Donald Trump ha smentito con un tweet di aver definito Haiti e i Paesi africani “Stati cesso”, ma il senatore democratico Richard Durbin, che era presente all’incontro, ha confermato l’accaduto (Nyt): lui e altri parlamentari si trovavano nello Studio Ovale per discutere con il presidente del pacchetto immigrazione. Queste dichiarazioni hanno provocato un inevitabile effetto a catena. L’Onu condanna come “vergognosi e scioccanti” i commenti del presidente, mentre via Twitter un politico norvegese replica “No, grazie” al desiderio di Trump ad avere più immigrati scandinavi (Reuters). L’ambasciatore Usa a Panama, John Feely, ha invece annunciato le proprie dimissioni, affermando di “non poter restare al servizio di Trump”. E mentre l’Unione africana chiede delle scuse, lo speaker repubblicano alla Camera Paul Ryan definisce l’accaduto “inopportuno e controproducente” (Corriere).

Trump, da parte sua, ha deciso di non recarsi a Londra il mese prossimo per l’inaugurazione della nuova ambasciata, una visita che quasi certamente sarebbe stata accolta da molte proteste (Guardian). L’irascibilità come linea di politica estera, scrive al riguardo The Atlantic. Il presidente sta in tal modo proiettando l’immagine di un uomo che è sempre pronto a tagliare con l’accetta qualcosa che non gli piace,  un uomo che non è d’accordo con un accordo fatto e intende farne uno spettacolo senza cercare di invertirlo. “Si sta vantando dell’adozione della petulanza come strategia diplomatica”, ha commentato su Twitter Julian Sanchez del Catone Institute. “L’intero staff è davvero così intimidito che nessuno gli dirà di quanto piccolo e meschino sia questo modo di fare?” Tra gli inglesi più informati, Trump appare quindi non solo petulante, ma anche come un bugiardo che ha paura di affrontare le proteste che si prevede coincidano con la sua visita.

Le volgarità di Trump? Sono una strategia più che una debolezza, sottolinea oggi il Corriere. In altri termini un modo per dire alla base dei suoi elettori: sono uno di voi. Perché stupirsi? Fu proprio il Washington Post, all’inizio della campagna elettorale, a contare le volte (più di 100) che il magnate aveva usato certe parole pubblicamente: «shit», «fuck», «ass», «asshole». Sugli altri candidati The Donald vinceva a mani basse. La preferita: «asshole» (str…), la meno usata: «shit».

Jeff Bezos, l’ad di Amazon, l’uomo più ricco del mondo, ha intanto donato 33 milioni di dollari per finanziare borse di studio destinate ai “dreamers” (Politico), come a voler rimarcare la distanza dall’attuale amministrazione. Ma è tutto il mondo che gravita intorno alle grandi aziende, in particolare dell’high tech, a mostrare insofferenza nei confronti delle ultime prese di posizione della Casa Bianca. Oltre 100 dirigenti d’azienda americani – tra cui Apple, Facebook, Gm, Coca Cola, Amazon, Google, Uuber, Intel – hanno firmato una petizione chiedendo al Congresso di intervenire e votare una legge per salvare il programma Daca. Secondo i firmatari della dichiarazione, “l’imminente fine del programma Daca crea la minaccia di una crisi della mano d’opera in tutto il Paese”. Viene citato uno studio secondo il quale l’espulsione dei giovani costerebbe 215 miliardi di dollari all’economia statunitense.

(com.unica, 13 gennaio 2018)

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