In occasione del ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, che ricorre oggi 11 luglio, pubblichiamo l’editoriale di Benjamin Abtan, Presidente dell EGAM (Movimento Antirazzista Europeo).

La storia

Vent’anni fa, l’11 luglio del 1995, le forze nazionalista serbe guidate dal generale Ratko Mladić iniziavano il massacro sistematico di oltre 8.000 uomini e adolescenti bosniaci. Il genocidio di Srebrenica, riconosciuto come tale dal Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex-Jugoslavia, si compiva così nel corso di tre giorni nel cuore dell’Europa, nella “zona di sicurezza” garantita dall’Onu.

Da un genocidio all’altro

Un genocidio è sempre il preludio a un altro genocidio.

Gli alti vertici politici e militari francesi che hanno sostenuto i nazionalisti serbi sino all’elezione di Jacques Chirac nel maggio 1995 avevano collaborato con il regime criminale in Ruanda prima, durante e dopo il genocidio contro i Tutsi del 1994. Gli Stati Uniti hanno per tanto tempo lasciato fare in Bosnia, così come troppo a lungo in Ruanda. Quanto all’Onu, dopo la fuga dal Ruanda allo scoppio del genocidio, permetteva il dispiegarsi della pulizia etnica e l’assedio di Sarajevo. I caschi blu olandesi respinsero i rifugiati bosniaci venuti a cercare asilo nel loro campo per evitare la morte a Srebrenica e osservarono senza battere ciglio gli squadroni della morte serbi separare sotto i loro occhi le donne dagli uomini e dagli adolescenti, ultimo atto prima delle esecuzioni.

Oggi, mentre centinaia di migliaia di siriani vengono massacrati, i Tamil vengono sterminati in Sri Lanka, Boko Haram moltiplica i massacri in Nigeria, l’Isis mette in pratica una vera e propria epurazione etnica e religiosa, noi sappiamo che questi crimini di massa sono non solo inaccettabili in sé , ma che sempre più ne annunciano degli altri.

C’è da chiedersi che cosa abbiamo appreso da Srebrenica se noi lasciamo che sotto i nostri occhi accadano questi massacri senza fare nulla per fermarli?

L’indifferenza che uccide

L’indifferenza che ha permesso nel cuore dell’Europa l’epurazione etnica, di cui Srebrenica ha rappresentato la massima espressione, continua a crescere.

Ogni anno, decine di migliaia di persone rischiano la loro vita, e spesso la perdono, soprattutto nel Mediterraneo, per fuggire da regimi dittatoriali, dalle persecuzioni, dalla miseria, e tentare di raggiungere il nostro continente dove sperano di poter costruire una vita migliore.

L’atteggiamento degli Stati europei nei loro confronti è criminale: essi continuano infatti ad adottare politiche, il cui esito conduce inevitabilmente a migliaia di morti.

Cosa abbiamo imparato da Srebrenica se noi lasciamo prevalere l’egoismo e l’indifferenza, se scegliamo che il massacro continui a centinaia di chilometri, qualche volta a pochi metri da noi?

Perché le parole pronunciate immancabilmente nel corso delle commemorazioni non sembrino vuote occorre combattere questa indifferenza e, sin da ora, aprire le nostre frontiere ai rifugiati.

Lo spettro della Guerra civile europea

Il sostegno di cui hanno goduto i nazionalisti serbi vent’anni fa era in parte dovuto alla convinzione secondo cui essi sarebbero stati l’ultimo baluardo dell’Occidente cristiano di fronte a un’offensiva musulmana, di cui proprio la Bosnia era la punta di diamante.

L’idea di “Guerra civile europea” ha iniziato a maturare proprio da allora. Questa idea è oggi sostenuta da due correnti politiche, di fatto alleate: l’estrema destra nazionalista, i cui diversi partiti hanno adottato una retorica razzista antimusulmana che costituisce ormai uno dei loro tratti distintivi; e le componenti salafiste e jihadiste dell’islamismo, che disprezzano e combattono soprattutto gli ebrei, le donne, il libero pensiero e la democrazia.

Il fronte della lotta politica non è tra musulmani e mondo occidentale ma tra i sostenitori del totalitarismo islamista e quelli della libertà, tra nazionalisti e democratici. Cosa abbiamo appreso da Srebrenica se noi non sosteniamo con vigore i democratici che nel mondo arabo o musulmano, in particolare in Tunisia, in Turchia, in Iran e in altri paesei, si battono ogni giorno contro il totalitarismo islamista e per la libertà? Se in Europa noi non ci battiamo in maniera risoluta contro il razzismo, contro l’antisemitismo, per una società più giusta, più democratica?

L’Europa

Infine, è una certa idea dell’Europa che è morta con la guerra di Bosnia. Un’Europa unificata, garanzia di pace, costruita sul rifiuto del nazionalismo mortale e il superamento degli interessi nazionali, proiettata verso un orizzonte democratico condiviso.

Oggi come vent’anni fa l’Europa abbandona la speranza storica di cui essa poteva essere ambasciatrice nel mondo lasciando da parte proprio quelli che credono di più in quel sogno. Gli Ucraini mobilitati con Maïdan per il loro sogno europeo, per uno stato indipendente, la fine della corruzione e la costituzione di uno Stato di diritto. I democratici ungheresi che resistono ogni giorno alla distruzione della democrazia da parte di Victor Orban. Gli stessi giovani bosniaci che sognano di mettere fine a un sistema corrotto e di annullare finalmente gli accordi di Dayton che li rinchiudono entro pregiudizi etnici soffocanti.

Vent’anni dopo Srebrenica, la solitudine della Bosnia-Herzégovina riecheggia con l’isolamento sofferto durante la guerra. L’adesione all’Unione Europea, cui la Crozia già apprtiene e a cui la Sebia vi si appresta a farne parte, permetterebbe di mettere la parola fine alla logica della guerra e dell’epurazione etnica.

Cosa abbiamo appreso da Srebrenica se non siamo in grado di offrire una prospettiva europea alla Bosnia-Herzégovina? Lì, come in altri luoghi, il passato fa parte del presente. L’Europa ha il dovere di raccogliere la lezione di Srebrenica e agire per permettere alle generazioni contemporanee e future di costruire finalmente un avvenire di libertà.

(Benjamin Abtan, Presidente dell’EGAM)

*L’articolo, tradotto in italiano da Sebastiano Catte per com.unica è stato pubblicato da diversi organi di stampa e magazine online, tra cui Huffington Post (Francia), Expresso (Portogallo), Tribune de Geneve e Le Nouvelliste (Svizzera), Kathimerini (Grecia), Nepszabadsag (Ungheria), Le Soir (Belgio), Dnevik (Macedonia).

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