore della ricettività e in quelli a esso collegati, quanto piuttosto nel suo contributo a un continuo processo di innovazione sociale, nel suo straordinario ruolo di produzione di capability individuali e sociali spendibili in ogni settore dell’economia e della società. L’attenzione non si concentra così esclusivamente sul patrimonio fisico e quindi tangibile, ma anche su quello intangibile, molto meno conosciuto e percepibile nella sua ricchezza, nelle sue problematiche di sostenibilità e conservazione, ma anche nella sua capacità di produzione di valore.

Al centro dello studio vi è un approccio olistico che tocca simultaneamente i quattro grandi domini della sostenibilità: culturale, sociale, ambientale, economica – un approccio condiviso da una piccola minoranza degli studi già esistenti (soltanto il 6 per cento). E basta dare un’occhiata ai sotto-temi che ciascuno dei domini identifica per rendersi conto dell’ampiezza e della complessità dell’impatto del patrimonio se considerato e valutato nella prospettiva appropriata. Nell’ambito culturale, parliamo del rapporto con la creatività e l’innovazione, dell’elaborazione dei linguaggi architettonici, della creazione di immagini e simboli e della cultura visiva. Nell’ambito ambientale, del mantenimento del senso dei luoghi, dei paesaggi culturali, del contrasto ai fenomeni di frammentazione urbana, del prolungamento del ciclo di vita delle risorse naturali e ambientali e della preservazione delle risorse energetiche. Nell’ambito economico, ci riferiamo alla formazione di capacità attraverso i processi educativi e conoscitivi, al branding dei luoghi, all’impatto occupazionale, all’attrattività e alla competitività dei sistemi locali, alla gestione del patrimonio edilizio e al mercato immobiliare, alla produzione di valore aggiunto, e alle ricadute, tanto dirette che indirette, degli investimenti nella conservazione e nella valorizzazione del patrimonio, da leggere come ricordato in senso estensivo e non riduttivamente come mero indotto turistico-culturale. Nell’ambito sociale parliamo infine di coesione sociale, creazione di identità, partecipazione della comunità e continuità della vita sociale: tutti aspetti che, di fronte alla spaventosa emergenza umanitaria che mette oggi alla prova i fondamenti stessi del progetto europeo, acquistano improvvisamente una concretezza innegabile.

C’è da augurarsi che questo studio, che mette a disposizione di tutti una straordinaria ricchezza conoscitiva, diventi un documento ispiratore per molte politiche locali, soprattutto in un Paese come l’Italia che continua ad alimentare un rapporto profondamente ambivalente e contraddittorio con il proprio patrimonio. Gli strumenti della programmazione europea (e in primo luogo i programmi Creative Europe e Horizon 2020) e della politica di coesione, che è proprio all’avvio del ciclo 2014-2020 con un grande programma Pon dedicato alla cultura nelle regioni meridionali e con i Por regionali, offrono al nostro Paese una possibilità concreta di tradurre in pratica queste idee. È un’occasione da non perdere, che probabilmente non si ripeterà.

(Pier Luigi Sacco/Il Sole 24Ore 27 settembre)

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