Il commento del direttore de La Stampa Maurizio Molinari sulle strategie della Casa Bianca

Donald Trump ha iniziato il secondo anno di presidenza con un’economia in crescita e una politica estera determinata, destinata a mettere in difficoltà gli avversari e a dura prova gli alleati. La crescita dell’economia è descritta dagli indici record di Wall Street, dai progressi del Prodotto interno lordo e dal ritorno di ingenti capitali dall’estero: una pioggia di dollari si riversa nelle tasche dei consumatori, favorisce gli investimenti e, grazie alla valuta debole, sostiene le esportazioni. Il cambio di clima economico è iniziato con l’approvazione del maxi taglio fiscale ed è sostenuto dalle attese sul piano per le infrastrutture.

A dispetto dei timori di molti economisti su eccessi di euforia e una possibile recessione in vista, ciò che conta per il presidente degli Stati Uniti è aver cambiato l’umore nel ceto medio che lo ha eletto, facendogli percepire un miglioramento delle aspettative per l’immediato futuro. Sempre al ceto medio parla la più aggressiva mossa commerciale americana: i dazi all’import di lavatrici e pannelli solari colpiscono anzitutto la Cina, considerata dalle famiglie del Mid-West il vero avversario del benessere dell’industria manifatturiera. A confermare la percezione di una Casa Bianca all’offensiva c’è un’altra iniziativa. Quella sulla legalizzazione di oltre un milione di immigrati clandestini – legata alla realizzazione del muro con il Messico – nel tentativo di corteggiare gli elettori ispanici delusi dalle promesse mancate da George W. Bush e Barack Obama. Il fatto che tali sviluppi abbiano per protagonista un presidente conflittuale, in calo di popolarità e minacciato dalle indagini sul Russiagate, lascia intendere quanto consistente è la ripresa della corsa della locomotiva a stelle e strisce.

Chiunque conosca Washington sa che il Pentagono ritiene la crescita economica l’elemento-chiave della proiezione strategica degli Stati Uniti nel mondo e dunque non bisogna sorprendersi se nell’amministrazione Trump – guidata da tre generali, il capo di gabinetto John Kelly, il ministro della Difesa James Mattis e il consigliere per la sicurezza H. R. McMaster – prevalga la volontà di una politica di sicurezza assai determinata. Basta guardare alle più recenti mosse di Trump per comprendere che cosa si prepara. Quando Vladimir Putin ha annunciato la fine dell’intervento in Siria – con il ritiro dei contingenti combattenti nelle basi sulla costa – il Pentagono ha ribattuto con il rafforzamento della presenza nelle province curde del Nord-Est, portando ad oltre 2000 il numero dei soldati. Ed affinché il messaggio per Mosca fosse inequivocabile, sono arrivate a Kiev le forniture di missili anti-tank in grado di arginare le infiltrazioni dei filo-russi in Ucraina. Ovvero: poiché Putin è obbligato alla prudenza in coincidenza con le presidenziali di primavera, il Pentagono lo incalza lì dove ha guadagnato più spazio durante gli Anni di Obama, nella regione del Mediterraneo Orientale, dall’Ucraina alla Siria. Schema analogo in Medio Oriente, dove Trump ha iniziato l’operazione-Iran: prima il patto militare con sauditi ed emiratini, poi la consegna dei primi F-35 a Israele, quindi l’aperto sostegno alla rivolta contro il carovita ed infine l’affondo sull’accordo nucleare del 2015 hanno mutato il clima nella regione. Incrinando la percezione di un’egemonia iraniana incontenibile. Ed è solo l’inizio perché Rex Tillerson, Segretario di Stato, in recenti colloqui con gli alleati è stato esplicito: se entro 120 giorni l’intesa di Vienna non sarà rivista, gli Usa ne usciranno.

La richiesta di Washington è contenuta ma efficace: correggere l’accordo sul nucleare di Teheran lì dove è più vulnerabile ovvero aggiungendo il bando dei test missilistici, consentendo ispezioni senza preavviso nei siti militari e, soprattutto, rendendolo permanente per impedire che fra un decennio gli ayatollah possano tranquillamente arrivare all’atomica. I frequenti paragoni fra Nord Corea e Iran, tracciati da Trump e dal vice Mike Pence, lasciano intendere la convinzione che per scongiurare l’atomica di Teheran bisogna evitare gli errori di debolezza fatti negli ultimi venti anni con Pyongyang. In tale cornice la mossa sul riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele è servita per trasmettere al mondo arabo-musulmano la determinazione di Trump di esercitare la propria leadership, demolendo uno dei tabù del negoziato senza rinunciare alla soluzione dei due Stati. L’impatto della novità è stato tale che nessun leader arabo ha appoggiato l’irata reazione del presidente palestinese, Abu Mazen, bacchettato perfino da re Abdullah di Giordania quando ha previsto «un Medio Oriente senza l’America».

Sfoggiare i muscoli è una politica estera che rientra nella dottrina strategica, pubblicata da Trump in dicembre, di sfida aperta agli avversari ed è uno strumento diplomatico. Come ad esempio nel caso della Nord Corea, di fronte alla quale Trump ha schierato tre portaerei nucleari e i bombardieri strategici per far capire che non teme il confronto con uno «Stato canaglia armato di atomiche». E’ prevedibile che il doppio binario dell’offensiva di Trump – economia e strategia – si consolidi nei prossimi mesi, provando a scongiurare la sconfitta repubblicana alla elezioni di Mid-Term di novembre per il rinnovo del Congresso di Washington. Anche perché politologi come Walter Russel Mead – affatto teneri con il presidente – equiparano l’attuale strategia per la sicurezza ad una nuova «Pax Britannica» destinata a segnare le relazioni internazionali. Da qui la necessità per un’Europa ancora scettica di iniziare a prendere sul serio il 45° presidente. Lavorando con lui per definire posizioni condivise sulle sfide che ci accomunano.

(Maurizio Molinari, La Stampa 28 gennaio 2018)

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