La Corte Suprema americana ha decretato che il divieto d’ingresso negli Usa per i cittadini di sette Paesi stranieri disposto dall’amministrazione Trump è legittimo: il “travel ban” per i cittadini di Iran, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Venezuela e Corea del Nord – già effettivo da dicembre in attesa della sentenza – diventa ora pienamente operativo (Nyt). Per i giudici, che hanno deliberato a stretta maggioranza (5-4), l’ordine di Trump non può essere ricondotto a ragioni di discriminazione religiosa, come sosteneva l’opposizione e lo Stato di Hawaii che depositò il ricorso. 

“Una straordinaria vittoria del popolo americano e della Costituzione”, esulta il presidente Trump che ora torna a premere per la costruzione del muro al confine con il Messico: “Dobbiamo essere duri per garantire la nostra sicurezza” (Cnn). La decisione della Corte spalanca le porte alla discriminazione, scrive The Atlantic. La logica della Corte è sconcertante – scrive l’editorialista Adam Serwer. Il capo della corte di giustizia sostiene che dal momento che vengono discriminati alcuni musulmani, piuttosto che contro ogni musulmano, l’ordine non è motivato dall’ostilità contro i musulmani. Ma l’ordine era espressamente motivato da pregiudizi anti-musulmani, e così sancisce la discriminazione ufficiale rispetto a una particolare religione. Come tutte le altre politiche discriminatorie, una volta attuate, colpisce direttamente una frazione del gruppo a cui è destinato, mentre adotta la condanna ufficiale di quel gruppo. E poche politiche deliberatamente razziste nella storia americana hanno mancato di offrire una spiegazione del perché tali leggi fossero nell’interesse pubblico, e molte di queste ritenute necessarie per la sicurezza pubblica.

Trump sembra procedere spedito anche sul fronte dei dazi. Il Dipartimento di Stato ha fatto sapere di auspicare che tutti gli altri Paesi azzerino le importazioni di petrolio dall’Iran entro il 4 novembre. Dopo l’annuncio il prezzo del brent è salito fino a 76 dollari a barile. A Teheran intanto i commercianti sono scesi in piazza per il secondo giorno consecutivo. Trump stringe i tempi anche per l’adozione delle annunciate tariffe sulle auto prodotte in Europa. Ma sul piano si mettono di traverso i costruttori Usa che ammoniscono: la misura costerebbe ai consumatori americani 45 miliardi di dollari l’anno (Reuters). Intanto secondo Bloomberg il Canada starebbe a sua volta mettendo a punto tariffe sull’import di acciaio dalla Cina come conseguenza ai dazi americani. E in attesa di fissare data e luogo dell’incontro con Vladimir Putin, che potrebbe tenersi a metà luglio ad Helsinki (Cnn), Trump ha invitato a Washington il Presidente della Commissione Ue Juncker (Politico).

(com.unica, 27 giugno 2018)

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