Una marea umana di 1,7 milioni di persone al sit-in nonostante la pioggia. L’inviata de La Stampa racconta la protesta di famiglie, imprenditori e studenti con magliette nere

È quando comincia a diluviare che la piazza di Hong Kong mostra il volto che il mondo, diviso tra entusiasmo e riprovazione per le violenze, non aveva ancora visto: determinato, resiliente, perfino spiritoso. Mentre un milione e 700 mila persone arrivate a piedi dai quartieri più remoti della ex colonia britannica si danno disciplinatamente il cambio per ore per accedere a turno all’area di Victoria Park, concessa dalle autorità a condizione che ci si limiti a un sit-in senza marce, il cielo fattosi nero rovescia sugli ombrelli aperti fin a quel momento contro il sole la furia della natura. «È il Signore che piange per noi» butta là una mamma al piccoletto zuppo come lei. Macché, gli fa eco l’avvocato 38enne Vincent: «È Pechino che si vendica». Neppure. La sua ragazza ride come una bambina: «Volevamo essere acqua come ci ha insegnato Bruce Lee, eccoci accontentati».

All’undicesimo weekend di mobilitazione, la protesta scaturita dalla legge sull’estradizione proposta dalla governatrice Carrie Lam (e nel frattempo sospesa) porta a casa un punto importante e non solo perché, contrariamente alle aspettative, la giornata si chiude senza scontri, senza gas e con la polizia che cita come unico problema il traffico paralizzato. È la potenza di questa forza tranquilla a far ammutolire: studenti, famiglie, impiegati e professionisti di mezza età, vecchi anti-maoisti e teenagers dal look antagonista, quasi un abitante su quattro a cui vanno aggiunti i negozi rimasti aperti e la pazienza condiscente degli automobilisti a tempo indeterminato.

«Fin quando non ho visto la mia polizia reprimere a freddo i miei concittadini non ero un’attivista, la politica non miha mai interessato, tanto che pur essendo nata prima del 1997 e del passaggio alla Cina non ho mai richiesto il documento della British National Overseas a cui pure avrei diritto» racconta la quarantenne Carmel, interrompendosi a tratti per associarsi al coro «Hong Kong libera», in cinese e in inglese. La convocazione del Civil Human Rights Front era per le 14, ma già a mezzogiorno lei e tre colleghe dello studio commerciale in cui lavora sono sedute a gambe incrociate nel parco, lo stesso dove ogni 4 giugno si svolge unica in tutta la Cina la commemorazione di Tiananmen.

Al netto di chi dissente, c’è una buona rappresentazione dell’anima di Hong Kong sotto questo sole sostituito prima dall’afa e poi dalla tempesta. Una distesa a perdita d’occhio di magliette nere di ogni foggia, casual, fashion, sexy, purché nere, il colore della protesta insieme al giallo ereditato dal movimento degli ombrelli del 2014. Una panoramica brulicante ma cheta sormontata da ponti e sopraelevate zeppi di occhi e telecamere. Qualcuno mangia, altri distribuiscono acqua, mascherine e cartelli scritti a mano con le 5 richieste avanzate al governo, tutti compulsano i tasti del cellulare per carpire a un web mai così lento quanti siano, dove si trovino gli amici, se, per sventura, uno scontro con le forze dell’ordine accesosi chissà dove stia guastando loro la festa.

«Siete disposti a rinunciare alle 5 richieste?», incalza il microfono dal palco della kermesse fieramente senza leader. «Neppure ad una!». «Vi lasciate scoraggiare dalla pioggia?». «No!». In realtà a chiacchierare con le persone, che a parte proteggersi il volto con la mascherina sono loquacissime, si colgono più sfumature. Il punto di partenza è quello, l’archiviazione definitiva della legge sull’estradizione, un’indagine indipendente sulle violenze della polizia, le dimissioni della Lam, il rilascio dei quasi 800 arrestati e, infine, il suffragio universale. Poi però moltissimi sanno che ottenere i primi due punti garantirebbe già una tutela a quanto tutti vogliono assai più dell’indipendenza, «uno Stato, due sistemi». Così come sanno che la bandiera americana li avvolge con il suo significato valoriale ma non necessariamente li proteggerà. Coraggiosi, non ingenui. E mentre col buio l’ultima ondata lascia in buon ordine la piazza per dirigersi alla metro più vicina, Telegram trilla: prossima marcia il 31 agosto.

Francesca Paci, La Stampa 20 agosto 2019

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