Una brutta storia di caporalato, ndrangheta, odio xenofobo alimentato dalle parole di politici irresponsabili, come quelle di chi aveva parlato qualche ora prima di ‘pacchia’, nella quale vivrebbero i migranti. Non stupisce pertanto il silenzio del neoministro dell’Interno Matteo Salvini in queste ore, così come quello dei suoi colleghi di governo, a cominciare dallo stesso presidente del consiglio e dal ministro del lavoro Luigi Di Maio.

Sacko Soumayla proveniva dal Mali e aveva una moglie e una figlia di cinque anni. Laureato in giurisprudenza, sognava di trasferirsi un giorno negli Stati Uniti con la sua famiglia dove avrebbe voluto fare l’avvocato. Si guadagnava da vivere per pochi euro al giorno come bracciante agricolo e viveva in una baraccopoli a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, senza luce e acqua potabile e abitata dalle persone che lavorano in nero anch’esse come braccianti nei campi della piana di Gioia Tauro. Qui era conosciuto anche come attivista dell’Unione sindacale di base (Usb) che si batteva per i diritti dei braccianti. Lo scorso 27 gennaio in questa tendopoli è divampato un incendio in cui è morta una donna, Becky Moses, di origini nigeriane.

In seguito a quel tragico fatto i migranti avevano iniziato a utilizzare le vecchie lamiere per ricostruire le baracche e mettere in piedi rifugi di fortuna. La sera del 2 giugno Sacko Soumayla insieme a due suoi compagni stava cercando proprio delle lamiere in una ex fabbrica di mattoni, la Fornace di San Calogero, chiusa da dieci anni per disposizione della magistratura. Secondo il racconto di uno dei sopravvissuti, Soumayla sarebbe stato centrato alla tempia da un colpo di fucile esploso da un uomo sceso da una Panda bianca. Sacko è morto dopo essere stato soccorso da un’ambulanza e trasportato prima all’ospedale di Polistena e poi nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Reggio Calabria.

Su La Stampa Nicolò Zancan ha spiegato quale fosse il contesto in cui è avvenuto l’omicidio, raccontando che il posto in cui vivevano i tre ragazzi “si è trasformato in una specie di città”, negli anni: “senza acqua, senza bagni, senza regole, senza diritti. Ma piena di esseri umani. Lavoratori. Fino a cinque mila persone nelle pozzanghere d’inverno, nel caldo soffocante d’estate”. Il Comune di San Ferdinando, ricorda sempre Zancan, è “già stato sciolto per mafia tre volte, e non può indire bandi superiori ai 40 mila euro”. E dunque la situazione delle migliaia di persone che si trovano lì per lavorare in nero nei campi e che hanno un regolare permesso di soggiorno è disastrosa.

(com.unica, 5 giugno 2018)

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