[ACCADDE OGGI]

L’Italia è contadina/nei campi i buoi bianchi dalle corna di luna. / Una guerra terribile è ancora vicina con le ossa fra le macerie della strada./Ma questa strada non ancora asfaltata porta a un’altra strada./ Gli operai in tuta azzurra lasciavano / di giuocare a palla per guardare /e Coppi, leggero come un pensiero, appoggiato sulle ruote dell’ombra che aveva strani bagliori, saliva. (Roberto Roversi)

Il mito di Fausto Coppi non accenna a tramontare nemmeno a 58 anni dalla sua scomparsa. E come ogni 2 gennaio, anche oggi i seguaci della leggenda del ciclismo si sono ritrovati a Castellania (suo paese natale, in provincia di Alessandria) per celebrarne l’anniversario nella Cappella del Mausoleo a lui dedicato, dove è stata celebrata una messa in suffragio. Le celebrazioni sono proseguite al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure, dove Faustino, il figlio del campione, ha presentato il libro “Un’altra storia di Fausto Coppi – Lettere di un figlio a suo padre”: un’opera biografica contenente l’esclusivo materiale fotografico di famiglia in cui viene offerta un’immagine inedita di Fausto Coppi, come uomo e come padre.

Nato il 15 settembre 1919, Fausto Coppi morì il 2 gennaio 1960 all’ospedale di Tortona, dove si trovava ricoverato per una malaria contratta durante un viaggio in Alto Volta (attuale Burkina Faso) e purtroppo non diagnosticata in tempo. Coppi era stato chiamato in Africa a gareggiare in un “criterium” con gli amici francesi Geminiani, Rivière e Anquetil. Alla gara era seguita una battuta di caccia grossa, durante la quale il campione si era concesso una trasgressione alimentare che gli fu fatale: volle infatti assaggiare radici crude della manioca amara, un arbusto molto apprezzato nei paesi caldi. “Il grande airone chiude per sempre le ali” scrisse Orio Vergani dopo aver appreso la notizia della morte. L’inviato del Corriere lo aveva soprannominato proprio così: “Quante volte – scriveva Orio Vergani – Fausto Coppi evocò in noi l’immagine di un grande airone lanciato in volo con il battere delle lunghe ali a sfiorare valli e monti, spiagge e nevai? Fortissimo e fragile al tempo stesso, qualche volta la stanchezza e la sfortuna lo abbattevano e lo facevano crollare a terra, sul ciglio di una strada o sull’erba del prato di un velodromo: la sua figura sembrava spezzarsi in una strana geometria, come quella di un pantografo, e una volta di più suscitava l’immagine di un airone ferito”.

Fausto trascorse gran parte della sua vita a Novi Ligure, dove, poco più che adolescente fu costretto a trovarsi un lavoro come garzone di una salumeria. Qui, dove si fece apprezzare per i suoi modi gentili e per una proverbiale riservatezza, conobbe Biagio Cavanna, ex corridore professionista che divenne in seguito allenatore e massaggiatore di molti campioni. Fu un incontro decisivo perché Cavanna gli trasmise l’amore per il ciclismo raccontandogli delle gesta dei vari Binda, Guerra e di un giovane che si stava affacciando a quei tempi alla ribalta, un certo Gino Bartali. Sulla valigetta che Cavanna portava sempre con sé erano appiccicati i cartellini degli alberghi delle metropoli più famose del mondo, e questa vista era sufficiente per scatenare la fantasia del giovane garzone. Ogni cosa, allora, nella vita dei campioni del pedali gli sembrava meravigliosa: li immaginava felici, orgogliosi di se stessi, ammirati da tutti.

La prima bicicletta, molto rudimentale, la ebbe in dono da uno zio. La gara d’esordio la disputò nel 1937 in un tracciato non facile da un paese di provincia all’altro in cui tuttavia non riuscì a mettere in luce le sue doti atletiche e agonistiche perché costretto a ritirarsi a metà gara a causa di una foratura. Doti eccezionali forgiate dal duro allenamento e sostenuto dal cosiddetto “cuore d’atleta”: con una frequenza al di sotto di 40 battiti al minuto, che gli consentiva un vantaggio competitivo non indifferente.

Ma mentre il giovane si stava avviando a diventare un corridore professionista scoppiò la seconda guerra mondiale. Una vera mazzata che sembrava spegnere definitivamente i sogni di gloria del futuro campione. Di stanza a Tortona, partecipò a una spedizione militare in Africa, dove fatto prigioniero degli inglesi in Africa, a Capo Bon. Il 17 maggio 1943 venne internato a Megez el Bab e poi trasferito al campo di concentramento di Blida, nei pressi di Algeri. Per sua fortuna questa durissima esperienza non gli impedì di riprendere i suoi allenamenti una volta rientrato in Italia. La vera svolta nella sua carriera avvenne nel settembre del 1945 quando un osservatore che aveva intuito il suo talento lo chiamò alla Legnano, che diventò di fatto la sua prima squadra professionistica. Negli anni successivi correrà anche per la Bianchi, la Carpano e la S. Pellegrino.

Formidabile passista, eccezionale scalatore, non disdegnava nemmeno di cimentarsi negli arrivi in volata: un corridore davvero completo. Conquistò il suo primo Giro d’Italia già all’esordio come professionista smentendo tutte le previsioni della vigilia che accreditavano Gino Bartali come sicuro vincitore. Fu decisiva la tappa Firenze-Modena, che Coppi vinse giungendo solo al traguardo con un vantaggio di 3’45” sul secondo. E a Milano in rosa arrivò proprio lui, da grande trionfatore. Entrò nel mito e nel cuore degli italiani soprattutto per le sue cavalcate “da uomo solo al comando”, celebrato dalle mitiche radiocronache di Mario Ferretti, che poi di solito aggiungeva: “la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi!”. Vinse 110 corse di cui 53 per distacco: da ricordare quella di 192 Km nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del 1949 (vantaggio 11’52”), quella di 170 Km del Giro del Veneto (vantaggio 8′) e quella di 147 Km della Milano-Sanremo del ’46 (vantaggio 14′).

Il campionissimo si aggiudicò per cinque volte il Giro d’Italia (1940, 1947, 1949, 1952 e 1953), due volte il Tour de France nel 1949 ed entrò nella storia per essere uno dei pochi corridori al mondo ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno (tra questi anche Marco Pantani, nel 1998). Al suo attivo da ricordare anche tre volte la Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (1946-1949, 1954), due Gran Premi delle Nazioni (1946, 1947), una Parigi-Roubaix (1950) e una Freccia Vallone (1950).

Nella sua storia ha giocato un ruolo chiave la rivalità-alleanza con Gino Bartali, che ha contribuito a far emergere la sua figura ben al di là del puro fatto sportivo e fortemente simbolica dell’Italia degli anni Cinquanta. A questa rivalità hanno dedicato pagine memorabili anche grandi giornalisti e scrittori dell’epoca, che hanno cercato di indagare l’origine del carattere leggendario del loro essere campioni. Tra questi vi è Curzio Malaparte, che in un libricino pubblicato da Adelphi nella collana “Biblioteca minima” (tradotto dal francese) scrive: “Mi ha sempre affascinato, nella vita degli assi del ciclismo, il loro precoce senso di predestinazione. Fin dalla più tenera infanzia, sanno che un giorno diventeranno campioni. Hanno dei sogni, delle visioni. Già all’età di sei, otto o dieci anni, ciascuno di loro sa che diventerà un fuoriclasse, e che un giorno vincerà la Milano-Sanremo, il Giro d’Italia, la Parigi-Roubaix, il Tour de France, una Sei Giorni. Ciascuno di loro, all’età di sei, otto anni, sa già che avrà un rivale, un nemico fraterno. Ogni Oreste, prima ancora di inforcare la prima bicicletta, sa già che avrà il suo Pilade. Ogni Girardengo sa che avrà il suo Ganna, ogni Binda il suo Guerra, ogni Bartali il suo Coppi…”

Malaparte, a differenza di tanti non si è schierato apertamente, li amava entrambi nella loro diversità: Bartali come campione di un mondo scomparso, di un’Italia cattolicissima e contadina; mentre Coppi al contrario come colui che sapeva incarnare uno spirito laico, razionale, ironico e più aperto al futuro e al progresso. Non a caso avrà un’amante pubblica, un vero scandalo nazionale all’epoca. Ma quella è un’altra storia.

(Sebastiano Catte, com.unica 2 gennaio 2017)

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