La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha respinto il ricorso della Sea Watch 3 che chiedeva all’Italia di consentire lo sbarco dei 42 migranti in mare da 13 giorni al largo di Lampedusa. La situazione non si è sbloccata nemmeno dopo che alcuni richiedenti asilo hanno fatto ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, per chiedere all’Italia di farli sbarcare. Una regola interna della Corte prevede infatti che una persona possa fare richiesta di decisioni e misure provvisorie in casi particolarmente urgenti. Nelle motivazioni, piuttosto scarne, si legge che la Corte ha deciso di respingere il ricorso ma ha incoraggiato il governo italiano a fornire «tutta l’assistenza necessaria» alle persone a bordo in condizioni di vulnerabilità. La Corte ha anche ricordato che le misure urgenti sono previste soltanto per i casi in cui le persone coinvolte rischiano di subire «danni irreparabili» (Il Post).

Esulta Salvini che dopo l’ennesimo appello dei migranti ha detto: “La Sea Watch in Italia non arriva, possono stare lì fino a Natale” (Il Foglio). Per il Viminale la decisione odierna della Cedu è una vittoria facilmente spendibile sui social network. È stato lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ad annunciare su Twitter la decisione della Corte. “Anche da Strasburgo si conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell’Italia: #portichiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici”, ha twittato il capo del Viminale. In realtà, i giudici non si sono espressi – né erano chiamati a farlo – nel merito della politica italiana dei porti chiusi (che invece, come dimostrano i numeri degli arrivi di queste settimane restano abbondantemente aperti). Ma stavolta Salvini può finalmente usare la decisione di un organo giudiziario europeo a suo vantaggio per legittimare il suo pugno di ferro contro i migranti. Immancabile, poi lo slogan del vicepremier.

La questione migranti è parte di un problema di dimensioni planetarie. Secondo Philip Alston, relatore speciale dell’Onu sulla povertà, “il pianeta rischia un apartheid climatico, in cui i ricchi hanno i mezzi per sfuggire alla fame mentre il resto del mondo è lasciato a soffrire”. Il climate change per le stime presentate dallo studioso potrebbe portare oltre 120 milioni di persone in più in povertà entro il 2030 (Guardian).

com.unica, 26 giugno 2019

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