Nella città simbolo della guerra contro lo Stato islamico in Siria la base iraniana per l’attacco a Israele (da La Stampa).

La mattina di sabato 10 febbraio gli aerei israeliani hanno raso al suolo (quasi raso al suolo, come vedremo) una base militare iraniana vicino Tadmor, una piccola città nel deserto siriano che in occidente conosciamo con il nome greco di Palmira.

Ricordate Palmira, luogo simbolo della guerra contro lo Stato islamico? Ricordate gli autobus carichi di giornalisti che, scortati dai russi e grazie all’organizzazione del regime di Bashar el Assad, raggiungevano le rovine archeologiche e visitavano l’anfiteatro romano per raccontare la liberazione trionfale avvenuta nel marzo 2016? In meno di due anni anche Palmira si è trasformata nel simbolo di qualcos’altro ed è diventata un avvertimento: la lotta contro lo Stato islamico non era che una fase del conflitto in Siria, ci possono essere nuovi capitoli, possono essere molto pericolosi e uno senz’altro è lo scontro tra Israele e Iran. Sabato mattina è stato un atto di guerra diretto tra i due stati, il primo di cui si abbia memoria dopo tante dichiarazioni ostili e dopo tanti scontri clandestini e per interposta persona. Alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione islamica del 1979, i militari iraniani hanno fatto decollare un drone da quella base vicino Palmira e lo hanno guidato fin dentro lo spazio aereo di Israele, dove è stato abbattuto da un elicottero da guerra Apache novanta secondi dopo l’intrusione. L’aviazione israeliana, che aveva tenuto d’occhio tutto il tentativo di incursione a partire dal decollo, ha deciso di distruggere anche il camion comando iraniano che aveva guidato il drone e ha fatto decollare un gruppo di caccia F-16 per raggiungere Palmira. La zona è nel centro della Siria, quindi molto in profondità, ma non è la prima volta che gli israeliani si spingono da quelle parti per una missione. Meno di un anno fa, il 17 marzo 2017, gli aerei israeliani avevano bombardato un convoglio carico di armi sofisticate per il gruppo libanese Hezbollah sulla strada tra la base e la città. Questa volta, tuttavia, le batterie di missili terra aria siriane hanno abbattuto uno degli aerei impegnati nei raid di ritorsione. Secondo gli esperti il pilota israeliano ha commesso un errore, è stato troppo tempo ad alta quota sulla via del ritorno invece che seguire le rotte a volo radente tra canaloni e rocce che potevano proteggerlo di più. Così uno tra i venti missili sparati per raggiungerlo è esploso abbastanza vicino da danneggiare l’aereo e da costringere lui e il copilota a eiettarsi dall’abitacolo e ad atterrare con il paracadute nel nord di Israele.

Subito dopo l’abbattimento, il governo di Gerusalemme ha deciso una missione di risposta – di nuovo – e ha ordinato una seconda ondata di bombardamenti, questa volta molto più estesi, contro una lista di almeno dodici bersagli sparsi in tutta la Siria. Ora il regime siriano non lascia trapelare i danni subiti e vuole soltanto magnificare l’abbattimento – è dal 1982 che nessuno tirava giù un aereo israeliano – ma secondo gli esperti il secondo raid dell’aviazione ha smantellato “metà del sistema di difesa aerea siriano”. Si è trattato del più grande attacco aereo da parte di Israele contro la Siria dai tempi della guerra in Libano, nel 1982, con la differenza che questa volta almeno quattro obiettivi erano iraniani. La base aerea di Palmira è stata chiusa per la devastazione inflitta dalle bombe, almeno per un po’, ma la questione è: lì dentro ci sono anche i russi, è facile supporre che i caccia israeliani non li abbiano presi di mira per evitare complicazioni diplomatiche (per questo la base non è stata distrutta per intero) ma è difficile credere che i russi non abbiano visto il drone dell’Iran decollare verso Israele. Sapevano ma non potevano fare nulla? Alcune bombe della rappresaglia israeliana hanno centrato sistemi di difesa aerea che i siriani avevano di recente acquistato dalla Russia. Gerusalemme e Mosca danzano un valzer preciso al millimetro, per ora. Che sotto l’immagine da bel presepe di Palmira ci fosse una messinscena ambigua si era già capito nella primavera 2016, a dispetto della coreografia allestita dai russi e dai governativi per festeggiare la prima, effimera vittoria contro lo Stato islamico. A maggio l’orchestra del teatro Mariinskij di San Pietroburgo era arrivata per eseguire alcuni brani di Bach e di Prokofiev diretta dalla bacchetta del direttore Valery Gergiev, amico del presidente russo Vladimir Putin, proprio nell’anfiteatro dove i terroristi avevano trucidato alcuni prigionieri davanti alle telecamere e a una enorme bandiera nera con il sigillo del profeta Maometto.

Putin stesso era intervenuto da Sochi con un video messaggio per il pubblico sugli spalti. Noi suoniamo Bach fra le stesse antiche pietre dove quelli sparavano nella nuca ai prigionieri. Più simbolico di così, per le sorti dell’occidente, sarebbe stato difficile. Pochi giorni prima del concerto tuttavia era saltato fuori grazie alle confessioni di alcuni disertori che lo Stato islamico si era ritirato da Palmira anche grazie a un accordo discreto con l’esercito siriano, che aveva concesso al gruppo terrorista di abbandonare la città portandosi dietro tutto l’equipaggiamento pesante – cannoni e carri armati – in direzione della loro capitale Raqqa. Palmira inoltre presidia una strada molto importante ed è famosa perché è una città d’arte, ma di sicuro non regge il confronto con altre operazioni di liberazione, come per esempio Mosul e Raqqa sostenute rispettivamente dall’esercito iracheno e dalle milizie curde. La “Perla del deserto” ha molti meno meno abitanti di Tivoli, il piccolo comune del Lazio – tanto per avere un’idea – e se non fosse così apprezzata per le rovine romane le sue vicende militari sarebbero insignificanti rispetto alle altre battaglie contro lo Stato islamico. Quell’equipaggiamento da guerra salvato grazie all’accordo sottobanco non si dissolse nel nulla, ma fu nascosto abilmente tra le colline desertiche un po’ più a est e tornò in azione pochi mesi dopo, a dicembre 2016, quando lo Stato islamico prese Palmira per la seconda volta con una rapidità tale che i video di quel giorno mostrano i piatti ancora pieni nella mensa di una base militare abbandonata dai soldati russi. A quel punto fu necessario l’intervento del deus ex machina di questi anni di lotta contro lo Stato islamico, quindi le bombe di precisione degli aerei americani, capaci di sbloccare qualsiasi impasse militare. Con discrezione i jet del Pentagono individuarono ed eliminarono tutte le armi pesanti dello Stato islamico in un’area che in teoria era di competenza dei russi, come ogni storico della guerra può confermare scorrendo i rapporti giornalieri delle missioni scritti dal Comando centrale nel gennaio e febbraio 2017: due carri armati qui, due autocarri là, cinque postazioni di tiro il giorno dopo, e così via. In un’occasione particolarmente fortunata gli aerei americani eliminarono quattordici carri armati dello Stato islamico nel giro di poche ore, distrutti uno per uno mentre tentavano di difendere il perimetro della città. Privato delle zanne e degli artigli, a fine febbraio 2017 il gruppo terrorista abbandonò l’area per la seconda e ultima volta, anche perché ormai non c’era più tempo e voglia per restare a combattere nella minuscola Palmira, i curdi già s’affacciavano attorno alla capitale Raqqa e anche in Iraq per loro le cose andavano male, metà Mosul era già stata perduta. Che ci fosse una parte della storia oltre al simbolismo che non riusciva ad arrivare fino al grande pubblico, dicevamo, era sicuro. Tutti ricordiamo Khaled al Asaad, l’eroico soprintendente ai tesori artistici di Palmira che si era rifiutato di abbandonare la zona ed era stato assassinato dallo Stato islamico e legato a una colonna. A settembre 2015 il figlio Walid al Asaad era andato sulla tv di stato siriana in qualità di nuovo soprintendente a spiegare chi c’era dietro la distruzione della città secondo lui: “la mafia sionista”, perché “gli ebrei vogliono eliminare ogni traccia antica dell’esistenza degli arabi” e per questo vogliono cancellare Palmira dalla faccia della terra. Insomma, l’arrivo dei terroristi fanatici di Al Baghdadi che distruggevano le opere d’arte in nome dell’islam non era che un complotto degli ebrei, diceva Walid al Asaad, figlio dell’icona nazionale, alla tv di stato. Le sue parole mettono in prospettiva tutto il conflitto siriano, perché è quello che pensano molti dell’establishment di Damasco e anche gli sponsor iraniani della controrivoluzione. Prima c’è da mettere in sicurezza il protetto Bashar, alleato principale, e se è il caso si può assestare qualche colpo duro contro gli estremisti sunniti – ma senza sprecare troppi uomini, lasciate pure che i curdi si occupino di Raqqa. Poi ci sarà la possibilità di affrontare il nemico vero, più strutturato e pericoloso: Israele. E torniamo a questi giorni. Sabato notte le forze armate israeliane hanno accusato l’Iran di controllare la base militare fuori Palmira da dove è partito il drone. “L’Iran e le Forze Quds da tempo operano nella base aerea T4 vicino Palmira, con l’appog – gio dell’esercito siriano e con l’autorizzazione del regime siriano”.

Il comunicato non menziona la Russia, come se i russi non conoscessero cosa succede nello spazio aereo siriano, perché Gerusalemme ritiene evidentemente di avere ancora grossi margini di trattativa con Putin. Un ufficiale israeliano dice che la T4 è usata dall’Iran per trasferire armi avanzate agli altri membri dell’asse, formato da Siria, Hezbollah e da altre milizie sciite attive nella regione. “E’ la costruzione in corso di una forza militare contro Israele”. Il capo dell’aviazione israeliana, il generale Ein Dar, smentisce l’ipotesi molto circolata di un agguato contro gli aerei israeliani: in sintesi il drone avrebbe fatto da esca, gli israeliani ci sono cascati, le batterie di missili terra aria li aspettavano. Come in molte faccende mediorientali, uno strato di ambiguità copre gli eventi. Simbolismo dentro il simbolismo, il drone usato dall’Iran era un Saeqeh, che in lingua farsi vuol dire fulmine, ed è stato progettato e costruito dagli ingegneri iraniani a partire da un drone molto sofisticato – l’RQ-170 Sentinel – perso dagli americani nel settembre 2011. Il drone americano, detto anche “La bestia di Kandahar” perché era usato dalla Cia per la sorveglianza in Afghanistan, cadde sulle montagne iraniane e fu ritrovato intatto. Allora c’era l’Amministrazione Obama, che aveva come linea guida della propria politica estera un approccio molto conciliante con Teheran, per mitigare le voci ricorrenti di guerra con Israele. Adesso il drone copia nato da quello smacco e trasferito in Siria è il protagonista del primo scontro diretto. Vale la pena notare che i raid israeliani arrivano due giorni dopo un’azione pesantissima degli americani poco più a ovest, sulla sponda del fiume Eufrate vicino Deir Ezzor.

Per impedire a cinquecento miliziani fedeli al governo Assad di attraversare il fiume e attaccare i curdi, il Pentagono ha risposto con una salva violentissima di raid di elicotteri e aerei, che ha ucciso circa cento uomini. La narrativa ultrasemplice che ci è stata impartita per anni, anche al concerto di Palmira e in decine di interviste con i prelati siriani – il governo di Damasco è il salvatore che ci protegge dalla marea nera dei fanatici – non riesce chiaramente a spiegare la situazione reale sul campo.

(Daniele Raineri, La Stampa 13 febbraio 2018)

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